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Ipocondria e patofobia: differenze in chi ha paura delle malattie e strategie

Da Psicologomilano @psicologimilano

“Una malattia immaginaria è peggio di una malattia”
(Proverbio Yiddish)

 

Ipocondria e Patofobia

Ipocondria: l’ascolto continuo dei sintomi

Tutti noi abbiamo sentito parlare di ipocondria. Pensate che oggi risulta essere uno dei disturbi più diffusi.

Sicuramente è normale essere preoccupati del proprio stato di salute o allarmarsi di fronte a quei sintomi evidenti che, magari, ci disturbano. Ma questo può essere considerato normale e naturale se presente fino ad un determinato limite. Diviene invece un vero e proprio disturbo quando il soggetto è ossessionato dalla propria salute e ogni minimo sintomo è percepito con malessere.

Attraverso una ricerca è stato osservato come nel 2017 il termine più cliccato in Italia sia stato proprio questo: “ipocondriaco”. Nella società attuale è stato registrato inoltre un progressivo aumento della sua diffusione: come afferma lo psicoterapeuta Nardone: “abbiamo assistito a un’impennata dell’ipocondria, che si è trasformata in epidemia psicologica. Si calcola ne soffra fino al 15% della popolazione”.

Sicuramente tutto ciò può essere dettato anche dalla complicità della tecnologia: grazie ad Internet tutti possono cercare la diagnosi ai propri sintomi.

Se l’ipocondria è un termine a noi familiare, sicuramente lo è meno la patofobia, meno diffusa e più specifica dell’ipocondria.

L’ipocondria e la patofobia sono due disturbi che, in un certo senso, possono essere visti come le due facce di una stessa medaglia.

Ma qual è la differenza tra ipocondria e patofobia? Quali sono le tentate soluzioni dell’uno e dell’altro? E soprattutto, come possiamo uscirne?

In questo articolo cercheremo di fornire le risposte a queste domande.

Indice dei contenuti

  • Ipocondria
  • Patofobia
  • Differenze tra ipocondriaco e patofobico
  • I segnali dell’ipocondria e della patofobia
  • Strategie per uscire dall’ipocondria e dalla patofobia

Ipocondria

Quando parliamo di ipocondria ci riferiamo alla preoccupazione legata alla paura o convinzione di avere una grave malattia. Questa è solitamente basata sull’errata interpretazione di uno o più segni o sintomi fisici.

Molte volte chi è affetto da ipocondria, tende ad ascoltare e valutare ogni sintomo fisico, anche se lieve, come un sintomo di qualcosa più grave o, addirittura, percepisce che c’è qualcosa che non va o un vero e proprio malessere. Infatti, il punto della questione è proprio questo: la percezione e la sensazione che ha l’ipocondriaco, il quale vive con la costante preoccupazione e convinzione di essere malato.

Solitamente il focus dell’attenzione non è mai lo stesso: il soggetto potrebbe per esempio focalizzarsi su alcuni sintomi o su determinati organi per un determinato periodo ma, poi, potrebbe cambiare in base alla presenza di altri segnali.

Sostanzialmente, dunque, il soggetto percepisce ogni sintomo come preoccupante.

Si è osservato che le malattie che preoccupano maggiormente questi soggetti sono i tumori, i disturbi cardiocircolatori come gli ictus e gli infarti, le malattie autoimmuni come la sclerosi multipla e la leucemia, le malattie virali o batteriche come l’Ebola, l’Hiv o la sifilide e, infine, le malattie sconosciute.

A partire dalla percezione esagerata di un sintomo e del conseguente malessere, il soggetto inizia una vera e propria “caccia alla diagnosi”: potrebbe fare innumerevoli visite ed esami al fine di riuscire a scovare quello che più teme, ovvero la malattia.

Ovviamente tutto ciò non può che essere davvero deleterio per il soggetto: col tempo questa continua lotta contro ogni minima sensazione corporea finisce per diventare una fonte di stress enorme che può determinare l’abbassamento delle difese immunitarie del soggetto, creando una vera e propria malattia.

Insomma quello che più si teme, alla fine diviene reale.

Patofobia

Con il termine patofobia si intende invece quella paura di poter contrarre una malattia e non il timore di averla già contratta: qualsiasi segnale inusuale proveniente dal corpo può dunque solo spaventare in modo esagerato il soggetto affetto, poiché è vissuto, appunto, come un sintomo preoccupante.

Ciò che sembra dunque caratterizzare la patofobia è proprio quella paura che nasce da una specifica minaccia: quella di contrarre una malattia che potrebbe portare addirittura alla morte. Infatti, per lo più, si temono maggiormente le malattie fulminanti come un ictus e un infarto.

Cosa fa il soggetto per gestire questa sua paura?

Molte volte il patofobico cerca di mettere in atto degli specifici comportamenti, affinché possa evitare la possibilità di contrarre determinate malattie: per esempio potrebbe evitare di recarsi in ospedale per non contrarre un’infezione ed evitare così di perdere il controllo.

Tale paura, stabile nel soggetto, può dunque diventare una vera e propria ossessione, poiché porta il soggetto a percepire ogni sintomo come un segnale terribile, proprio come fa l’ipocondriaco.

Il patofobico, però, tende a scacciare i suoi pensieri angoscianti: cerca in un certo senso di non pensarci, evitando per esempio di sottoporsi ad alcuni esami diagnostici o specifiche visite mediche.

Differenze tra ipocondriaco e patofobico

Come accennato anche poc’anzi, questi due disturbi sono alquanto simili e per questo potrebbe risultare difficile anche solo distinguerli.

Ma sicuramente sono presenti delle differenze. Vediamo quali sono.

  1. L’ipocondriaco vive un disturbo da ansia di malattia diverso da quello del patofobico.
    1. L’ipocondriaco, infatti, vive ogni sintomo con tanta preoccupazione: non è presente dunque un’ansia focalizzata su una determinata malattia o su un determinato organo. E’ il sintomo che diviene fonte di preoccupazione e panico generale.
    2. Il patofobico invece è ossessionato dall’idea di poter contrarre una malattia: una malattia specifica.
      La differenza dunque risiede proprio in ciò: nel caso dell’ipocondriaco si manifesta un’ansia generica delle malattie, nel caso del patofobico un’ansia specifica.
  2. Una seconda importante differenza risiede nell’approccio alla malattia.
    1. L’ipocondriaco, una volta che percepisce un determinato stimolo e lo valuta come minaccioso, fa di tutto per cercare conferme a ciò che pensa, quindi alla malattia che sta immaginando. Ciò include un uso compulsivo della tecnologia per trovare la diagnosi, ma anche un’immensa quantità di visite ed esami diagnostici: si fa di tutto per scovare la diagnosi e, se non presente, si cercano rassicurazioni dal medico.
    2. Il patofobico invece si comporta diversamente: poiché ha paura di poter contrarre una determinata malattia, fa di tutto per evitare che ciò accada ma soprattutto evita di sottoporsi a visite mediche o altro. Quando percepisce di avere paura o quando la sua mente è soggetta a questi pensieri intrusivi, fa di tutto per scacciarli via: ogni controllo che possa confermare ciò che si pensa, viene puntualmente evitato.

I segnali dell’ipocondria e della patofobia

Ma come possiamo realmente capire se soffriamo di ipocondria o di patofobia?

Essendo questi dei disturbi accertati clinicamente, sono presenti nel DSM-5 (Manuale Statistico Diagnostico) il quale ne rileva degli specifici criteri diagnostici.

In linea generale, quali sono dunque quei comportamenti tipici di chi soffre di tali disturbi?

Vediamoli insieme.

La diagnosi di Ipocondria

Abbiamo detto come l’ipocondriaco abbia una costante preoccupazione per il proprio stato di salute e una paura perenne di avere una malattia: per questo tende a dare rilevanza ad ogni minimo sintomo del proprio corpo, il quale viene vissuto come un segnale di malattia.

Il problema dei pazienti ipocondriaci sembra essere dunque il dubbio: poiché dubita di ogni cosa, tale dubbio finisce a sua volta per innescare solo preoccupazione ed ansia e soprattutto determinate tentate soluzioni, tra cui:

  • Fare ricerche ossessionate su Internet per capire i sintomi o, addirittura per abbozzarne una diagnosi. (Approfondisci anche il funzionamento del disturbo ossessivo compulsivo)
  • Chiedere costantemente rassicurazione medica: ciò si evince dagli innumerevoli esami diagnostici che, poi, determinano una vera e propria ossessione perché si ritiene che gli esiti negativi siano dettati da una malattia oscura e subdola, difficile da individuare;
  • Parlare di continuo del proprio malessere che, ovviamente, determina un peggioramento, perché alimenta la preoccupazione e l’ansia;
  • Controllarsi di continuo (fissazione fobica): l’ansia determina un costante stato d’allerta nel soggetto che, quindi, percepisce ogni minima variazione nel proprio corpo. Ovviamente ciò può determinare un vero e proprio stato di panico che, poi, ha conseguenze dal punto di vista fisico. Questo perché si accumula stress e tensione che determina l’insorgenza di stati patologici;
  • Avere una visione distorta di se stesso: è presente un’immagine di sé caratterizzata dall’assunzione di essere delle persone fragili, vulnerabili, deboli, facili alle malattie. Tale credenza è piuttosto generale e globale ma diviene il fulcro della propria identità.

Come è puntualizzato nel DSM-5, il disagio dell’individuo non proviene principalmente dal sintomo in sé, quanto piuttosto dall’ansia derivante dal senso, il significato o la causa attribuitavi (APA, 2013).

Tra le sue possibili cause abbiamo quelle malattie gravi vissute nell’infanzia o le esperienze pregresse di malattia di un membro della famiglia che portano questi soggetti a percepirsi come fragili e deboli.

Secondo alcuni psicologi infatti, la fragilità del corpo è associata a quella mentale.

La diagnosi di Patofobia

patofobia
Anche il patofobico mette in atto determinati comportamenti che diventano un chiaro segnale.

Tra questi abbiamo:

  • Cercare di scacciare il pensiero: in questo caso il soggetto vede l’insorgere di questo pensiero preoccupante e, come reazione naturale, decide di scacciarlo e di toglierselo dalla mente. Ovviamente, più tenderà ad allontanarlo, più si ripresenterà;
  • Cercare di reprimere i sintomi perché essi sono vissuti come chiari segnali della propria paura. Anche in questo caso la conseguenza è il percepirli ancora di più;
  • Parlare con chiunque della propria preoccupazione. In questo caso, però, non è per scaricare l’ansia, ma proprio per chiedere aiuto senza dover andare per forza da un medico;
  • Non sottoporsi a visite mediche e non fare esami diagnostici per paura che il proprio pensiero possa divenire reale.

Strategie per uscire dall’ipocondria e dalla patofobia

Fin’ora abbiamo dunque mostrato le caratteristiche generali di questi due disturbi, da cui sicuramente non è facile uscirne.

Molte volte è utile infatti rivolgersi ad uno psicologo psicoterapeuta al fine di iniziare un percorso terapeutico specifico e idoneo al superamento di questa problematica.

Le forme di psicoterapia che la ricerca scientifica ha dimostrato essere più efficaci per l’ipocondria sono la terapia breve strategica e la psicoterapia cognitivo comportamentale (Barsky & Ahern, 2004; Bouman & Visser, 1998; Taylor, Asmundson & Coons, 2005; Olde Hartman et al., 2009)

In tale percorso, insieme al terapeuta si cerca di indagare il comportamento disfunzionale dal paziente e quelle percezioni che sono alla base della fobia: in seguito, si cercano di attuare diverse strategie volte alla modifica dei pensieri disfunzionali e, quindi, dei comportamenti ad essi connessi.

Ma ci sono delle strategie che, nel nostro piccolo, è possibile mettere in atto per cercare di alleviare tali fobie? Sicuramente sì, vediamole insieme.

Evitate di parlare del problema

Come visto precedentemente, chi soffre di ipocondria e patofobia tende a parlare con tutti del proprio malessere e ciò non fa che aumentare tale stato di malessere.

Quindi perché farlo?

Se vi sentite preoccupati o in ansia, evitate di parlarne con tutti, ma cercate di riflettere su tale stato d’animo.

Una strategia utile in questo caso potrebbe essere quella di scrivere su un diario giornalmente ciò che vi preoccupa o che tende a crearvi ansia. L’unica regola? Non rileggete ciò che avete scritto!

Smettete di andare sempre dal medico o di evitarlo

Sicuramente se sei ipocondriaco, sentirai un costante bisogno di andare dal medico per rassicurarti o, peggio, per avere risposte a quello che pensi.

Ma ciò vi fa stare davvero bene?

In realtà no, perché anche in caso di esiti negativi ciò certamente non vi tranquillizzerà affatto: proverete un apparente sollievo e starete tranquilli soltanto per un po’, poi tale malessere si ripresenterà. Allo stesso modo, se tendete ad evitare in ogni modo il medico, sicuramente ciò non vi aiuterà, perché tale visione negativa del medico non potrà che alimentare la vostra paura.

Non chiedete costantemente rassicurazioni

Se soffrite di ipocondria, vi verrà voglia di chiedere una costante rassicurazione ai vostri amici e parenti e cercherete sempre di essere consolati, a causa del vostro malessere.

Ma queste consolazioni sono davvero utili?

No, poiché come anche nel caso delle rassicurazioni mediche, hanno un effetto temporaneo e non stabile, determinando un peggioramento del vostro stato.

Parlate solo di ciò che è vero per voi!

Evitate inoltre di:

  • Fare diagnosi “personali”, attraverso Internet (Scopri di più sulla cybercondria).
  • Consultare troppi medici

Sicuramente tali strategie possono essere utili, almeno per avviare un percorso di vera e propria cura di questi disturbi. Ma ciò che davvero bisogna modificare è la visione di se stessi perché, per questi disturbi a carattere fobico, siamo prima di tutto noi il problema.

Poiché, come afferma anche lo psicoterapeuta Nardone: “a nessuno è concesso di evitare la peggiore delle compagnie, cioè quella di se stesso”.

Riferimenti

  • American Psychiatric Association (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Quinta edizione. DSM-5. Milano, Raffaello Cortina Editore.
  • Bartoletti A., Nardone G. (2018). La paura delle malattie. Ponte alle Grazie, Milano
  • Nardone G. (1993). Paura, panico, fobie. Ponte alle Grazie, Milano.
  • Nardone, G. (2000). Oltre i limiti della paura. Superare rapidamente le fobie, le ossessioni e il panico. Milano, Rizzoli.
  • Nardone, G. (2003). Non c’è notte che non veda il giorno. La terapia in tempi brevi per gli attacchi di panico. Milano, Ponte alle Grazie.
  • Nardone G., Salvini A. (2004). Il dialogo strategico. Ponte alle Grazie, Milano
  • Nardone G., (2008). Solcare il mare all’insaputa del cielo. Ponte alle Grazie, Milano.
  • Nardone, G. (2009). Problem solving strategico da tasca: l’arte di trovare soluzioni a problemi irrisolvibili. Milano, Ponte alle Grazie.
  • Nardone, G. (2013). Psicotrappole, ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli: imparare a riconoscerle e a combatterle. Milano, Ponte alle Grazie.
  • Nardone G., Salvini A. (2013). Dizionario internazionale di Psicoterapia. Garzanti
  • Nardone G. (2016). La Terapia degli attacchi di Panico. Liberarsi per sempre dalla paura patologica. Ponte alle Grazie, Milano
  • Saliani, A.M., Gragnani, A., Mancini, F. (2010). L’ipocondria. In: Perdighe C., Mancini, F. Elementi di Psicoterapia Cognitiva. Roma, Giovanni Fioriti Editore, pp. 173-207.

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L'articolo Ipocondria e patofobia: differenze in chi ha paura delle malattie e strategie proviene da Psicologo Milano - Dr Davide Algeri.


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