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Joker – Todd Phillips, 2019

Creato il 09 novembre 2019 da Paolo_ottomano @cinemastino
Joker – Todd Phillips, 2019

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Immaginare il passato più o meno recente di Joker potrebbe sembrare semplice: non è stato dato una volta per tutte, non si conoscono eventi fondamentali della sua vita paragonabili alla morte dei signori Wayne. Quello che non è semplice è decidere cosa raccontare e come, per non cadere in quei luoghi comuni che spegnerebbero il fascino del personaggio.

Se questo film si regge in piedi non è tanto perché sono stati evitati quei luoghi comuni. Volendo essere brutali, potremmo dire che Joker, al secolo Arthur Fleck, è un non meglio specificato malato mentale che da piccolo veniva maltrattato dalla madre, con la quale ancora convive e cui bada. Vorrebbe fare il comico ma è un clown di strada, la maschera perfetta per nascondersi rimanendo in mezzo alla gente, e - curiosamente - i suoi problemi mentali non lo aiutano a conservare il lavoro. Non è poi così imprevedibile la sua trasformazione.

La sorpresa, tuttavia, non è poi un ingrediente così fondamentale perché l'evoluzione di un personaggio sia avvincente, anzi: è l'equilibrio tra l'atteso e l'inatteso che dà le soddisfazioni più profonde, che dà solidità al racconto. Joker, sotto il trucco, mostra però tanta fragilità: è impossibile non provare empatia nei suoi confronti e un attimo dopo meravigliarsi della banale linearità delle sue azioni - salvo qualche coup de théâtre.

È anche difficile non notare, soprattutto in un momento ben preciso - la conferma al duecento per cento che Arthur è pazzo - la paura che lo spettatore non capisca cosa sta succedendo, e la voglia fuori luogo di spiegare anziché raccontare. Scivolone solo parzialmente perdonato da quello che di buono, davvero - Phoenix a parte - c'è nel film: la necessaria conoscenza dei più celebri clown del cinema, la commistione di comico e tragico, gemelli che amano scambiarsi i ruoli, le fidanzate, i compiti.

Ecco perché, se al posto di Joaquin Phoenix (doppiato da Adriano Giannini, nella versione italiana) ci fosse stato un altro attore, non così capace di mischiare dolcezza e durezza nella stessa scena o nello stesso sguardo, nella risata soffocata in un colpo di tosse, nei movimenti un po' dinoccolati che contrastano con la magrezza e il tono dei muscoli - ci sarebbe voluta ben altra storia, un ambiente con molti più spigoli (scale a parte), un montaggio meno servizievole e agnizioni meno telefonate (diciamo pure svolte narrative, in generale) per rendere Joker un film memorabile.

Certo, è legittimo strutturare un film intorno al prim'attore, farlo trainare dal protagonista: il miliardo di dollari incassato in tutto il mondo finora (6 novembre 2019) vuol dire che l'attenzione del pubblico a una prima visione e il passaparola, di pubblico e critica, hanno evidentemente funzionato. Ed è anche legittimo che, nel complesso, il film non piaccia, senza che ci si debba necessariamente identificare nella descrizione di qualche critico: se un film che a lui piace a te non piace, allora è perché:

"Sono quelli che amano un film
solo se l'hanno visto loro e i loro quattro amici.
Quelli che se un film piace a più di venticinque spettatori
è inevitabilmente una schifezza.
Quelli che dicono che i film non si fanno per il pubblico.
Quelli che dicono che tanto il pubblico non capirebbe.
Quelli che non capiscono come certi film possano piacere tanto.
Quelli che non capiscono come i film che piacciono a loro possano piacere così poco.
Quelli che non perdonano a Joker di venire dal fumetto
e al regista Todd Philips dalla commediaccia di successo",

come se fossimo stati interrogati tutti, uno per uno, e fossimo stati rimandati a settembre perché conosciamo il cinema, magari lo abbiamo pure studiato, e proprio per questo motivo rivendichiamo che una stessa opera d'arte possa generare reazioni anche diametralmente opposte e tutte legittime, se ben argomentate. Ma la tentazione di identificare un "loro, quelli che" generico, indistinto, non è altro che un abusato artificio retorico per provare a dare più forza alle proprie posizioni. Un po' come fanno i bulli in politica quando dicono "se tutti ci criticano, vuol dire che stiamo lavorando bene!".

Esordire con "Altro che banale villain di matrice fumettistica: Joker è anche questo, certo, e non se ne vergogna", poi: che leggerezza. Che facciamo, professore, banalizziamo così il fumetto, da cui proprio il linguaggio del cinema ha imparato tanto, e viceversa?

P.s. Una notte da leoni, il primo episodio sicuramente, non è una "commediaccia di successo".


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