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Intervista a Gianluca Ginoble per Eidos News

Da Il Volo Italian Fan Club @IlVoloFanClubIT

Intervista a Gianluca Ginoble per Eidos News

IL SUCCESSO TRAVOLGENTE NON LO HA CAMBIATO. SA FARSI TRASPORTARE DALLE LUSINGHE DEL PUBBLICO, MA SA ANCHE ANCORARSI AI GIUSTI VALORI: RIMANERE LEGATO ALLA FAMIGLIA, ALLE TRADIZIONI DI MONTEPAGANO E OGGI AL SUO RIFUGIO PERSONALE.

Intervista a Gianluca Ginoble per Eidos News

Sono trascorsi solo otto anni da quella prima
ribalta televisiva di “Ti lascio una canzone”. La
consacrazione planetaria viene confermata in
ogni tournée. A casa tiene in bella mostra la statuetta
di San Remo, sogno irrealizzabile di molti
cantanti di successo. Unisce la spensieratezza di
un ragazzo con la pacatezza di un adulto. Ha mille
idee, sa quello che vuole fare domani e i progetti
futuri sono già pronti per rinnovarsi di continuo.

E’ un po’ come risalire ai principi primi dell’esistenza dell’uomo. L’umanità e il mondo hanno una grande fortuna: vanno sempre avanti e non rimpiangono il tempo che fu, anche se da esso nasce e tutto prende corpo. Ciò che è dietro di noi è qualcosa che non torna, ma che supporta magistralmente il nostro cammino in avanti. Non è un andirivieni nel tempo, ma è un volano chronosologico che si alimenta con una sublime forza contrappositiva. Così il ritorno a quello che eravamo ci porta fino al mondo dell’infanzia di ognuno, predisponendoci alla ricerca del “nido” da cui abbiamo spiccato il ‘volo’ iniziale. C’entra tanto il Pascoli delle piccole entità, genuine e naturali, ma molto più presente in questa riflessione della nostra personalissima linea del tempo è una tradizione che ci viene da lontano: quella dell’oikos greco, cioè della casa come rifugio. Il nostro protagonista è giovanissimo, ma ha dalla sua l’intima appartenenza a un substrato culturale e territoriale che è antico quasi come il mondo. Montepagano è la punta di un iceberg che si muove nella storia e con la sua maestà domina una parte di quell’ambiente conosciuto sin dall’antichità. Gianluca Ginoble ha principi valoriali che affondano le radici nella più autentica tradizione dei nostri luoghi. La famiglia in primis che lo ha assistito costantemente e lo continua a fare, direttamente o indirettamente, evocando i numi protettori di quella casa (per l’appunto le oikoi greche) che sanno tenere unito un nucleo parentale, ricovero dell’intimo di fronte a una vita pubblica che più estesa e globale non si potrebbe. A soli ventidue anni è arrivato dove pochi a livello internazionale possono permettersi di sognare di giungere (“In pochi anni ho fatto ciò che molte persone impiegano più vite per realizzare”, ci confida con il piglio di una persona adulta che guarda il mondo con il giusto angolo di osservazione) e ha sempre tenuto presente il suo appoggio. Sa che è lì, nel punto preciso dove a occhi chiusi ormeggiare la cima, anche nelle notti buie e nei giorni di tempesta. Ecco che il cantante che gira il mondo e che è tra le poche star transgenerazionali, prima di raccontarci una parte recondita di se stesso, ci porta nel suo meraviglioso ritrovo, che sarà pronto fra alcuni mesi, tutto nuovo e tutto antico al contempo. I Greci della saggezza filosofica lo osservano dal mare, che si scruta con incanto dal giardino della sua nuova residenza, capace come poche di dominare tutta la costa Nord del teramano, fino a oltre i confini dello sguardo. Ci affacciamo dal terrazzo e il cielo comunica la presenza degli dei attraverso il cielo striato: la luce del sole penetra nella fitta rete delle nubi e sentenzia il divino. E Gianluca è orgoglioso di quel suo rifugio, che ha già i connotati di un villino terrazzato caldo e accogliente, come i rendering dimostrano. È contento come un bambino e consapevole come una persona matura. Le due qualità di questo ragazzo prodigio sono tutte lì, nel contrasto tra maturità e spensieratezza, tra tradizione e modernità, tra borgo antico e spiaggia moderna. Lo ascoltiamo: così come non è mai banale nelle sue dichiarazioni pubbliche, non lo è nemmeno in questo suo racconto intenso di sé.

Atri e Montepagano, quasi la stessa altezza sul livello del mare – Apro gli occhi per la prima volta ad Atri l’11 febbraio 1995. I miei dovevano decidere di darmi un nome. Ecco che a mio padre venne in mente Gianluca che non solo gli piaceva, ma era un omaggio a un campione del calcio, quel Vialli mondiale che sapeva far gol. È un episodio curioso e tempo fa, con il giornalista Marino Bartoletti, lo abbiamo ricordato e così lui ha telefonato proprio a Gianluca Vialli, con il quale ci siamo sentiti e quanto prima ci incontreremo, per suggellare un’amicizia indiretta che c’è sempre stata. Mio padre Ercole, paganese da generazioni, lavorava nell’ambito dei trasporti di prodotti farmaceutici, mentre mia madre, Eleonora Di Vittorio di Roseto, era una dipendente della Kara-La Perla. Hanno avuto due figli, cioè io ed Ernesto, nato ad Atri il 1° novembre 2000. La mia fortuna è che ho un ottimo rapporto con i miei genitori. Mi seguono in quello che faccio e in modo particolare papà è sempre con me in giro per il mondo. Con mio fratello il feeling è eccezionale. Non solo sa tutto di me, ma mi confido per le scelte più importanti a livello professionale. È stato lui che ha individuato dei brani musicali, interpretati poi con gli amici de “Il Volo”. Ha fiuto e lo vedo in futuro come manager o talent scout.

E suo nonno? Persona straordinaria che mi ha trasmesso, come bandista, l’amore per la musica. In verità ero così piccolo che non ricordo quelle prime apparizioni. È stato lui a raccontarmele. Mi portava con sé e di fronte agli amici, proprio nel centro del borgo, mi faceva esibire con «‘O sole mio», canzone che ho imparato da piccolissimo. Ho respirato sempre quel clima di paese. Sono cresciuto con il forte senso della strada. Andavamo in piazza a giocare a calcio oppure un altro luogo di ritrovo era la pinetina vicino al campanile. Lì giocavamo a nascondino e gli amici di allora li ricordo tutti: Nicolò, Massimo, Valerio, Simone, Samuele, Lorenzo. Oggi mi fa un po’ tristezza pensare che i bambini non giochino più in quei posti, pur se da allora sia passato poco tempo. Quel periodo per me è stato molto importante e anche formativo. Mi sentivo parte del gruppo, ma anche un po’ diverso dagli altri. Alle volte mi isolavo e ascoltavo la musica con le cuffiette e il lettore Cd: mi piaceva farlo. Loro ascoltavano Fabri Fibra, cosa che facevo anch’io, però poi mi dedicavo ad altro. I generi erano i più vari, ma ricordo come preferiti cantanti come Bocelli, Alex Baroni, Giorgia. Non è usuale che un ragazzino ascolti musica del genere, tant’è che i miei amici mi dicevano di smetterla con le cuffiette, ma io continuavo. Non mi hanno mai impartito lezioni di musica per strumento e forse questo oggi mi manca. Ho molte melodie per la testa e vorrei trasportarle sul pentagramma. Ma c’è ancora tempo per prepararmi; vorrei soprattutto imparare a suonare il pianoforte.

L’Asilo, la Materna e le Elementari – Il mio percorso formativo l’ho iniziato a Roseto. Ho frequentato l’Asilo di via Puglia, la Scuola Materna ed Elementare di Montepagano, e poi le Medie della D’Annunzio. I compagni di scuola erano Chiara, Mario, Isabella, Stefania, Eleonora, Raffaella e altri ancora. Di insegnanti ne ho avute diverse come Katia, Rita, Antonella, Lia, Maria, Mara, Diana e tante che non mi dimentico. Ma in quel periodo, soprattutto alle Elementari, ero timido, stato d’animo che mi ricordo benissimo. Una volta, quando in paese già si sapeva che avevo una bella voce, le maestre mi invitarono a cantare. Accettai, ma mi vergognavo così tanto che mi esibii dietro la lavagna, in modo che i compagni non potessero osservarmi, in più con lo sguardo verso il muro. Cosa che oggi mi fa sorridere, però allora era così e questo timore mi faceva diventare completamente rosso in volto. Lì ebbi la mia prima “standing ovation”, con i ragazzi tutti in piedi ad applaudirmi. L’ultimo anno delle Medie l’ho frequentato solo in parte, almeno negli ultimi mesi. Andavo a lezione il lunedì e martedì, per poi trasferirmi a Sanremo. Per il canto ho sempre trascurato un po’ lo studio scolastico. Passavo più tempo ad ascoltare la musica che a leggere i libri. Gli insegnanti, vedendomi con lo sguardo fisso, mi dicevano a cosa stessi pensando. Non lo dicevo, ma la mia testa era già alle cose che dovevo fare nel pomeriggio, tra Cd, musica e prove di canto.

Inizia il periodo del coro –  Mi aggregai al “Piccolo Coro delle Rose” diretto dalla maestra Susy Paola Rizzo. Mia madre mi spinse a farlo, perché conosceva delle sue colleghe con i figli già iscritti. Mi sentivo bene con quei ragazzi e cominciai a emergere, anche se il mio spirito era molto indipendente. In pratica non mi andava di essere una delle voci, poiché pensavo a cantare da solo, l’unico modo che avevo per esprimermi al massimo. Ma già nel coro mi davano uno spazio tutto mio, facendomi interpretare brani di Alex Baroni o di Andrea Bocelli. Cominciai ad essere chiamato in alcune manifestazioni di piazza. In quel momento ho dovuto sconfiggere la mia timidezza e affrontare il pubblico, pur se con qualche defaillance. Una volta, d’estate, ero di fronte al Lido La Lucciola di Roseto con tanta gente. Sul palco stavo insieme a una ragazza. Cominciai a cantare e a un certo punto dimenticai le parole. Non ce la feci ad affrontare tutto quel pubblico, così scesi dal palco e andai tra le braccia di mia madre, che fu brava a consolarmi. Non risalii, in quanto sapevo di aver sbagliato e dovevo in qualche modo punirmi. Sono stato, e lo sono tuttora, molto severo con me stesso. La stessa cosa mi accadde giocando a calcio. Ero bravino e militavo con i pulcini. Sbagliai un gol facilissimo a porta vuota e non accettai il mio errore. Così uscii dal campo, nonostante l’allenatore Irmo Marini mi invitasse a rimanere. Ebbi un gesto d’ira pure per una sostituzione a Gubbio. Mister Gino Di Nicolantonio e il dirigente Camillo Cerasi, che erano in panchina, si ricordano dell’accaduto. Tuttavia quelle esperienze mi hanno fatto crescere e mi hanno portato a pretendere il massimo dalle cose che faccio. L’impegno per me è importante.

E venne la televisione – Papà faceva di tutto per darmi la possibilità di esibirmi nelle locali manifestazioni e cominciò a circolare la voce che a Montepagano c’era un bambino dalla voce straordinaria. Nel 2008 era partito un nuovo show televisivo di Raiuno “Ti lascio una canzone” condotto da Antonella Clerici. Vi si esibivano i bambini e ragazzi dai 10 ai 16 anni, così nel 2009 feci le preselezioni e fui subito preso. In questa fase conobbi il regista Roberto Cenci che, ascoltatomi per la prima volta, disse a mio padre: “Questo ragazzo è stato baciato da Dio alla nascita”. Ci vide subito e così andai a Sanremo. Mi emoziono ancora nel ricordare la prima volta che entrai all’Ariston e se penso che dopo sei anni avrei vinto il Festival della Canzone Italiana mi vengono ancora i brividi. Mi imposi ripetutamente e insieme a me si misero in mostra anche due ragazzi siciliani, Piero Barone e Ignazio Boschetto. Al regista Cenci venne in mente, in una di quelle sere che avevano un seguito stratosferico con punte anche di 10 milioni di spettatori, di farci cantare insieme, così venne fuori l’idea della Clerici di chiamarci i “Tenorini”, appellativo che ci portammo dietro per parecchio tempo. In pratica pensarono a dei Bocellini, degli Albanini e dei Claudio Villini in erba, che potessero avere successo e così fu. Dopo venne il tempo di percorrere una nostra strada autonoma con originalità: nacque “Il Volo”, che ci ha lanciato a livello planetario.

Com’è il suo rapporto con i compagni di cordata Piero Barone e Ignazio Boschetto? Ottimo, perché sappiamo quali sono i nostri spazi. Alcune volte possiamo avere anche delle idee diverse, ma poi è sempre il gruppo che prende il sopravvento e in questo siamo molto uniti. D’altronde ci legano tournée mondiali che hanno fortificato le nostre conoscenze reciproche. Sono anni che stiamo insieme, da quando cominciammo in quel 2009. Prima ho detto dell’Ariston, ma non scordo nemmeno “Il mare calmo della sera”, cantato davanti ai miei genitori in prima fila. Mi dissi, con tutta quella gente e con la diretta televisiva, “viviamocela” e da allora sto vivendo questa bella esperienza. Tornando al nostro gruppo, successe che Roberto Cenci chiamò Tony Renis in America e Michele Torpedine: loro presero subito a cuore il nostro talento. Nacquero contratti discografici con l’importante Geffen Records e poi le promozioni e tour mondiali. Il primo disco uscito nel 2010 è stato tra i “top ten” in oltre sessanta Paesi. Da lì scaturirono le nostre nomination al Grammy Awards e i concerti in tutte le capitali mondiali. Torpedine in tutto questo è stato il nostro pigmalione, che ha creduto in noi e continua a farlo con successo.

Le esperienze mondiali l’hanno cambiata? Credo di no, perché sono rimasto con i piedi per terra, legato molto alla famiglia, a mio nonno, che è l’amore della mia vita, e al mio borgo natio. È vero che ho visto molte cose in giro: lo stupore dei grattacieli di Miami quando arrivammo la prima volta con l’aereo, i vari incontri importanti, il doversi adattare all’etichetta dei grandi eventi, in cui comportarsi in un certo modo è fondamentale. Nonostante tutto ciò, non mi sento di essere cambiato. Sono per certi versi un lupo solitario, che ha bisogno dei suoi spazi intimi, anche se poi mi piace stare con gli altri e divertirmi. Mi ritengo socievole e perciò lego con molte persone, tuttavia di amici veri ne ho pochissimi, perché non è facile essere in sintonia con gli altri, se non con chi si conosce veramente. Apprezzo, quando vado al supermercato, essere riconosciuto: significa che sono nel cuore della gente. D’altronde mi piace salutare tutti quelli che conosco e scambiare con loro quattro chiacchiere. Montepagno e i suoi coetanei.

Quali riflessioni le suscitano? Il borgo dove sono nato dovrebbe fare di più per rilanciarsi. Il posto è incantevole, ma attualmente lo vedo spento. Anche Roseto non sfrutta il suo grande potenziale. Ho girato molte famose città di mare, ma nessuna è bella come la nostra. Però occorre fare di più, migliorare le strutture ricettive con alberghi di lusso e creare manifestazioni che portino personaggi importanti e un turismo più qualificato. Sui miei coetanei dico che quello attuale è un periodo molto problematico, ma i primi a reagire dobbiamo essere noi giovani. Bisogna fare di tutto per realizzare i propri progetti, così almeno da poter dire “ci ho provato”.

Mente lucida, idee chiare. Per interrompere il flusso di pensieri, il nostro protagonista si alza e prende dei dolci. “Li ho fatti io – ci dice – insieme a mamma”, aggiunge dopo. Ed ecco di nuovo la famiglia che fa capolino nelle sua vita. Le ultime battute le dedica entusiasticamente a delineare, a caratteri generali, le novità che aspettano “Il Volo” nella prossima stagione. “Saranno cose rivoluzionarie”, spiega ancora con un sorriso di soddisfazione stampato sul suo viso. È la stessa espressione di quando ci ha accolto e ci ha mostrato il suo futuro nido pascoliano decantato nel “Gelsomino notturno”. Con chi lo dividerà? Questo ancora non è dato saperlo.

Fonte: Eidos News – William Di Marco



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