Intervista a Stefano Tummolini, il traduttore di Stoner di John Williams

Creato il 27 febbraio 2015 da Viadeiserpenti @viadeiserpenti

di Emanuela D’Alessio

Stefano Tummolini

Ho conosciuto Stefano Tummolini alla libreria Pagina 348 in un incontro sulla traduzione. Tummolini è, tra l’altro, il traduttore di Stoner di John Williams, ripubblicato da Fazi nel 2012. Un libro che abbiamo amato molto. Qui le nostre recensioni.

Stefano Tummolini, classe 1969, oltre a lavorare come traduttore, ha collaborato alla sceneggiatura di alcune serie tv (Distretto di polizia, Il bello delle donne, Tutti pazzi per amore) e film per il grande schermo, tra cui Il bagno turco di Ferzan Ozpetek. Ha realizzato vari cortometraggi. Nel 2008 è uscito il suo primo romanzo La guerra dei sessi (Liberamente editore) e nel 2014 ha pubblicato per Fazi Un’estate fa.

Leggendo le tue note biografiche scopriamo che la traduzione non è il tuo unico mestiere. Hai scritto sceneggiature per la televisione e per il cinema, hai fatto il regista, hai scritto racconti e un romanzo. Qual è la tua vocazione?
Sono molto pigro, temo che la mia vocazione più profonda sia l’inerzia. Forse la regia è la mia vera passione, perché tra quelle che svolgo è l’attività più completa: anche se è tremendamente faticosa e soggetta a mille costrizioni. Il lavoro dello sceneggiatore è più comodo, non hai mai l’ultima parola e questo in qualche modo ti deresponsabilizza. La letteratura mi ha dato più soddisfazione e più libertà, ma credo di non essermici ancora impegnato abbastanza.

Concentriamoci sul mestiere di traduttore. Come si diventa traduttori? E per quanto riguarda la tua esperienza, quando hai deciso di intraprendere questo mestiere?
Ai tempi della laurea ricordo di aver fatto qualche prova di traduzione per delle case editrici – senza mai ricevere offerte di lavoro. Poi una mia amica mi disse che Fazi aveva bisogno di qualcuno che revisionasse la traduzione di un romanzo di Thomas Hardy, The woodlanders. Così ho incontrato Laura Senserini, storico capo-redattore della casa editrice, che mi ha messo sotto contratto. La revisione si è poi trasformata in una traduzione ex-novo, che ancora oggi credo sia la migliore che ho fatto. Il titolo italiano è Nel bosco.

Sebbene in Italia gran parte dei libri pubblicati siano di autori stranieri, il mestiere del traduttore non è particolarmente valorizzato soprattutto dal punto di vista economico. Perché secondo te?
I libri si vendono poco, a parte rare eccezioni. Immagino che questa sia la ragione principale. È anche vero che alcuni editori se ne approfittano, proponendo ai traduttori compensi da fame.

C’è differenza, secondo te, tra imparare a tradurre e imparare a essere un traduttore?
Beh, io ho imparato a tradurre ai tempi del liceo. Ho fatto il classico, ricordo che ero piuttosto bravo sia in greco che in latino. È stato in quegli anni che ho cominciato a ragionare come un traduttore, cioè a destrutturare un testo per capire come funziona, e a ricostruirlo nella mia lingua. Ovviamente questo non basta a fare un buon traduttore. All’epoca non mi impegnavo molto a restituire lo stile dei singoli autori che traducevo. La mia sola preoccupazione era quella di capire il significato dell’originale e di renderlo in un italiano corretto. Col tempo ho imparato anche a individuare, attraverso il testo, la specificità degli autori, sia in termini linguistici sia poetici.

Norman Gobetti, traduttore di autori come Philip Roth, Martin Amis, Aravind Adiga e molti altri, ha dato una definizione a mio parere poetica dei traduttori. «I traduttori sono ladri innamorati». Che cosa ne pensi? Tu come definiresti il traduttore?
Non mi riconosco in questa definizione. Per me un traduttore è prima di tutto un lettore attento, più attento della media. E poi uno scrittore, che conosce le risorse della propria lingua, e le mette al servizio del lavoro di un altro. Con grande amore – questo sì – e spirito di abnegazione.

Che cosa è più importante per un traduttore: conoscere la lingua di origine o la lingua di arrivo?
Direi entrambe, più o meno in ugual misura.

Thomas Hardy

Qual è stato il tuo primo autore tradotto? E come è andata?
Thomas Hardy, come dicevo prima. Nel bosco è un romanzo incantevole e struggente, un classico che stranamente non era mai stato tradotto in italiano. Difficilissimo da tradurre, peraltro – sia sotto l’aspetto lessicale sia stilistico. La prosa di Hardy è quasi lirica, ricordo che potevo stare un pomeriggio intero su una frase senza venirne a capo. Non perché non capissi il significato, ma perché non riuscivo a restituirlo al meglio. È stata un’impresa quasi eroica, anche perché avevo dei tempi molto stretti. Ricordo di aver pianto per la fatica, qualche volta. Ma poi la soddisfazione è stata immensa.

Qual è stato per te l’autore più difficile e il più amato? E perché?
Sempre Hardy, il più amato e il più difficile. Ho amato molto anche Williams. E poi Fat City di Leonard Gardner. E Eyrie di Tim Winton, che sto traducendo adesso.

Hai tradotto i libri di John Williams tra cui il celebre Stoner, un caso editoriale postumo. Ci vuoi proporre un brano che ti è particolarmente piaciuto, o che ti è risultato particolarmente difficile, spiegandoci anche il perché?
Citerei l’incipit di Stoner, così asciutto e evocativo: «William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956».
Adoro l’essenzialità di Williams. Come iniziare il romanzo di una vita? Con il nome e il cognome del protagonista! Non ho incontrato particolari difficoltà a tradurre i suoi testi, perché la sua prosa è molto classica, e apparentemente semplice. Immagino che lavorasse tanto per ottenere quest’effetto di semplicità. Ricordo che all’inizio, per cercare di restituire l’eleganza di certe frasi, tendevo a fare delle circonvoluzioni – complicando leggermente l’originale. E puntualmente dovevo fare un passo indietro, perché la semplicità funzionava meglio anche in italiano. È una cosa strana, che non mi era mai successa prima. Di solito, se si è molto fedeli all’originale, ci si ritrova a scrivere in uno strano italiano – specie quando si traduce dall’inglese. Nel caso di Williams invece non è stato così: era come se tutta la fatica per arrivare all’essenziale, al cuore delle cose e delle parole, l’avesse già fatta lui.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro e quali le modalità? Fai una prima stesura completa, procedi per capitoli? Quanto tempo ti serve per tradurre un romanzo?
Prima traducevo pagina per pagina, per non guastarmi la sorpresa della lettura. Poi ho capito che non era affatto pratico, anzi un po’ idiota, perché mi toccava ritornare indietro e aggiustare continuamente il tiro. Ora leggo prima tutto il romanzo, e poi traduco mantenendo una certa media di pagine al giorno – in genere quattro o cinque, a seconda della difficoltà del testo. Sono molto accurato fin da subito, non traduco all’impronta o grossolanamente, per poi tornarci su. In genere quando rileggo va già tutto bene.

Nel caso di traduzioni di autori contemporanei, sei mai entrato in contatto con qualcuno di loro? Hai qualche aneddoto da riportare?
Ho conosciuto Guillermo Arriaga, gli ho fatto anche da interprete in varie occasioni. È un uomo brillante e amabile, ma anche vagamente inquietante. Percepivo qualcosa di oscuro in lui, una sorta di violenza latente, forse il residuo di un’adolescenza tormentata. E poi ci assomigliamo fisicamente, altra cosa strana. Ho una sua foto in cui mi ricorda moltissimo mio padre.

Che cosa consiglieresti a un giovane che ha deciso di intraprendere questo mestiere?
Di individuare un testo inedito che gli piace e di proporlo ad un editore, insieme ad una prova di traduzione. Credo sia il modo migliore per farsi conoscere.

Hai scoperto o vuoi proporre un nuovo autore che vorresti far conoscere al pubblico italiano?
Finora non mi è mai capitato. Sempre per pigrizia, immagino.

Che cosa c’è da leggere sul tuo comodino?
Sottomissione di Houellebecq, L’ultima estate di Cesarina Vighy e una raccolta di racconti italiani degli anni sessanta.


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