Interstellar

Creato il 03 dicembre 2014 da Af68 @AntonioFalcone1

Mi sono accostato alla visione di Interstellar, ultima regia di Chistopher Nolan (anche sceneggiatore insieme al fratello Jonatahan) con l’intenzione di osservare due buoni propositi: in primo luogo non logorarmi le sinapsi immergendomi in ragionamenti vari sulla plausibilità di questa o quella teoria e, in seconda analisi, mettere da parte i “viaggi” cinefili su quali e quanti riferimenti vi siano ad altre passate realizzazioni sci-fi (comunque presenti, in particolare, fra gli altri, 2001: A Space Odissey, 1969, Stanley Kubrick, e Solaris, 1972, Andrej Tarkovskij). Sono riuscito a mantenerli entrambi, grazie alla fiducia, ben riposta, nell’autore britannico, visto che già dalla visione della sua prima realizzazione, Following, 1998, sono rimasto ammaliato dal suo modo di fare cinema, individuandovi, man mano che i film del nostro si succedevano, quello che a mio avviso rappresenta ormai un vero e proprio Nolan’s touch: l’intrattenimento spettacolare mai fine a se stesso, ardite costruzioni temporali, “salti” improvvisi, immersioni oniriche, pause e rallentamenti. Tutti elementi idonei a rielaborare, all’interno di una personale poetica di stile, il cinema classico e di genere, pur richiedendo una certa attenzione partecipativa da parte degli spettatori nel ricomporre i vari frammenti sparsi lungo l’iter narrativo.

Mackenzie Foy e Matthew McConaughey (Movieplayer)

Interstellar si è quindi visualizzato ai miei occhi, e si è stagliato nella mia mente, in forma di moderna parabola sul destino dell’umanità, oltre che, circoscrivendone l’impatto all’interno della realtà americana, di una rilettura del mito della frontiera.
Una riflessione sui nostri progressi, anche quelli presunti tali, e sulla potenzialità, a volte definita all’interno dell’eventualità, di varcare le Colonne d’Ercole dello scibile umano, estendendolo in ogni ambito dell’universo, così da acquisire e delimitare all’interno di quest’ultimo un estremo e tangibile significato col quale additare la nostra esistenza. La rincorsa verso qualsivoglia innovazione, materialmente labile in quanto destinata ad essere al più presto soppiantata da altre inedite e più performanti mirabilie tecnologiche, tende a farci dimenticare quel “qualcosa” che, per quanto banale possa apparire, compensa l’affannoso incedere quotidiano. Una particolare applicazione della legge di gravità, il cui epicentro verte quel sentimento capace di ricondurci alla nostra interiorità, L’amore che move il sole e le altre stelle*, scaturente da un’Entità superiore che ci trascende e ci sovrasta, o, laicamente, personale proiezione di quanto si cela nel nostro animo, manifestata nell’intento di condividerlo con gli altri, coloro che ci sono già vicino o che incontriamo lungo il cammino.

Anne Hathaway e McConaughey (Movieplayer)

Al di là delle descritte sensazioni scaturite durante e dopo la visione, venendo agli aspetti più puramente tecnici, ciò che mi ha colpito della pellicola di Nolan è la tangibilità praticamente tattile di quanto vediamo sullo schermo, in virtù di una rappresentazione estremamente veritiera, pur non attuando alcuna chiarificazione temporale riguardo gli eventi narrati.
La vicenda prende piede in un futuro imprecisato, il mondo è stato sconvolto da tragici eventi dall’intuibile portata, l’essere umano sembra aver perso l’istinto, spirituale e fisiologico, di aggrapparsi a qualcosa cui credere o non credere, come i consueti pilastri scienza e fede, tanto che la diatriba creazionismo/evoluzionismo è ormai rimpiazzata da quella relativa alla veridicità/falsità dell’atterraggio sulla Luna.
La fattoria dove Cooper (Matthew McConaughey), ex ingegnere ora coltivatore di mais, unica coltura possibile e quindi sola fonte alimentare di sopravvivenza, minacciata da cicliche tempeste di sabbia, vive con i figli Murph (Mackenzie Foy) e Tom (Timothée Chalamet), insieme al suocero Donald (John Lightow), appare come una sorta di ritorno al passato, ibridata fra vecchio e quanto di tecnologico è sopravvissuto, adattato alla bisogna. Le suddette tempeste di sabbia, per stessa ammissione degli autori, ripropongono un avvenimento storico, il Dust Bowl*, la tempesta di “neve nera” che dal 1930 per circa dieci anni devastò le piantagioni del Nord America, con lo stato superficiale del terreno ormai divenuto polvere dopo anni di colture intensive, senza alcun tipo di rotazione.

Michael Caine

Un’evidente riflessione ammonitrice, ulteriormente suffragata, all’interno della narrazione filmica, dall’impossibilità della scienza di fornire al riguardo una soluzione, se non una teoria in fase di continuo svolgimento alla ricerca di una risposta valida ad opera del professor Brand (Michael Caine), coadiuvato da un gruppo di scienziati ed ingegneri della Nasa, ora divenuta una sorta di società segreta con sede all’interno di un particolare bunker. Unica, probabile, possibilità di salvezza per l’intero genere umano potrebbe essere costituita raggiungere gli avamposti situati in universi lontani, grazie a precedenti spedizioni, al di là di un misterioso wormhole vicino Saturno, per constatare se vi siano le possibilità di insediarvi una nuova umanità. La missione vedrà protagonista Cooper insieme alla figlia del luminare, Amelia (Anne Hathaway), biologa, e altri due scienziati, coadiuvati dai robot Tars e Case, per un viaggio visivamente affascinante e, come già scritto riguardo l’ambientazione terrena, del tutto realistico (l’accostarsi agli anelli di Saturno; la totale assenza di rumore una volta fuori dalle navicelle) e spesso impressionante (l’immensa onda in uno dei pianeti candidati a divenire la nuova Terra).

(Movieplayer)

Mettendo da parte un vago sentore didascalico avvertibile nei vari “spiegoni” volti ad illustrare la fattibilità di quanto l’equipaggio ha intenzione di mettere in atto da lì a breve, o il consueto senso di non detto, almeno all’interno della produzione nolaniana, mandati giù i vari paradossi temporali in nome di una cinematografica sospensione dell’incredulità, Interstellar avvolge lo spettatore all’interno di una cornice non propriamente ludica ma certo coinvolgente e funzionale, dove le reazioni umane occupano il primo posto rispetto ai miracoli visivi offerti dallo spazio siderale (Nolan infatti insiste più sui primi piani dei protagonisti, tutti ben calati nei rispettivi ruoli, che sui particolari dei paesaggi spaziali ad indagare e rivelare ogni minima emozione espressa), prendendolo per mano e accompagnandolo nel “migliore dei mondi possibili”, ovvero al’interno di una dimensione propriamente a portata di ciascun individuo.

Christopher Nolan (Movieplayer)

La ciclicità dello scorrere temporale, se opportunamente contrassegnata dalla rivalutazione di un’interiorità data per dispersa ed ora ritrovata in nome di un’emozione particolare, ma idonea a divenire universale, può rappresentare l’opportuna modalità per definire la nostra esistenza all’interno del cosmo. Ecco allora che quei “loro” dei quali Interstellar paventa l’esistenza, artefici dell’indicazione relativa al nuovo cammino da seguire, non sono altro, almeno questa è la mia personale interpretazione, che l’esternazione di un’ intima necessità, riscoprire la dimensione della nostra essenza più fragile e pura, propulsiva di un concreto progredire verso l’infinito e oltre. Un film da vedere e su cui meditare, col quale, ad avviso di chi scrive, Nolan si conferma, ancora una volta, come uno dei pochi registi a credere nel cinema in quanto tale, considerato nella sua primigenia integrità di implicazione visiva ed affabulazione narrativa.

*Anche titolo di un documentario incentrato su tale evento, 2012, diretto da Ken Burns; Nolan ha utilizzato, d’accordo col regista, alcune delle interviste che appaiono nella parte iniziale del film

* Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso XXXIII, 145


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