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Creato il 04 dicembre 2019 da Jeanjacques
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Jay sta uscendo da un po' con Hugh, ragazzo che le piace molto ma che a volte ha dei comportamenti un po' strani. Una sera, dopo che hanno avuto il primo rapporto sessaule, viene narcotizzata e, al risveglio, si ritrova legata a una sedia a rotelle. Hugh le racconta che facendo sesso con lei le ha passato una maledizione e che verrà seguita da una strana entità. Per liberarsi della maledizione, dovrà fare sesso con alti, passando a sua volta il fardello e...
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Abbiamo spesso citato la fantasmagorica tripletta horror che caratterizzò l'anno domini 2005, che consisteva in The witch di Eggers, The Babadook della Kent e infine questa stramba pellicola di David Robert Mitchell.Tre esordi.
A parte Mitchell, ma pare che il suo primo film quasi non esista...Tre film che vedevano l'occhio dietro la macchina da presa anche davanti al foglio di carta bianco, perché questi tre esordienti sono anche autori del soggetto e della sceneggiatura. Soggetti originali, ricordo, non tratti da romanzi o altro, quindi la cosa si fa non solo macabra, ma anche magica.Se siete persone che amano il potere del racconto e delle storie, una cosa simile vi deve far capire che anno fantastico fu per il cinema quello, anche se qui in Italia l'entusiasmo si respirò solo via etere, perché fu l'ultima grande annata dei blog, ma anche l'unico luogo dove queste pellicole ebbero un certo eco.Non per nulla il film sulla strega americana viene mandato ogni tanto in onda su Italia 1 verso mezzanotte, gli altri invece passano su Rai4 ogni tanto nell'indifferenza generale.

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Ooooollllleeeee'!


Ma cos'è che rese questo titolo un vero apripista per quell'annata?Va detto che, sinceramente, il lato più incredibile di tutta l'operazione fu il riuscire a rendere il film credibile e non degno di particolari perculate partendo da un plot così stupido. Perché davvero, sfido ognuno di voi a dare fiducia a una simile pellicola solo dalla trama, che non solo è assurda, ma proprio sprizza stupidità da tutti i pori.E invece no.Per una gittata pure piuttosto lunga il film non solo è convincente, ma offre pure un talento registico non da poco, aprendo la strada a Mitchell come futuro per il cinema - ma è una cosa che successe a tutti quelli del trio pieno di (maca)brio, va detto. E sì, una certa scena, quella dove si spiega tutto lo snodo della maledizione, ancora oggi mi mette inquietudine solo a pensarci.Tutto questo solo con una telecamera frontale, un'ambientazione notturna e una comparsa che si limita a camminare.Una gestione degli spazi, delle dinamiche, delle tempistiche e - cosa da non sottovalutare - delle comparse che ancora oggi per un esordiente è qualcosa di incredibile. Soprattutto perché si tratta di un film a basso budget, che in diverse occasioni ha dovuto fare di necessità virtù, ma che è riuscito a creare un senso di oppressione perenne solo con la macchina da presa messa nel punto giusto.

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E qui, lo ammetto, una delle scene più riuscite degli ultimi anni.


Erano anche anni più quieti, caratterizzati dal fatto che non c'era questa smania di ritorno agli Eighties come succede adesso, in special modo da chi quell'epoca non l'ha mai vissuta, ma Mitchell contribuì anche a quella prima ondata che sembrava richiamare quell'immaginario che a posteriori ha formato molti, cineasti e non, e che ancora adesso offre parecchi debiti al moderno intrattenimento.Mitchell decide di iniziare con una stangata che è un richiamo a quel periodo non tanto velato, anzi, diciamo che per la fotografia ha usato un'insegna al neon con la scritta CARPENTER perché, è inutile negarlo, a eccezione della lavorazione del legno (ahah!) il richiamo al periodo d'oro del grande regista in quella prima scena è così palese che non riconoscerlo costerebbe il ritiro del patentino di blogger a chiunque.C'è tanto del cinema horror anni Ottanta in quel prologo da far impallidire qualunque fanatico dell'epoca, specie perché un'operazione simile era stata fatta in tempi non ancora sospetti. La fotografia, il modo in cui far muovere la mdp, le case che richiamano le villette di Haddonfield e, soprattutto, quei giovani che si muovono soli in un non-posto dove gli adulti sembrano essere assenti e, quando presenti, quasi estranei. Robe che a confronto Nightmare di Wes Craven può essere usato come film-esempio da parte del Telefono Azzurro.

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Lo so, oltre alla scena sulla carrozzina ricordate tutti anche questa...


Molto anni Ottanta è anche la tematica di base, che richiama l'AIDS che fece stragi qualche annata fa e che nell'entità inseguitrice del titolo sembra aver trovato la sua perfetta metafora - e non una critica contro la promiscuità da papa boys, come ha ipotizzato qualcuno.Ecco, proprio quella tematica...Gioia e dolore del film.Perché se funziona alla grande e la pellicola si basa tutta sul rendere credibile una maledizione tanto assurda, con tanto di comparse che mettono ancora più in dubbio la presenza della creatura, contribuisce anche a renderla sospesa in un non-tempo, in un problema che ha avuto il proprio epicentro nel passato ma che nel presente vive ancora come ricordo. Il risultato è quello di un film che mette il piede non tanto in due scarpe, ma in due temporalità, finendo per richiamare ma non dando un qualcosa di particolarmente incisivo sul presente. E si sa come l'horror, quello vero e perfettamente riuscito, possa dare uno scorcio sulla propria metà oscura o sull'orrore dei tempi che si stanno vivendo.
Questa è la pecca principale, insieme ad altre, del film meno riuscito della trilogia distributiva che scosse tanto quel 2015 e quel rinascimento horror underground. Perché non sempre, per quanto ogni cosa vari in base a quelli che sono i gusti e la sensibilità dello spettatore, basta una messa in scena superlativa a compensare quelle che sono le vere carenze.

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Io quando scorgo qualcuno a cui devo soldi...


Perché se Mitchell al proprio semi-esordio (oh, ma qualcuno ha mai visto questo The myth of the American sleepover?) dimostra che dietro la macchina da presa ci sa fare eccome, ha ancora diverse lacune in fase di scrittura, e non basta rendere credibile una trama assurda se poi durante il percorso fai degli inevitabili scivoloni involontari.L'ambientazione anni Ottanta con tanto di genitori assenti ti fa chiedere come diamine facciano questi ragazzi a essere così auto-sufficienti in più occasioni, ad aver a che fare con entità sovrannaturali senza strippare del tutto e a portarsi delle vittime sulla coscienza con tanta leggerezza. Ma la trama non riesce a districarsi da un mero "spostiamoci ogni volta che la cosa si avvicina" per gran parte della seconda metà, facendo perdere parte della magia che si era riusciti a creare con l'ottimo inizio.Anche la dimensione sessuale, a dispetto della trama, è trattata in maniera abbastanza superficiale. E non basta la Monroe che gira per tutto il tempo con le mutande del costume o che si guarda allo specchio in biancheria intima, ci vuole qualcosa di più, anche senza scadere per forza in categorie di pornhub, ma lasciare a intendere che lei debba fare sesso per cacciarsi di dosso una maledizione non è abbastanza. Anche perché, proprio negli anni Ottanta che tanto si citano, esplose il body horror di un certo Cronenberg.Del resto, l'horror e il corpo umano sono andati sempre a braccetto. Non solo per lo spargimento di globuli rossi.

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Sta quasi tutto il tempo in bikini perché è un film "in costume"?


E quella cacchio di scena nella piscina...
Ma davvero, non si poteva trovare un piano più intelligente per raggiungere il minutaggio? Se proprio volevamo fare incetta di cliché, anziché dei giovani più cretini della media, non si poteva far morire per prima una minoranza etnica a caso, che a ben pensarci è l'unico luogo comune degli horror che manca?
E poi, il palesarsi dell'avvenimento della maledizione poteva essere realizzato in maniera meno stupida? Perché è risaputo che non mostrare l'orrore sia uno stratagemma sempre valido, mentre spiattellarlo davanti al pubblico - con un soggetto simile, poi... - è come darsi la zappa sul pollicione da soli.
Ci sono tante cose che non funzionano del tutto in It follows, un film che per alcuni versi ha fatto giustamente parlare di sé ma che per altri si ammazza da solo, senza raggiungere quello status di grandezza che altrimenti si sarebbe meritato pienamente, se solo lo script avesse presentato meno amenità. Mitchell invece fa a gara con sé stesso e con l'intelligenza dello spettatore per tutta la seconda parte, riscattandosi con un non-finale che restituisce tutta quella sana ansia a cui ci aveva abituati, con un'attenzione ai dettagli in rinnovata forma.
Si salva per il rotto della cuffia, perché ancora pochi minuti di quanto visto fino a poco prima e il film rischiava di collassare su se stesso.

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"Almeno non devo fare sesso con un blogger..."


Un film assurdo, per quanto contenuto nella forma, ma che a suo modo si fa ricordare. Anche perché, nonostante tutti i passi falsi fatti nei suoi 100 minuti di durata, si riescono a ricordare quasi unicamente le scene più riuscite.
Qualcosa vorrà pur dire.
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