Magazine Cultura

Jean Genie

Creato il 10 gennaio 2020 da Zambo
Jean Genie
La prima canzone che ho amato di David Bowie è stata Jean Genie. Non è completamente vero, perché la prima fu Space Oddity, ma in quei giorni non sapevo chi la cantasse, né chi fosse Bowie. Jean Genie è stata invece la sua prima canzone che ho amato consapevolmente. L’ho amata come una canzone va amata: ascoltandola in ogni occasione possibile, e saltando sulla pista da ballo ogni volta che il disk jockey la metteva (il che accadeva almeno una volta ogni sera). Perché è così che si amano le canzoni: con gli ormoni.
[Non come gli anacronistici anziani collezionisti di dischi di questi giorni, che comprano dischi come fossero francobolli da collezionare, li ascoltano distrattamente e li inseriscono (a) nello scaffale, e (b) nella lista dei propri preferiti dell’anno. Quella non è musica: la musica sono canzoni, e le canzoni si vivono, fisicamente].
Ero un adolescente, frequentavo uno Youth Club in Inghilterra, e Jean Genie era irresistibile. L’altra sua canzone era Amsterdam, il retro di un 45 giri, ma non sono sicuro che fosse lo stesso anno.
Per qualche motivo Bowie era l’artista da amare. Com’è noto, non c’è una ragione per l’amore: la musica di Bowie era la più figa sulla scena, e di conseguenza lui era attraente, anche se con il senno di poi mi domando come fosse possibile identificarsi in un artista con i capelli arancioni che cantava in calzamaglia. D’altra parte erano i primi anni settanta, quelli del glam e le zeppe. Gli altri artisti erano i Rolling Stones, con Angie, e Lou Reed con Walk On The Wild Side. Vorrei raccontare che ci fossero anche i Mott The Hoople, ma non sarei sincero; se ne conosceva il nome (se n’era letto di uno show su Ciao 2001, forse a firma di Michael Pergolani, ma non erano così popolari). Avrei amato All The Young Dudes e Ian Hunter solo qualche anno dopo.
Jean Genie aveva questo ritmo incalzante, con un riff della chitarra ispirato agli Stones, ma anche agli Yardbirds che fanno John Lee Hooker. Le parole erano nebbiose, ad ascoltarle oggi sono schegge di poesia urbana ispirata alle storie dei Velvet Underground, cioè di Lou Reed. Raccontò Bowie di essersi vagamente ispirato al personaggio di Iggy Pop per descrivere una sorta di rock star della suburbia, e che scrisse la canzone a New York per farsi bello con Cyrinda Foxe - una starlette del giro di Andy Warhol e del Max Kansas City che flirtò tanto con lui che con Iggy.
Nonostante l’ambientazione nella grande mela, quella sporca di Taxi Driver, la canzone è molto brit, a la Stones, eseguita con quel minimalismo dei migliori album di Bowie. Un rock’n’roll essenziale e senza fronzoli.
Restai in ansiosa attesa del singolo successivo, al punto che quando l’anno successivo Bowie se ne uscì con Rebel Rebel, al primo ascolto mi parve di rimanerne un po’ deluso: sembrava un’imitazione dei singoli degli Stones. In effetti lo era, ma viaggiava sul livello di Jumpin Jack Flash e Brown Sugar - e sarebbe diventata il mio inno preferito del Thin White Duke (o di Ziggy, perché alla fine era ancora il rock di Ziggy, prima della svolta plastic soul stile Philadelphia di David Live). Avevo quindici, sedici anni, non sapevo cosa stesse succedendo, ma sapevo quello che mi piaceva. Londra e Bowie furono il mio imprinting.
One last thing: il nome di Jean Genie sarebbe ispirato a Jean Genet, scrittore francese.
Jean Genie

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

A proposito dell'autore


Zambo 4218 condivisioni Vedi il suo profilo
Vedi il suo blog

L'autore non ha ancora riempito questo campo L'autore non ha ancora riempito questo campo L'autore non ha ancora riempito questo campo

Magazines