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Intervista ad Anthony Julien Tamburri, direttore del John D. Calandra Italian American Institute

Creato il 11 febbraio 2013 da Sulromanzo

Anthony Julien TamburriAnthony Julian Tamburri dirige a New York il John D. Calandra Italian American Institute, il più importante centro di studi italoamericani negli Stati Uniti. Cavaliere della Repubblica per meriti culturali, è autore di innumerevoli articoli e di undici libri, fra cui Of Saltimbanchi and Incendiari: Aldo Palazzeschi and Avant-Gardism in Italy (Fairleigh Dickinson UP, 1990); To Hyphenate or not to Hyphenate: the Italian/American Writer: Or, An “Other” American? (Guernica Editions, 1991); e Semiotics of Re-reading: Guido Gozzano, Aldo Palazzeschi, and Italo Calvino (Fairleigh Dickinson UP, 2003), tradotto e pubblicato nello stesso anno in Italia da Franco Cesati editore, Firenze. È curatore del best seller From The Margin: Writings in Italian Americana (Purdue UP, 1991; 2nd edition, 2000), assieme a Fred Gardaphe e Paolo Giordano, con i quali ha fondato la casa editrice Bordighera Press.

 

Prof. Tamburri, che cosa sanno gli Italiani della cultura italoamericana?

 

Secondo me, gli Italiani sanno ben poco della cultura “italiano/americana”. Perdoni il neologismo, ma preferisco un termine che rispecchi in modo completo e rispettoso le due culture. Come ho già spiegato in un mio libro [Una semiotica dell’etnicità, Cesati, 2010] i motivi per coniare un nuovo vocabolo sono due: “Innanzitutto, noi negli Stati Uniti non adoperiamo mai termini storpiati quali ‘italo-americano’ (Italoamerican), ‘afro-americano’ (Afroamerican) e via dicendo (magari soltanto per iscritto a volte); si è quasi sempre adoperato il binomio coi due termini interi. Secondo, passando pertanto al livello metaforico, non è da scartare che l’accorciamento se non proprio la storpiatura del primo termine del binomio rifletta una specie di sottovalutazione, volente o nolente, da parte della cultura ospitante (si legga pure ‘dominante’) di questo stesso primo termine, il quale segnala il retaggio socio-culturale dell’individuo.”

 

Un esempio di questa discriminazione culturale italiana nei confronti  degli Italiani d’America?

 

Qualche anno fa una rivista italiana, Ácoma [n.31, inverno 2005, a cura di Sara Antonelli e Cinzia Scarpini] ha dedicato un numero speciale alle letterature degli Stati Uniti, quelle letterature definite “etniche”: ovvero, e cito dalla rivista, “La letteratura degli afroamericani”, “La letteratura indianoamericana”, “La letteratura asiaticoamericana”, “La letteratura ebreoamericana”, “La letteratura dei Latinos”. Ma una categoria di  letteratura “italiano/americana” non viene affatto menzionata.

 

Quali sono le conseguenze?

 

Numerose, direi. Escludendo qualsiasi riferimento all’esistenza di uno scrittore “italiano/americano” entro quel panorama culturale caleidoscopico che è appunto l’America del Nord, non si può che impedire, e voglio adoperare le stesse parole delle due curatrici del numero, “una fruizione e una comprensione più completa delle letterature e delle culture nordamericane” –  e si sopprime al contempo uno sviluppo e un possibile discorso sull’artista italiano/americano (sia esso scrittore, cineasta, pittore, eccetera) all’interno del mondo italiano di americanistica. Questo, almeno, dal punto di vista letterario e/o culturale.

Dal punto di vista del settore storico, d’altro canto, si trova una serie di studiosi che hanno dedicato tanto tempo alla storia dell’Italiano all’estero. Mi vengono subito in mente nomi quali Martellone, Franzina, Luconi, Tirabassi, Pretelli e via dicendo.

 

Quando uno scrittore può definirsi italoamericano?

 

Innanzitutto, dal punto di vista critico non sta allo scrittore definirsi. Dal momento in cui l’autore consegna il suo manoscritto all’editore, il libro che si stamperà non sarà più suo; apparterrà a quella comunità interpretativa che, da quel momento in poi, deciderà che tipo di libro è. Adesso, questo non vuol dire che l’aspetto biografico dell’autore non abbia la sua importanza. È importante per il lettore, che in questo modo ha la possibilità di assegnare, volendo, una definizione etnica al libro. Ho fatto questa premessa perché la questione etnica non è sempre facile da constatare. Ma cerco di risponderle con la massima precisione: se i temi dell’opera sotto esame sono esplicitamente italiani e/o italiano/americani, tale scrittore è, almeno in questo caso, un autore italiano/americano. Tuttavia non si può dipendere, nella valutazione, soltanto da temi principali e/o espliciti. A volte sono quei segni secondari se non terzi che conferiscono all’opera una definizione di questo o quel tipo. Vale a dire, dobbiamo sempre prendere atto di tutta l’opera in questione; quelle immagini (“segni”), si direbbe nel mondo visuale, sia centrali che marginali, cioè nei margini del testo.

 

Ma allora Don DeLillo e il premio Pulitzer Richard Russo possono definirsi scrittori italoamericani, pur essendo quasi nulla la presenza di temi italoamericani nei loro libri?

 

L’espressione fondamentale nella sua domanda è, appunto, quel “quasi nulla”. Se non ci sono temi prettamente italiani, al centro o ai margini, ci possono essere temi più generali che, nonostante la loro generalità, sono temi soventi nelle opere degli scrittori italiano/americani. A questo proposito ho in mente quei temi che si associano facilmente con qualsiasi gruppo al di fuori della cultura dominante ovvero il mainstream: altri gruppi etnici, la classe operaia, e così via.

John D. Calandra Italian American Institute

 

 

Qual è il ruolo del John Calandra Italian American Institute?

 

Il ruolo del John Calandra Italian American Institute è multiforme. Ma si potrebbe dire che la missione primaria dell'Istituto Calandra è di servire come centro culturale e intellettuale, (a) stimolando l’approfondimento della cultura italiano/americana attraverso ricerche, borse di studio, programmazioni pubbliche, mezzi di comunicazione quali il bollettino e il programma TV Italics, servizi di counseling agli studenti, lo studio all'estero e, in definitiva, (b) riunendo una comunità di studiosi che possono concentrarsi e migliorare l’esperienza degli Americani Italiani sia all’interno che al di là della comunità italiano/americana.

 

Bordighera Press, la casa editrice fondata da lei, Fred Gardaphe, e Paolo Giordano, dedica diverso spazio alla letteratura italoamericana. Quale vostro scrittore non ancora tradotto consiglierebbe a un editore italiano, e perché?

 

Ce ne sono parecchi, senza dubbio. Ma se si dovesse parlare di uno scrittore la cui opera esprime esplicitamente, e in modo assai adeguato, il mondo italiano/americano, due vengono subito in mente: More Italian Hours, racconti di Helen Barolini, e Sled Run, un romanzo di Ross Talarico.

 

Bordighera Press offre anche un considerevole spazio alla letteratura italiana in traduzione: quali sono i testi italiani che hanno ricevuto migliore accoglienza dal pubblico americano?

 

Abbiamo pubblicato un bel numero di traduzioni dall’Italiano. Per quanto riguarda la letteratura, sia in prosa che in poesia, i nomi sono alquanto noti: fra quelli degli ultimi cent’anni ci sono Gianfranco Angelucci, Giuseppe Bonaviri, Paolo Ruffilli, Gina Lagoria, Dino Campana, Raffaello Baldini, Marco Paolini, Franca Rame, ed Elena Pianini Belotti. Due scrittrici, inoltre, di secoli fa sono Francesca Turini Bufalini ed Isabella Morra. E fra la saggistica troviamo Dacia Maraini, Pino Aprile, Lorenzo Del Boca, e Piero Bassetti.

 

Qual è il vostro best-seller?

 

Il nostro bestseller è una traduzione dall’inglese del saggio “La questione meridionale”, di Antonio Gramsci. È un piccolo libro, non più di 60 pagine. Un altro libro che si è venduto molto bene, esaurito in soltanto sei mesi, è una raccolta di saggi, Chiaroscuro, ancora di Helen Barolini.

 

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