Magazine Cultura

“In verità”: intervista a Dario Buzzolan

Creato il 08 aprile 2020 da Fedetronconi

Cernedo, profondo Nord. I Trovato, titolari della Stella, leggendaria azienda di alta orologeria, devono fare i conti con un buco finanziario che li sprofonda in una crisi ingovernabile e porta a galla tensioni familiari irrisolte, nevrosi, segreti. Il capofamiglia Ruggero scompare misteriosamente; il primogenito Pietro si affanna a cercare soluzioni; il più giovane, Nicola, si nutre di ossessioni scientifiche (essere tra i primi a mettere piede su Marte); la madre Lucia ha un corrispondente immateriale con il quale cerca di sottrarsi ai vuoti della propria esistenza. La LiebenKraft Company, multinazionale del lusso, si fa avanti per acquisire la Stella; ma il meccanismo innescato da due dirigenti, Tom e Amelia, avvoltoi professionisti nonché amanti segreti, si rivela meno oliato del previsto, mentre la pugnace giovanissima Cloe, analista finanziaria del gruppo, scopre alcune magagne di bilancio che, se svelate, potrebbero diventare imbarazzanti. Le torbide spire familiari dei Trovato, la compromessa trasparenza della LiebenKraft, la rivolta dei migranti di Cernedo contro Pietro Trovato – il quale in un accesso di rabbia ha malmenato una delle loro bambine – sono tutti chiari sintomi di un malessere di cui soffrono dal primo all’ultimo i personaggi in scena. Ivi compreso HP, calciatore italo-camerunese che avrebbe dovuto essere il grande investimento della multinazionale, e invece si danna in una condotta di vita senza governo. Dove portano tutto questo caos, questa tensione, queste menzogne?

“In verità”: intervista a Dario Buzzolan

Dario Buzzolan scrive un grande romanzo corale - In verità, Mondadori -  una storia familiare che progressivamente si fa viluppo e mistero, e ci getta nel mezzo di un accadere che ci tocca: scrive di noi, di come non vorremmo essere ma rischiamo di diventare – e forse di come già siamo.

Abbiamo raggiunto l’autore per approfondire i temi centrali del suo nuovo romanzo.

Superbia, arrivismo, cattiveria, indifferenza: “In verità” è stato definito dalla stampa italiana come “la fotografia” del cancro del cuore, ma si può dire che è anche la fotografia dei nostri tempi, dell’assenza di una civiltà, di uno spaesamento etico?

Ci sono molti modi in cui una comunità si racconta – deve raccontarsi – a se stessa. Per dire un’epoca non basta una voce, ma serve sempre e comunque un coro. I cronisti, gli studiosi di antropologia e sociologia, gli storici e via dicendo. E anche gli scrittori. I quali, però, devono in qualche modo cercare di cogliere (se posso usare un’espressione filosofica) l’universale nel particolare. Da questo punto di vista, lo spaesamento etico che in effetti percorre tutte le vicende di “In verità” non è soltanto una foto dell’oggi, ma una possibilità cui qualunque società, da sempre, è costantemente esposta. Cambiano i tempi, resta la necessità di tenere alta la guardia.

Liliana Segre nelle sue lectio magistralis sulla deportazione degli ebrei parla molto e con grande sofferenza dell’indifferenza,  il male dei mali. Qui nel suo romanzo è tratteggiato bene quanto l’indifferenza porti ad una deriva pericolosa per tutti. facendo un parallelismo tra romanzo e nostro presente quando e quanto siamo diventati indifferenti?

Molto. Del resto il primo risultato dello spaesamento è esattamente questo: l’indifferenza nei confronti degli altri. Simone Weil scrisse: “Credere all’esistenza degli altri in quanto tali è amore”. Sembra semplice, eppure nei fatti è sempre più difficile. Troppo spesso capita che l’altro non sia che una proiezione dell’io: quello che ci invade, quello che ci porta via il lavoro, quello che ostacola il conseguimento dei nostri obiettivi… è il principio della creazione di qualunque capro espiatorio, da sempre. Nella frase di Simone Weil c’è, al tempo stesso, il male e il suo antidoto: l’amore inteso come senso di essere “membra dello stesso corpo”. Siamo tutti genere umano. Nel libro, forse, se ne rende conto soltanto – a modo suo – HP; e – sempre a modo suo – lo insegna agli altri.

“In verità”: intervista a Dario Buzzolan

Perché ci spaventa il Diverso? Questa paura sta portando ad un pregiudizio senza un confine ben preciso, a suo giudizio?

Perché trasformiamo i confini dell’io in una barriera invalicabile, dalla quale non vogliamo uscire e nella quale impediamo a chiunque di entrare. È la vera molla scatenante di tutto il meccanismo narrativo di “In verità”.

Ci sono delle caratteristiche ben precise della società che portano l’uomo ad essere maggiormente pericoloso (quel cancro al cuore di cui parlavamo prima) o a suo giudizio è solo una mera questione di carattere?

Confesso di non saper rispondere. Società o carattere? Direi una miscela di entrambi; ma qui lascio volentieri la parola ai sociologi, agli psicologi, agli storici di cui sopra. Io mi limito a raccontare storie.

Nel tuo romanzo parli di un mondo che cambia (o esige cambiamento), un pò come quello che stiamo vivendo noi: è meglio fare ordine, fare pulizia (come racconti attraverso alcuni tuoi protagonisti) o la flessibilità all’adattamento?

Ordine e pulizia (intesa in senso sociale) sono parole che non amo. Adattarsi è l’essenza stessa dell’homo sapiens. Adattarsi, cambiare, spostarsi, migrare, cambiare idea, rispondere agli stimoli esterni, essere nel mondo. Altrimenti l’umanità è tracotanza e niente altro.

Condividi
  • Google Bookmarks
“In verità”: intervista a Dario Buzzolan

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Magazines