Inciampi e marcapiano. Anna Maria Curci

Creato il 06 maggio 2011 da Fabry2010


Inciampi e marcapiano. Anna Maria Curci


Di Laura Vazzana

Con la silloge Inciampi e marcapiano, suddivisa in cinque sezioni, Anna Maria Curci ci regala una raccolta di componimenti nella quale utilizza, con soave sapienza, varie forme di espressione poetica, come il sonetto o la terzina, il distico o i versi sciolti.
Si tratta di cammei delicati, vivaci, intensi e profondi che, in un gioco di intenzionali chiaroscuri, quasi nascondendolo, tratteggiano lo schiudersi parziale di scene dal teatro della vita, di altre persone in relazione all’autrice e dell’autrice stessa nell’intimo delle sue sensazioni. Funge da scenografia un mondo a volte poco comprensivo e altre volte difficile da comprendere, che tenderebbe a fagocitare.
Siamo di fronte a fotografie scattate ad attimi. L’autrice ha il dono di catturare l’essenza di un istante, disegnandolo con rapide pennellate, di fermare pensieri subitanei prima che svaniscano, che si dileguino tornando a immergersi nel mare in perenne movimento dell’esistenza. E proprio il movimento, peraltro evidenziato già nel titolo della raccolta, è una costante nei versi di Anna Maria Curci.
Leggiamo: scatto pronto/arretra/saltellando/annaspi/s’arresta/va alla rissa/ondeggia/un passo dopo l’altro/prosegui il cammino, per citarne solo alcuni esempi, come pure il magnifico verso: ‘sporgersi dal sé e al sé il rientro’.
Ma alle azioni dinamiche si accompagnano anche frequenti riferimenti di sapore musicale: valzer insensati/prova d’orchestra/andante con brio/allegre allemande/un canto nel silenzio/note accennate/arcani cori/note di basso/scacciapensieri. Melodie, suoni e ritmi come chiara metafora della vita; canzoni dei tempi andati come spunto per comprendersi nel presente.
L’analisi esistenziale viene espressa quale ricerca incessante, in costante evoluzione. I versi di Anna Maria Curci richiamano alla memoria momenti di crescita individuale, di acuta consapevolezza, rivelano lo stupore non necessariamente positivo di fronte alla realtà, in contrasto col sogno. Ne La mia stanza ha uno sguardo smarrito, ad esempio, l’io lirico descrive mirabilmente l’eterna lotta interiore, l’esitazione dell’anima in cerca della vera essenza delle cose tra soffermarsi con ‘sguardo smarrito’ e scegliere, invece, di ‘rimuovere’.
Non manca, inoltre, un velato rimpianto per l’antica rabbia, l’anelito alla ribellione che l’autrice forse avverte affievolito rispetto al passato ma ancora vivo e presente, l’anelito alla libertà, addirittura alla follia della libertà, quella che dà la forza di affermare il contrario.
Ci piace menzionare due piccoli versi, tra i più incisivi della silloge, quale compendio emblematico delle tematiche care all’autrice:
Lasciatemi essere
un cuore pensante…

Inciampi

La mia stanza ha uno sguardo smarrito

La mia stanza ha uno sguardo smarrito.
L’ho scoperto stamani, al risveglio.
La riordino subito, è meglio.
Questo il primo pensiero sgualcito.

Preferisci rimuovere, vero?
Mi diceva quell’altra mia voce.
L’insinuante, la sempre precoce
va alla rissa con piglio guerriero,

mi strattona e schiaffeggia la vista,
fa il grandangolo sulle mie carte.
Solo un grand-guignol fatto ad arte?
Crudités con la pila di fogli?
Sono spigoli sfatti gli appigli.
Il tormento ora aggiorna la lista.


Controrepliche

Amigdala

Senza aspettar perché
torni a tuffarti
incurante dell’impatto
di incerte cromogeometrie.

Sei tu che guidi o segui
impulsi alieni e li trasformi
talvolta in paralisi ghignanti
talaltra in allegre allemande?

Come una pietra scalciata

Back on the Chain Gang

Già, potrebbe librarsi,
se volesse,
più in alto della somma
anima bella.
Ecco, invece, dismette la veste
di troppo sazia tonda levità.
Rallenta il passo,
raccoglie la catena.
In marcia, in colonna,
forzata tra i forzati,
sceglie di proseguire.

o titolo di una canzone dei Pretenders

Imbatti: incontri davvero fortuiti?

Uno: Talia

Il primo incontro fu Talia, la sarta.
Cuciva maschere e costumi
per guitti veri e pei professionisti.
Grigio di vento e pioggia

era il mattino di Pasqua;
nel caglio dell’alba custodiva
un involto da asporto e procedeva
sicura e spedita, senza intoppi.

Mi stupii di vederla fuori dall’antro
ove tagliaccostavava pezze di tela ruvida,
pelle d’uovo e taffetà, talvolta shantung.
All’occhio esterrefatto replicò quieta:

«Da terza grazia mi hanno declassata, faccio
il lavoro sporco, dicono, ma d’oggi dono in
contrabbando tele tutte di un pezzo a chi
l’uniforme abbandona di stolido torpore».

Marcapiano


Shekinah, sátor, tipi yokihe

Mi hanno detto che avresti
piantato una tenda:
shekinah, sátor,
tipi yokihe.

Io volevo soltanto
una volta vedere
se il prodigio s’avvera,
se la quiete è sicura.

Dalla tenda tu chiami,
shekinah, sátor,
tipi yokihe,
poi prosegui il cammino.

Anna Maria Curci, Inciampi e Marcapiano, Prefazione Laura Vazzana, Lietocolle 2011



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