Javier Pastore, il Maradona part-time

Creato il 18 ottobre 2010 da Bruttotackle

Di Maradona ce n’è uno solo, ricorda ogni domenica uno striscione dei tifosi napoletani. De “il nuovo Maradona” invece molti di più e chissà quanti ancora a venire. Alcuni, dopo qualche buona partita, hanno fatto una brutta fine in rapporto alle aspettative, altri sono rimasti buoni giocatori ma nulla più. L’elenco delle vittime del pesantissimo epiteto è davvero lungo, anche per colpa di giornalisti pigri nel ricercare termini di paragone più appropriati ed esperti più di marketing che di calcio. Gente che avrebbe raccolto un pallone rotolante a terra con le mani e non con i piedi, escamotage che lo stesso Diego suggeriva per riconoscere i giornalisti competenti e no. Limitandoci ai presunti eredi connazionali si devono ricordare con un sorriso giocatori come Ariel “burrito” Ortega, Marcelo Gallardo, Pablo “payasito” Aimar, Javier Saviola, Andrés D’Alessandro, Diego Buonanotte ed Ezequiel Lavezzi. Discorso a parte merita Lionel Messi, forse l’unico vero giocatore in grado di avvicinarsi al livello di Maradona. La “pulce” non solo ricorda fisicamente il grande Diego ma è anche la stella della propria squadra (quel Barcellona da cui passò anche Maradona) e il suo erede in nazionale. Ma i risultati non sono dalla sua: se nel Barça infatti Messi dimostra e merita di essere considerato il giocatore più forte del mondo (fino a vincere tutti i trofei collettivi e il pallone d’oro) grazie anche a una squadra composta da fenomeni in ogni ruolo; in nazionale, dove anche i campioni non mancano, non ha mai brillato da trascinatore di una squadra vincente, come invece fu Maradona nell’86, titolo iridato e miglior giocatore del mondiale messicano, e nel ’90, dove solo una scorbutica Germania e un rigore (molto dubbio) di destro del mancino Brehme in finale gli negarono il bis. Messi ha clamorosamente fallito il mondiale 2010, in cui si presentava come pallone d’oro in carica e faro della squadra favorita, non riuscendo a segnare nemmeno una rete in tutta la rassegna e assistendo impotente alla disfatta dei suoi nei quarti di finale contro i tedeschi per 4-0.

Quest’anno, un altro “nuovo Maradona” si sta affacciando alla ribalta della serie A e della nazionale argentina. È Javier Pastore, el flaco, trequartista di ventuno anni prelevato due anni fa dall’Huracán e sbocciato nel Palermo di Delio Rossi. Al primo giorno di ritiro il presidente Zamparini, che ha fatto di tutto per portarlo in Sicilia, si è enfaticamente detto “commosso” dai primi tocchi di palla che il suo nuovo gioiellino ha fatto vedere. Dopo un inizio stentato e disorientato sotto la guida di Zenga, il tecnico romagnolo, subentrato a metà stagione, gli ha trovato la giusta collocazione e assegnato la libertà di inventare di cui un giocatore come Pastore necessita per rendere al meglio. Tre gol in 34 partite sono pochi, ma le giocate e gli assist sfornati dal talento argentino gli sono valsi la convocazione per il mondiale sudafricano. Un mondiale passato per quasi tutto il tempo in panchina tra Diego Milito, fresco protagonista del triplete dell’Inter di Mourinho, e il selezionatore Maradona che lo ha definito “un maleducato del calcio, uno che appena arrivato a 20 anni sembra abbia già giocato quattro o cinque mondiali”. Sebbene tecnicamente e fisicamente ricordi molto più Zidane e Cruijff, Pastore è forse adesso l’unico giocatore al mondo ad avere la possibilità di diventare davvero “il nuovo Maradona” nell’unico modo concesso: trascinare allo scudetto una squadra da quinto-sesto posto e riportare la coppa del mondo tra le strade di Buenos Aires.

Paradossalmente la seconda impresa è meno impegnativa della prima. Al prossimo mondiale mancano quattro anni e Pastore vi arriverà nel periodo migliore di ogni atleta, i venticinque anni. Si disputerà inoltre in Brasile, dove il precedente del 1950 è drammatico per i pentacampeones: al 79’ minuto della finale, l’uruguaiano Alcides Ghiggia, “dopo il Papa e Frank Sinatra”, zittì il Maracanã, completando la clamorosa rimonta dopo il gol di Friaça e il pareggio di Schiaffino. Al “disastro del Maracanã” seguirono il lutto nazionale proclamato dal governo brasiliano e molti suicidi di tifosi e scommettitori. In più l’albiceleste avrà fra quattro anni una squadra ben assortita se si considera l’età dei suoi migliori giocatori (Otamendi, Mascherano, Messi, Di Maria, Higuaín) che varia oggi tra i ventidue e i ventitré anni.

Ben più difficile appare il compito in Italia: portare alla vittoria una squadra del sud il cui unico attuale trofeo è rappresentato da una Coppa Italia di serie C. Non sono pochi i nomi di grandi campioni passati dalla “Favorita”: da Mattrel a Burgnich, dal barone Causio a José Pugliese Fernando, da Čestmír Vycpálek a Ghito Vernazza, fino ai recenti, e “mondiali”, Fabio Grosso e Luca Toni che con 50 gol in due stagioni sfiorò anche il titolo di capocannoniere di serie A, dopo quello conquistato in B. Tutti giocatori che hanno lasciato grandi ricordi ma pochi risultati, anche a causa della limitata permanenza in rosanero prima di approdare a un grande club.

Quest’anno attorno a Pastore è stata costruita una squadra solida e talentuosa benché giovane e forse inesperta. Si parte dal quinto posto dello scorso anno, quando i rosanero non riuscirono all’ultima giornata a completare una rimonta clamorosa che li ha portati a due punti da una storica qualificazione in Champions League. I punti di riferimento sono l’eterno Liverani e il capitano Miccoli ma l’inizio della stagione palermitana ha fatto a meno di loro: l’uno per scelta tecnica, l’altro per infortunio. Entrambi sono stati sostituiti dalle vere sorprese di questa squadra, Bacinovic e soprattutto Ilicic, due sloveni prelevati dal Maribor dopo la partita di Europa League proprio contro il Palermo e costati 4 milioni di euro in due. L’ossatura della squadra non è stata toccata nonostante le cessioni di altri due campioncini “inventati” dal Palermo, Kjaer e Cavani, che stanno avendo una crescita decisamente opposta tra Wolfsburg e Napoli.

In porta sempre più sicuro e decisivo Sirigu, ormai stabilmente nazionale. Cassani e Balzaretti sono due terzini di mestiere, i migliori in Italia per continuità e rendimento dopo Maicon e Riise, inspiegabilmente ignorati e scartati dalle grandi squadre (come la Juventus che evidentemente preferisce loro Grygera e De Ceglie) e dalla nazionale. Bovo si conferma un giocatore affidabile benché non un fenomeno e Muñoz fa ancora un po’ rimpiangere il danese Kjaer, malgrado si intravedano in lui buone potenzialità. Nocerino e Migliaccio compongono i lati del rombo con il primo che da quando è stato spogliato dai compiti di interdizione e di regia è finalmente esploso in tutto il suo dinamismo. Bacinovic, dopo due partite incerte, ha cominciato a tenere ottimamente il campo, soffiando il posto a Liverani che paga una condizione atletica ormai non sufficiente a sostenere la genialità del suo inimitabile piede sinistro. Sulla trequarti, accanto a Pastore sta sbocciando un altro talento inaspettato, Josip Ilicic, quattro gol (contro Inter, Juventus, Fiorentina e Bologna) in appena cinque partite e un’intesa con l’argentino che lascia senza fiato quando cominciano a duettare sulle ali dell’entusiasmo. In attesa del rientro di Miccoli, l’attacco è composto dal telentino uruguaiano Abel Hernandez, Inter e Milan tra le sue vittime l’anno scorso, Massimo Maccarone, che dopo il folgorante inizio carriera ha determinato da solo le salvezze di Empoli e Siena per svariati anni e desideroso di tornare ai livelli che aveva sognato qualche anno fa, e Mauricio Pinilla, figliol prodigo cileno, meteora all’Inter e poi persosi tra alcol, donne e campionati ciprioti, rinato in Maremma con la maglia del Grosseto, in serie B.

Il Napoli 1986-87 della terza stagione di Maradona in Italia e del primo scudetto azzurro è certamente superiore al Palermo 2010-11, più completo e meno distanziato dalle grandi del tempo di quanto non lo siano i siciliani rispetto alle big di oggi. Pastore, però, ha cominciato la stagione con una grossa novità rispetto alle ormai solite giocate da grandissimo campione: una media gol da attaccante, caratteristica comune al Maradona scudettato. Ma è una storia impossibile in un calcio robotico e oscuro. La distanza con le squadre che possono ambire alla vittoria si misura oggi soprattutto con gli ingaggi. La differenza tra gli stipendi di Platini e Carnevale era molto più esigua rispetto a quella tra Sneijder e Pinilla. È per questo che Pastore è già tanto se resta due anni al Palermo e non otto come Maradona al Napoli. Nessun calciatore, a parte Diego, ha mai capito che vincere due scudetti, una coppa Uefa, una coppa Italia e una supercoppa italiana a Napoli vale storicamente molto di più che vincere molti più titoli con Real Madrid, Manchester United e Milan. La storia è zeppa di campioni che hanno fatto incetta di trofei con quelle maglie. Anche e soprattutto per questo Maradona è il più grande di sempre.

Ma non c’è il tempo di programmare e progettare favole a discapito della monotonia a righe. Cagliari, Verona, Napoli e oltremodo Palermo non hanno alcuna possibilità di vincere lo scudetto come accaduto quando la serie A era sì il più difficile dei campionati, ma soprattutto il più bello.

Fausto Nicastro


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