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Intervista ad un degustatore sentimentale

Da Iltaccuvino
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Le recenti feste mi hanno dato l’occasione di rincontrare un amico, oltre che una delle persone che più ha inciso sul mio percorso di degustatore. Parlo di Francesco Falcone, in uscita proprio in questo periodo con un nuovo libro tutto suo, “Intorno al vino, diario di un degustatore sentimentale” edito per i tipi di Quinto Quarto. Imperdibile l’occasione per trarne una chiacchierata da condividere qui sul mio spazio digitale. Come è giusto condividere un buon vino, così trovo bello condividere questa intervista, intima ed amichevole.

Francesco, “intorno al vino” ci siamo conosciuti, e tu hai costruito la tua vita. Ma nel libro racconti anche come hai incontrato il vino? Come è nata la tua passione?

Frequento il vino fin da ragazzo, ho iniziato a lavorare presto, bevevo vini importanti già a meno di vent’anni, ma per molto tempo è stato un rapporto a senso unico, senza una particolare intesa. Per me si trattava di lavoro e di studio. Solo attraverso i viaggi, i vignaioli, i maestri, gli incontri, l’amore, insomma le persone, il mio rapporto con il vino è cambiato, perché le persone fanno sempre la differenza. Si dice che siamo la somma delle persone che incontriamo e in questo libro parlo delle persone che ho incontrato, di cui mi sono nutrito. Parlo anche di vino, certo, ma molto più di persone. E di luoghi animati da tante persone a cui voglio bene. Nel frattempo ho imparato a prendere le distanze, non le misure ma le distanze, dal vino. Perché il vino possa raccontarti qualcosa, occorre accettare che la sua indole è quella di conservare la misteriosità delle cose solo sfiorate.

C’è un tema che ti sta a cuore particolarmente nel libro?

È un libro che racconta la mia fortuna, perché il vino mi ha dato molto di più di quanto io abbia dato a lui, senza alcun dubbio. E nel mio piccolo ho provato a risarcire il vino dedicandogli un libro di sentimenti. Un libro che gira intorno al vino perché ne parla con rispetto, come deve essere, quando di mezzo ci sono i sentimenti. Sentimenti che mi piace condividere. Un vecchio detto africano racconta che se vuoi andare forte devi correre da solo, ma se vuoi andare da qualche parte, allora devi andarci insieme agli altri. Io sono stanco di correre da solo e ho capito che condividere è più bello, molto più bello.

Spesso parlare di vino significa parlare anche di un viaggio, che sia fisico, nei luoghi di origine, o che sia mentale, per gustarlo e conoscerlo pienamente attraverso sensi ed emozioni. C’è un viaggio (concreto o meno) che ancora aneli ma non hai compiuto?

Andrò in Sudafrica a breve, un sogno che si realizza dopo anni: c’è stato di recente un mio caro amico, Roberto Tesei, e me ne ha parlato con la pelle d’oca perfino sulla lingua. Poi vorrei conoscere a fondo il Portogallo, un Paese che adoro attraverso la letteratura e che desidero vivere con i miei occhi. Infine ti confido che mi sarebbe piaciuto sposarmi in Jura, un luogo magico per i miei sensi. Ho amato davvero solo una donna nella mia intera esistenza ed è con quella donna, in un’altra vita, che vorrei sposarmi lì, in estate, tre le mucche, l’odore di erba medica e la fatamorgana delle Alpi sullo sfondo, bevendo i vini di quel genio di Ganevat, ideali per quella cucina così generosa di sapori. Ma temo che un’altra vita non ci sarà (ride), allora suggerisco un viaggio da quelle parti a chi si ama. E a chi intende mangiare, bere e soggiornare con la gioia nel cuore.

Dacci cinque parole essenziali per vivere “intorno al vino”. 

Accettazione, Bellezza, Empatia, Sapere, Viaggio. Proprio alle parole vorrei dedicare uno dei miei prossimi libri. Ho sempre molto amato le parole, per questa ragione ho un debole per i degustatori che sanno adoperarle al meglio, penso a Sandro Sangiorgi e Armando Castagno, ad esempio. Ma anche a Paolo De Cristofaro, a Giampiero Pulcini, a Giampaolo Gravina, a Fabio Rizzari, a Lucio Fossati e a Giancarlo Marino.

Nel libro parli molto di persone incontrate intorno al vino appunto. Intendi paragonare l’incontro col vino a quello tra persone? (nel caso ti appoggio).

All’incirca funziona così, perché la degustazione è per me sinonimo di conoscenza. Solo che per conoscere un vino occorre un di più di  immaginazione, di creatività e perfino di follia, visto che le sue parole sono le nostre, e le nostre le sue. Il vino oltretutto è bevanda egocentrica, capricciosa e imprevedibile per antonomasia, e dunque necessita di attenzioni, di tempo e di lunghe attese. E quelle attese occorre riempirle di pensieri e di sentimenti.

Chi scrive sa che un’opera nasce da un’esigenza personale. Qual era la tua? E quale la prossima?

Negli ultimi tre anni ho fatto altro rispetto a ciò a cui ero abituato: non c’era più Enogea, non c’era più la Guida de l’Espresso, e allora ho avuto più tempo per approfondire aspetti di maggiore intimità nel mio rapporto intorno al vino. In questi anni sono cambiato come uomo e come degustatore e il libro raccoglie queste riflessioni attraverso tanti racconti che spero possano piacere a chi avrà voglia di leggerli. La prossima tappa invece è continuare a lavorare, senza una meta, lavorare e basta, l’unica cosa che so fare, credo.

Intervista ad un degustatore sentimentale
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Come vedi la comunicazione del vino oggi? Quale dovrebbe essere secondo te il focus di chi scrive o parla di vino?

Intanto mi piace pensare a un mondo di divulgatrici, non solo di divulgatori. Le mie lezioni sono piene di donne in gamba, di assaggiatrici sensibili e trovo non plausibile che le degustatrici del vino affermate in Italia siano ancora così poche, benché spesso bravissime come Ciancaglini, Ciancio, Coluccia, Gigatti, Giovoni, Guerini, Guiducci, Piubello e Valentini. E non credo esista un focus ideale su cui insistere: il vino è materia così articolata, talmente vasta, che ciascuno può approfondirne degli aspetti specifici, assecondando la propria natura di interprete.

Il vino contemporaneo esiste?

Per quanto mi riguarda continuerò a suggerire a chi mi segue di bere tutto, tutto, senza soluzione di continuità. La contemporaneità non si costruisce a tavolino, ma si cerca, si interpreta, si racconta. Alle poche persone che mi seguono, dico che un buon vino deve possedere il ritmo (proprio come un buon pugile) e che il ritmo non te lo dà l’acidità, il tannino o una bassa gradazione alcolica, ma il sale e l’armonia degli elementi. Ho bevuto vini imponenti di ritmo superlativo e vini piccoli statici come mummie: non contano le dimensioni. Il vino contemporaneo non esiste, esistono i vignaioli e gli assaggiatori contemporanei.

Sei soddisfatto del tuo lavoro? 

Sono maturato tardi, come uomo e come professionista. Ho perduto troppo tempo a far pace con me stesso. Credo di avercela fatta: oggi riesco a gestire tormenti e inquietudini, un tempo ne venivo travolto, letteralmente  travolto. Ci sono molte cose che ho fatto di cui mi pento, sono stato violento perfino con chi amo e pur tuttavia non ho mai smesso di credere che dal male nasce il bene, se c’è la volontà di migliorarsi. Come degustatore non sono granché, conosco centinaia di degustatori più in gamba di me, invece sono diventato un buon padre in questi anni, e di questo traguardo ne vado fiero. Da padre ho imparato che ai figli non servono prediche, ma amore e credo sia più o meno così anche col vino.

Il libro “Intorno al vino, diario di un degustatore sentimentale” di Francesco Falcone sarà nelle librerie (distribuzione Mondadori) a partire dal 15 gennaio. Per informazioni scrivere direttamente all’autore: [email protected] 

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