Intervista a Caterina Davinio

Creato il 19 novembre 2015 da Leggere A Colori @leggereacolori

Caterina Davinio, dopo la laurea in lettere si è occupata di scrittura e nuovi media come autrice e teorica, con centinaia di mostre e convegni internazionali in molti Paesi del mondo, tra cui sette edizioni della Biennale di Venezia ed eventi collaterali, dove ha collaborato anche come curatrice, le Biennali di Sydney, di Liverpool, di Lione, di Atene, di Merida e molte altre. Tra i pionieri della poesia digitale, è la fondatrice della net-poetry italiana. Sue opere poetiche e saggistiche sono tradotte in inglese.

Ha pubblicato tre romanzi: Sensibilia (2015), Il sofà sui binari (2013), Còlor còlor (1998); per la saggistica: Tecno-Poesia e realtà virtuali  (2002) e, sulla net-poetry, Virtual Mercury House (2012); in poesia i volumi pluripremiati: Fenomenologie seriali (2010), Aspettando la fine del mondo (2012), Il libro dell’oppio  (2012). Fatti deprecabili ha vinto il Premio Tredici 2014.

“Fatti deprecabili” la tua nuova raccolta di poesie e performance, racchiude le tue opere dal 1971 al 1996. Perché questa scelta temporale così specifica? 

Non si è trattato di una scelta, ma di un dato generazionale, in quanto “Fatti deprecabili” raccoglie la mia opera giovanile completa, dalle prime poesie dell’adolescenza, raccolte nei diari di una ragazzina all’inizio degli anni Settanta, fino alla metà degli anni Novanta, in cui ero un’artista elettronica emergente.

Gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, dunque, tre decadi mitiche e ricche sul piano dei cambiamenti culturali, sociali, generazionali, di cui ho vissuto aspetti anche inquietanti, come la droga, l’estremismo politico, un certo tipo di nomadismo, esperienze di vita che sono divenute la mia scrittura quando ancora non sapevo di essere una “scrittrice”, tutto fino a una giovinezza più matura e alla consapevolezza di condurre una ricerca nei linguaggi.

Secondo te, ad oggi, cosa potrebbe essere considerato deprecabile?

Deprecabile è oggi la mancanza di umanità del mondo che ci circonda, attraversato da violenza, lacerazioni. Deprecabile è la nostra incapacità di ascoltare e capire ciò che è diverso da noi. Deprecabile è l’atrocità della storia.

Il titolo non deve trarre in inganno: è stato scelto in modo provocatorio, in quanto un certo perbenismo considera biasimevoli e colpevoli esperienze come quella della droga, dell’omosessualità, dell’estremismo politico, emarginanti e squallide quelle della malattia mentale e della povertà. Il benpensante vede e giudica. Mentre tutto ciò che accade in questo libro, per quanto drammatico, è rivendicato come esperienza tremendamente libera, umana, antiborghese, destabilizzante e fuori dagli schemi.

Il senso è: “ditemi pure che la mia vita è censurabile, io sono un irriducibile, non rinnego nulla e non mi cambierete!”. I fatti narrati sono “deprecabili” non solo a livello di esperienza di vita, ma soprattutto a livello di sperimentazione linguistica, cioè irrecuperabili ai fini di un’estetica scontata, tradizionale, consolatoria della poesia. La mia è una poesia che non blandisce: dà fastidio, vuole sovvertire le certezze.

Il volume ha una suddivisione in cinque parti, il libro dei sogni, il libro del disordine, libro mistico, libro del caos e del risveglio, fuori testo, ci dai una giustificazione di questa scelta strutturale?

Data la vastità del materiale, oltre trecentottanta poesie, e l’ampiezza dell’arco temporale, ho strutturato il contenuto in un ordine misto, tematico e cronologico. Ogni libro coincide semplicemente con una fase della mia vita e con un’evoluzione della poetica.

La prima parte, “Il libro dei sogni”, racchiude testi che risalgono all’adolescenza, ai tempi del liceo, dal 1971 al 1976.  “Il libro dei sogni” è attraversato dalla cultura degli anni Settanta, psichedelica e visionaria, da echi della musica rock dell’epoca, è un succedersi di immagini lucenti, visioni bizzarre, vibrazioni, di coscienza di essere diversi e contro una società che non ti capisce e che non vuoi accettare.

La seconda parte, “Il libro del disordine”, raccoglie poesie dal 1977 al 1986, quindi i tempi dell’università, del movimento studentesco del ’77, dei viaggi, di una giovinezza “dissoluta” che ha attraversato alcol, droghe pesanti, feste, vita notturna, mille risvolti dell’amore, cogliendo il bene e il male di esperienze estreme. Questa fase si conclude nel 1986, anno in cui mi sono sposata per la seconda volta e ho avuto il mio secondo figlio, un anno che coincide con un tentativo di riordinare un’esistenza dispersa in mille rivoli.

Il libro successivo, “Libro mistico”, ci dimostra che non è così, che, raggiunto un certo limite, non è più possibile tornare indietro, ridiventare “normali”, non è possibile ricostituire un ordine ormai perduto per sempre, e il disordine dell’esistenza assume un volto doloroso, di chi ricerca una verità più profonda, mistica, attraversando povertà, malattia mentale, per sfiorare il sacro, per trovare Dio, non un Dio consolatorio, ma un Dio che ci sconvolge e atterrisce, la cui visione rende folli. Gli anni in cui è stato scritto vanno dal 1987 al 1989 e qui il linguaggio si fa asciutto, mira all’essenza.

Il quarto libro, “Libro del caos e del risveglio”, copre i primi anni Novanta, dal 1990 al 1993, anni in cui, a livello fisico ed esistenziale, sono come uscita da un tunnel, sono “guarita”, ho scoperto l’arte elettronica e ho cominciato a curare rassegne in tutta Italia, sono risalita da da una specie di baratro, sebbene fecondo sul piano creativo, per proiettarmi verso l’esterno. Nel “Libro del caos e del risveglio” la rivoluzione si sposta dalla vita ai linguaggi, è il momento in cui percorro le esperienze imparando il piacere di sperimentare con il suono delle parole, il loro ritmo, il momento in cui il linguaggio completa la vita, diventa esso stesso avventura.

Infine la sezione ultima del libro, “Fuori testo”, contiene poche poesie dal 1994 al 1996, quando già sperimentavo pienamente tra video, computer e scrittura; questi testi nascono per essere elaborati in video con l’elettronica o sono comunque contaminati da quelle esperienze.

Dante Maffia che ha curato la prefazione del libro scrive della tua estrosità, del tuo essere sempre fuori delle righe, della tua anarchia che si manifesta nei versi, ti riconosci in queste parole?

Ringrazio Dante Maffia per averlo scritto e mi riconosco, sì, nell’anarchia, anarchia di linguaggi, quanto anarchia nelle esperienze di vita, voglia di sovvertire le regole, di vivere in modo diverso da come la società e una famiglia borghesi ti chiedono di essere, anche se questo significa mettere a repentaglio le proprie certezze, perdere qualcosa e anche rischiare di perdere tutto per ritrovare una dimensione di vita più autentica.


Sono rimasta colpita dalla tua “Preghiera per un piccolo dio lucente”, come è nata questa poesia datata 1972?

Io sono nata nel 1957 e nel 1972 non avevo neppure quindici anni, non ricordo la circostanza in cui è stata creata la poesia, ma posso dirti che tutto emerge da una sensazione, un misto di sacro e di pagano, il fremito sensuale della natura, della notte tutto intorno, e dell’immaginazione, un’immaginazione fresca, adolescente, e per questo più vivida, preziosa. Qualcosa che a quell’età ti rende terribilmente diverso dagli altri.



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