Imprevisto

Creato il 06 marzo 2015 da Scribacchina

Chi diavolo è costui?

E’ una sera come tante altre; le prove in orchestra sono finite.
Due saluti, un paio di sorrisi.
Cerco con gli occhi un tizio col quale suonerò tra qualche sera, gli faccio due gesti che significano «Ok per dopodomani, ci vediamo».
Mentre sto per uscire col basso in spalla, sento dietro di me una voce:
«Suona la chitarra, quella ragazza?»

«Same old story», penso.
Ormai ho fatto il callo a chi chiede se suono la chitarra.
Un’altra voce gli risponde: «No, è una bassista»
«Ah… una bassista?… Perché non me la presenti?»

Mi giro: di fronte ho quest’uomo dal bel sorriso e dallo sguardo profondo come l’oceano.
Me lo presentano come fosse il padreterno; lui mi stringe la mano e mi dice il suo nome, ma lo dice così piano che non lo capisco.
Glisso e mi metto in ascolto.
Mi dice che tanto tempo fa aveva prestato il suo basso a Pastorius per una serata, ma prima di salire sul palco Jaco aveva preso martello e scalpello e aveva tolto tutti i fret. Un disastro.
«Avevo letto la stessa storia sulla biografia di Pastorius»
, rispondo, usando tutta la diffidenza del mondo come corazza e dicendo tra me: «Questo qui è un fake, si sta inventando tutto». Fidarmi degli altri non è mai stato il mio forte; col passare degli anni, la diffidenza è diventata più che mai la regola.

Il mio interlocutore non batte ciglio e continua a parlare con la sua voce dolce e musicale, lo sguardo carezzevole, l’aria pacata e i modi nobili che ho visto soltanto in un’altra persona nella mia vita.
Sono sempre più diffidente.

Sembra sia americano, ma parla un italiano perfetto.
Le cose non tornano.

Inizia a snocciolare i nomi dei musicisti coi quali ha collaborato; il muro della diffidenza inizia ad incrinarsi, perché pronuncia i nomi di questi musicisti in un americano impeccabile. Sono nomi che chiunque mastichi un pochino di jazz conosce; e io inizio a chiedermi seriamente chi sia la persona che mi sta di fronte e che tutti intorno a me sembrano conoscere e ammirare.

Parla di Jaco e di quando l’ha conosciuto; dice che era una persona dolcissima, gentile, meravigliosa. Inutile dire che pendo dalle labbra di questo sconosciuto, che rubo e nascondo in fondo al cuore ogni singola parola che pronuncia.
Parla anche di musica, di spiritualità, di amore.
«Ma non di amore inteso come sesso, no, niente di materiale: intendo l’amore che hai dentro, l’amore che hai verso il tuo strumento quando lo tieni tra le braccia, l’amore quando lo suoni; l’amore per la musica che suoni, per come la suoni. L’amore che diventa espressione in musica di tutte le cose belle che hai dentro. Amore, amore universale, amore verso le persone con le quali suoni».

Chiede a uno dei miei compagni di band di partecipare ad una jam.
Mi guarda; dice che gli piacerebbe suonare anche con me, se mi va.
Sorrido mestamente: «Sarebbe bellissimo, ma non credo di essere all’altezza». E stavolta lo dico senza diffidenza: ho il cuore in mano e la piena consapevolezza di stare di fronte ad un musicista con la M maiuscola.
«Voi italiani siete tutti uguali – risponde -, sempre con questo “non sono in grado, non posso farcela”. Non siamo ad una gara, non ci sono musicisti all’altezza o strumentisti scarsi: ci sono solo persone che si esprimono con la musica, che amano il proprio strumento e condividono sensazioni».
E ancora: «Bisogna studiare, studiare, studiare. E quando si ha tutto studiato, bisogna dimenticare tutto e accendere l’interruttore del cuore: suonare col cuore, solo con quello».

Non ho ancora capito chi sia, ma sento a pelle che quella che ho di fronte è una persona straordinaria.
Al di là della bravura come musicista, intendo.
Mentre sono persa nei miei pensieri, mi sento chiedere ancora una volta di suonare insieme.
Stavolta rispondo, armata del mio più sincero sorriso, che per me sarebbe un grandissimo onore.
Ma neppure questa risposta va bene: «Quale onore? Quale privilegio?… No, non bisogna dire così. Si suona per stare bene, per condividere l’amore verso la musica. Nient’altro».

Gli americani hanno sempre in bocca questa parola: amore. La mettono in ogni contesto e la usano per indicare mille diversi sentimenti.
Mi viene da pensare che «noi italiani siamo tutti uguali»: abbiamo paura di dire la parola «amore», abbiamo paura di assegnarle un significato più grande, più universale. Tanto chiusi e diffidenti che a volte abbiamo addirittura paura di dire «ti voglio bene».

Torno a casa con una strana sensazione.
L’oroscopo di marzo mica l’aveva previsto l’incontro con un alieno.
Le mani mi tremano un po’ mentre infilo la chiave nel cruscotto della francesina.
Stringo forte il volante mignon, mi addentro per le vie della city e sento in testa, in loop, un’unica parola. Io, che amo la scrittura dei secoli passati per la finezza, la classe e il garbo, ho in testa l’esclamazione che credo di aver pronunciato ad alta voce solo una decina di volte in vita mia:

Cazzo!


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