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Io e Ernest, Pivano-Hemingway sul filo dell’amore, di Guido Guerrera – Recensione

Creato il 05 marzo 2018 da Rivista Fralerighe @RivFralerighe

“C’è chi crede che uno scrittore si metta al lavoro con la gaiezza di una fanciulla che va a cogliere margherite in un prato e poi scribacchia con la passione dell’amore versi su un taccuino, rossa d’eccitazione per quelle parole che sgorgano da sole fluviali. Il destino di chi scrive per professione è profondamente diverso, Nanda, questo tu lo sai bene. Te la devi vedere spesso con quel foglio bianco che non vuole saperne di riempirsi di cose buone e sensate. Ed è ancora peggio quando credi di aver lavorato bene e poi, rileggendo, provi disgusto (…). In ogni caso la mia regola e quella di togliere e togliere ancora. Una buona potatura fa in genere fiorire anche la pianta più misera e stentata. Altro che ispirazione e spontaneità. La semplicità è la cosa più difficile da rappresentare, e ciò che sembra facile è solo un’illusione dietro alla quale sta una grande fatica, come quella di un equilibrista che sembra disinvolto sul filo, mentre volteggia e canta” (pg.62 e 63).

Io e Ernest, Pivano-Hemingway sul filo dell’amore, di Guido Guerrera – Recensione

Si tratta di una delle riflessioni che l’autore di questo romanzo, Guido Guerrera, affida a Ernest Hemingway nel corso degli incontri che egli ebbe con Fernanda Pivano, traduttrice italiana del famoso premio Nobel

Nella biografia dell’autore, scrittore e giornalista, si legge delle numerose opere e iniziative dedicate a Hemingway, tanto che la stessa Fernanda Pivano lo riconosce come uno dei massimi esperti del grande scrittore americano.

Il libro di cui parliamo oggi è incentrato proprio sul rapporto che legò Papa (così lo chiamava lei) alla sua giovane traduttrice, Nanda (così la chiamava lui), attraverso una carrellata di ricordi personali affidati proprio a lei, io narrante della storia.

Ne esce un ritratto intimo dell’autore di Il vecchio e il mare che mette in luce le passioni (per la Spagna e le sue corride, per i Safari africani, per la pesca e per l’Italia), l’amore sanguigno per le tante donne della sua vita e quella fragilità emotiva, intuibile già negli eccessi degli anni d’oro e che poi lo porterà ad impazzire e a uccidersi.

Il progetto che è alla base di questo romanzo, sotto questo profilo, è molto interessante, perché si pone l’obiettivo di raccontare l’uomo, prima ancora del grande scrittore. 

Alcuni passi, come quello che ho voluto riportare nell’incipit di questo articolo, così come quelli che raccontano il rapporto tra Hemingway e i divi di Hollywood (in primis Spencer Tracy, protagonista della riduzione cinematografica di Il vecchio e il mare, ma anche Marlene Dietrich e Ava Gardner) o con i famosi toreri Dominguín e Ordóñez, valgono certamente la lettura di questo romanzo che ha il pregio di rendere giustizia a una personalità certamente complessa.

Io e Ernest, Pivano-Hemingway sul filo dell’amore, di Guido Guerrera – Recensione

Guerrera conferma di avere mestiere componendo un’opera ben scritta, seppure a tratti ridondante, capace di raccontare una storia, nonostante la scelta di non seguire un ordine cronologico degli eventi ma piuttosto il filo frammentario che caratterizza i ricordi.

Tuttavia, l’operazione compiuta dall’autore non mi ha del tutto convinto.

Come detto, l’opera si presenta come un romanzo. Di fatto, il punto di vista scelto è quello di una giovane Fernanda Pivano che, tuttavia, non è l’autrice dell’opera.

Non è, pertanto, né un’autobiografia di Nanda, né una biografia di Hemingway. Questa scelta narrativa lascia un po’ confusi, soprattutto nell’affrontare i dialoghi tra i due protagonisti che, per quanto probabilmente frutto dei racconti della Pivano all’autore, restano sospesi fra il vero e il verosimile.

Il romanzo può, forse, intendersi come una particolare biografia della Pivano, per quanto la stessa assuma l’inusuale ruolo di narratore, pur non essendolo realmente. Una biografia costruita come un’autobiografia che, inoltre, si concentra solo sull’incontro con Hemingway.

Resta la sensazione di un’operazione narrativa non del tutto riuscita e che di fatto non soddisfa.

Annalisa De Stefano


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