In Italia ed Europa cresce l'euroscetticismo e la Germania ne approfitta

Creato il 23 febbraio 2015 da Pfg1971

Colpisce molto il sondaggio pubblicato oggi da Repubblica.

Secondo il quotidiano romano, l’euroscetticismo, la sfiducia verso l’euro e la costruzione europea si diffondono sempre di più.

Mentre, fino a pochi mesi fa, l’atteggiamento di ostilità e crescente insoddisfazione verso la moneta unica era confinato a partiti e movimenti in ascesa, ma ancora minoritari, come l’Ukip di Nigel Farage in Gran Bretagna, il Front National di Marine Le Pen in Francia o la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, oggi non sembra più così.

La delusione verso l’unione europea cresce anche al di fuori di questi raggruppamenti politici e aumenta anche in Italia, uno dei paesi considerati più europeisti dell’intero continente.

Secondo il sondaggio, nel nostro paese solo il 10% degli intervistati considera l’euro un vantaggio.

In Germania la percentuale cresce di poco e sale ad appena il 20% in Spagna e Francia. Circa un terzo degli italiani, se potesse preferirebbe lasciare l’euro.

Non solo, laddove la moneta unica ancora non c’è, come in Polonia o in Gran Bretagna, solo il 10% della popolazione sarebbe favorevole all’introduzione dell’euro.

Numeri davvero sconcertanti, ma che non sorprendono più di tanto.

Perché? Ma perché l’Europa, a differenza di quanto avveniva in passato, non viene più vista dai cittadini europei e italiani come una speranza in un futuro migliore.

Un continente unito politicamente ed economicamente, in grado di rappresentare al meglio, nel mondo, gli interessi delle nazioni europee.

L’Europa appare oggi come un insieme di regole, parametri e criteri che non entusiasma nessuno.

In Italia, in cui l’emergenza degli sbarchi di immigrati dall’Africa è ormai endemica, l’Europa non è vista come una soluzione, ma come un problema.

Non solo non aiuta l’Italia, o la aiuta in misura ridotta, ad affrontare un problema, gli sbarchi, che dovrebbe essere considerato di rilievo continentale, ma impone solo regole e vincoli che non aiutano la ripresa economica e anzi, la peggiorano, con la continua enfasi sull’austerità e i tagli alle spese.

Una dottrina finanziaria e fiscale espressa dalla Germania di Angela Merkel e che trova nel suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble, il suo arcigno custode.

Una Europa a trazione tedesca che ha dato il peggio di sé nelle trattative con la Grecia di Alexis Tsipras.

Quest’ultimo, pur di avere gli aiuti economici europei, ha dovuto rimangiarsi gran parte delle promesse elettorali che gli avevano permesso di trionfare alle urne del 25 gennaio scorso.

Chi è stato colui che ha costretto il premier greco a far ciò?

Sempre Schauble.

Come ha raccontato, sempre su Repubblica, James Galbraith, figlio di John Kenneth, consigliere economico di JFK, e collega universitario dell’attuale ministro delle Finanze ellenico Yanis Varoufakis, ogni volta che, nel corso dei negoziati tra Ue e Grecia dei giorni scorsi, pareva vicino un accordo che permettesse ad Atene di ottenere condizioni negoziali migliori, interveniva o la Merkel o Schauble a riportare la trattativa sui binari del rigore e dell’austerità.

Una cocciutaggine e una ottusità che stupisce, a meno che non sia il frutto di un disegno ben preciso, voluto da Berlino.

Come è noto, la costruzione europea e soprattutto la nascita dell’euro sono stati ideati, dopo la fine della Guerra Fredda, come degli strumenti anche per contenere la Germania.

Quando, dopo la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, il presidente francese Francois Mitterrand, il premier della Germania Ovest  Helmut Kohl, il presidente americano George Bush sr. e il leader sovietico Mikhail Gorbaciov si misero d’accordo per raggiungere l’obiettivo della riunificazione tedesca, lo fecero ad una condizione: che una Germania riunita non potesse tornare a dominare il continente europeo come era accaduto prima del 1914 e tra le due Guerre Mondiali.

Il pericolo di una ripresa della potenza tedesca era molto diffuso all’interno dell’opinione pubblica continentale.

Ne è un esempio la battuta rivelatrice di del premier Giulio Andreotti, che sosteneva di amare così tanto la Germania, da preferire che ce ne fossero sempre due.

Come era possibile raggiungere un simile obiettivo?

Eliminando la moneta tedesca, il marco, e ingabbiando il colosso teutonico in una costruzione unitaria europea, in grado di diluire le spinte al predominio continentale proprie di una nazione naturalmente destinata ad un tale ruolo dalle sue enormi potenzialità economiche.

Forse, il crescente scetticismo verso l’unione europea di un numero sempre più alto di cittadini del continente, pur se non attribuibile solo all’atteggiamento tedesco, potrebbe fare proprio il gioco della Germania.

Una nazione sempre più insofferente della disciplina europea e pronta ormai a riprendersi quel ruolo centrale e predominante sul resto delle altre nazioni continentali, anche a costo di scardinare un sogno unitario durato per cinquanta anni.   


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