In due secondi

Da Occhidadonna

Per smettere d’essere una ragazza, mi è bastata una frase breve: mi faccio.    Eravamo seduti su una panchina, di fronte alla fontana con la sirenetta, a Isola delle Femmine. L’estate è un buon momento per diventare adulti e l’abbronzatura fa sembrare più esotica, l’espressione di terrore che matura l’espressione. Avevo capito subito cosa voleva dirmi, ma significava crescere. Così ho tentato di prendere altro tempo, facendo domande. ˂˂Cosa ti fai?>> Gli ho chiesto. Avevo in mano il portachiavi della sua vespa e ho staccato il ciondolo a forma di lattina di cocacola, per lo shock. ˂˂Mi faccio, Ele.>> Mi ha preso dalle mani il portachiavi spezzato e se l’è messo in tasca. C’era uno strano vento: quello che fa le girelle con le foglie. I suoi capelli piroettavano, in mezzo a noi e gli nascondevano il profilo. Io li avevo legati in una coda e non potevo nascondere la paura con i ciuffi. ˂˂Sì, ma faccio che? >> Mi ostinavo a chiedere.   ˂˂Mi faccio, mi buco.>> Bisbigliava, mentre guardava due cani che s’inseguivano. Io mi guardavo le mani e staccavo lo smalto con i denti. Quella frase piccolissima, aveva cambiato tutto. Avrei voluto guardarlo solo un attimo negli occhi, ma sapevo che avrei visto qualcun altro, dopo quei due secondi di verità. So che a sedici anni si può sopravvivere, anche se smetti di respirare, quando ti trovi a dover emergere da un’apnea nel caos. C’è più fiato, io fumavo meno sigarette e quella era la prima volta che mi si fermava il respiro per incredulità. Ho chiuso gli occhi e quando li ho riaperti: ho avuto occhi da donna che osservavano un ragazzo diventare un debole nelle mani di un nemico troppo grande, davvero troppo. E’ mio, non lo perdo. Non lo lascio. Devo aiutarlo. Questi erano i miei pensieri. Non delusione, niente rabbia. Ero impaurita, stupita, cercavo qualcosa che mi permettesse di risolvere il problema e ritornare a ridere, come sapevo fare prima di quei due secondi. La donna che emergeva mentre ricominciavo a respirare era una Eleonora completamente diversa, era la ragazza innamorata di chi aveva bisogno d’aiuto. Ed ero pronta. Non so perché pensassi di esserlo. Sarà stato un riflesso involontario. ˂˂Perché?>> Questo riuscivo a chiedergli. Le altre domande mi facevano girare la testa solo a pensarle. Quando erano state bucate le sue braccia? Perché non me n’ero mai accorta? Quando lo faceva? Quante volte lo aveva fatto? Da quanto tempo? Con chi? Chi gliel’aveva data la prima volta? Non aveva sentito di quel ragazzo che era morto perché l’eroina era tagliata poco, o male o che ne so? Almeno un libro, l’aveva mai letto, su questo? Che effetto gli avevano fatto le storie di quei ragazzi? Non aveva mai visto niente? Non sapeva niente. Che sai? Che fai? ˂˂Come perché? >> Sembrava lui, quello stupito. <<Sì, perché ti buchi? Cioè: non avevi niente da fare, quella prima volta e hai pensato: ora mi buco? Raccontamelo>>. Io dov’ero quando l’hai fatto, quella prima volta? In un attimo, avevo deciso: se fossi diventata  inquisitore, lui mi avrebbe mentito e la droga me l’avrebbe preso. Dovevo essere sua amica. A sedici anni, con il coraggio incosciente che spinge ad agire, si può sperare in qualsiasi cosa. Non si aspettava quella reazione. Chissà quante volte aveva ripetuto il discorso che mi avrebbe fatto quel giorno. Probabilmente aveva immaginato che avrei pianto, che l’avrei insultato, che avrei cominciato i soliti discorsi che si devono fare: vai in comunità, devi smettere, fa male, provoca assuefazione e tutto il resto. Aveva forse immaginato che sarei scappata da quel nemico troppo grande per me, e per lui, da quell’altra contro la quale io non avrei mai potuto vincere. Forse era quello che avrei dovuto fare, in effetti: scappare. Oppure arrabbiarmi. Tra tutte le reazioni che aveva previsto, non poteva certo credere a quella: che gli avrei semplicemente chiesto un motivo. Non ne aveva. ˂˂Mi piace. Mi fa stare bene.>> Non ricordo se è successo davvero o se era la mia confusione, ma quando mi ha dato quella risposta, solo in quel momento l’ho guardato. Facendo piano la strada verso i suoi occhi: gli anfibi che aveva comprato il giorno prima e che sembravano troppo nuovi, troppo lucidi, in quel momento di strappi; i jeans chiari che mi sembravano troppo lunghi, sotto quel sole che impediva di nascondersi; la camicia con le maniche arrotolate fino all’avambraccio che, ora sapevo, nascondeva un segreto; la sua bocca bugiarda che non sorrideva più, gli occhi a spillo. Anche questo adesso significava: per trovare coraggio si era fatto. Si era fatto per dirmi che si faceva. L’eroina era già diventata la sua migliore amica e io ero l’ostacolo d’affrontare, con il suo aiuto. In due secondi, il mondo può cambiare tutti i significati che gli davi e tu non sai da che parte cominciare a conoscerlo, a capirlo. E improvvisi. ˂˂Ah>>. Ho detto, gli indizi erano tutti contro di me. ˂˂Se vuoi lasciarmi, se non vuoi più stare con me perché sono un tossico, lo capirei.>> Mi suggeriva. Incredulo, spiazzato dalla reazione meno ovvia di tutte, quasi mi spingeva verso uno di quegli scenari su cui si era preparato, per sentirsi a suo agio, per passare alla seconda fase. Mi veniva da pensare ai giochi dei progetti che facevamo fino al giorno prima: andare a vivere in Australia, diventare ricchi e comprare un camper per girare il mondo, battere il record degli orgasmi, avere tre bambini che avremmo chiamato Fabrizio, Elena e Giulia.    Tutti i nostri giochi erano finiti in quel buco, nascosto dalle maniche della sua camicia bianca, arrotolate come un vezzo sexy. Mi veniva da sparare domande: cosa faccio adesso? Tu mi dici che ti buchi, cazzo ti buchi,  e io ti lascio allo sbando? Tolto il dente tolto il dolore? Ti abbandono? Ho paura. Non voglio che ti droghi, che muori, che ti venga l’AIDS, che ti arrestino, che stringi il tuo braccio con il laccio emostatico. Oh cazzo il laccio emostatico. ˂˂No, non voglio lasciarti>>. Mentre comunicavo la mia scelta a lui e a me, gli sorridevo. L’espressione iniziale mi si era proprio paralizzata in faccia. Sentivo le pulsazioni andare in tilt e le sentivo nel petto, nelle orecchie, nelle tempie. Pulsavano e scandivano quel tempo interminabile, del silenzio che è venuto dopo.   Non diceva una parola. Non dicevo una parola.  Non c’era molto altro da inventare. L’imbarazzo l’aveva obbligato a fissarsi le scarpe da vicino, piegato in avanti come un gobbo stanco. Lo stupore mi aveva trasformata in un blocco di marmo e guardavo la sirenetta e i suoi giochi d’acqua, chiedendomi quando avrei cominciato a perdere acqua dalle mani strette a pugno, se fossi rimasta lì impietrita, un altro quarto d’ora. Abbiamo fumato l’ultima sigaretta, quella che fumi per prendere tempo, per non decidere; poi siamo andati via, sulla sua vespa blu. Io mi sono girata e ho guardato indietro. Se avessi usato un po’ della fantasia che in quel momento avevo dimenticato d’avere, avrei potuto vedere la bambina che ero stata fino a pochissimo tempo prima, seduta su quella panchina. Era lì e ci sarebbe rimasta.   In classe Elena mi raccontava di Claudio, che finalmente l’aveva invitata a uscire. Sarebbero andati alla fiera del Mediterraneo. Si riprometteva di non mangiare tutte quelle patatine che solitamente mangia, quando ci sono le giostre. Non voleva che la considerasse una che mangia tanto.   Tentavo di credere che fosse importante, quello che diceva e l’ascoltavo. Avevamo sedici anni ed era giusto preoccuparsi della scelta del profumo: dolce o acerbo? E il trucco? Leggero o da vamp? E hai comprato le mentine? Mi chiederà di fare sesso? Sono pronta? Non ci riuscivo. Le penne sul banco mi sembravano siringhe di sangue blu o nero. Alcune rosse.   Il gesso   appoggiato sulla cattedra era una siringa vergine e mi facevano male le braccia. Come se mi fossi bucata io e in quel momento. Come se facesse male anche alla pelle. Fortuna che avevamo i pc nuovi a scuola, quelli con Windows che da quell’anno avrebbero facilitato la vita a tutti: non tanto il computer in sé come macchina, aveva la sua importanza, anche perché erano i primi modelli, grossi, lenti e rumorosi, ma quanto questo significasse per l’informazione, per la quantità di ricerche che potevo fare, per fare passare la paura. Conoscere il problema mi ha sempre aiutata a evitare il panico. Sono diventata un’esperta di droghe, quelle settimane dopo. Sapevo tutto, anche cosa fare in caso di overdose: “Fatelo sdraiare su un fianco e non fatelo addormentare. Non nascondete ai medici di soccorso che ha assunto eroina. C’è un antidoto specifico dell’eroina e deve essere iniettato al più presto. Se sei da solo controlla: - se è cosciente, pizzicandolo o scuotendolo; - se respira, guardando se il torace si solleva, o tenendo una mano davanti alla bocca o al naso;   - se ha il battito cardiaco, mettendo le dita, non il pollice, sull'arteria del collo (a fianco del pomo d'Adamo)”. Poi c’era la videoscrittura. Un grande rettangolo bianco mi ha invaso gli occhi di luce. Nuovo foglio di lavoro. Nuove parole da scrivere che gridavano e un punto interrogativo ?   E ora? Che faccio?