Jonathan Guaitamacchi, BRITISH BLACK – SINAPSI: Galleria GIAMPIERO BIASUTTI, Torino – Cristina Palmieri per MAE Milano Arte Expo

Creato il 10 maggio 2012 da Milanoartexpo @MilanoArteExpo

Jonathan Guaitamacch, BRITISH BLACK SINAPSI, GIAMPIERO BIASUTTI, Arte Moderna e Contemporanea

British Black “Sinapsi” è il titolo della nuova mostra di Jonathan Guaitamacchi che, con una trentina di opere di cui 5 di grandi dimensioni, ripercorre l’itinerario degli ultimi lavori: dalle vedute londinesi di Battersea alle suggestioni sudafricane di “the Mother City” sino a quelle dei ghiacciai. 10 maggio – 30 giugno 2012, con inaugurazione giovedì 10 maggio ore 18,00 alla GIAMPIERO BIASUTTI Arte Moderna e Contemporanea di Torino (click: MAPPA). Cristina Palmieri (per MAE Milano Arte Expo): “Solitudine, / se vivere devo con te, / Sia almeno lontano dal mucchio confuso / Delle case buie; con me vieni in alto, / dove la natura si svela, e la valle, / il fiorito pendio, la piena cristallina / Del fiume appaiono in miniatura; / Veglia con me, dove i rami fanno dimore / E il cervo veloce, balzando, fuga / Dal calice del fiore l’ape selvaggia. / Qui sarei felice anche con te. Ma la dolce / conversazione d’una mente innocente, quando le parole / Sono immagini di pensieri squisiti e il piacere / Dell’animo mio. E’ quasi come un dio l’uomo / Quando con uno spirito affine abita in te. John KeatsQuesti versi di Keats mi riportano alle opere di Jonathan Guaitamacchi. Le sue città, queste prospettive viste dall’alto, l’intersecarsi quasi ossessivo di architetture, di strade, di pieni e di vuoti, che si alternano nel bianco e nero di una poetica caparbiamente identificata e volutamente mai abdicata, restituiscono chi le osserva alla riflessione sul proprio rapporto con la contemporaneità, ma – soprattutto – con se stesso. >>

Unicamente nella solitudine, nel distacco da quanto ci appartiene e viviamo, nel raccolto meditare al di fuori del brusio continuo delle nostre metropoli, nel contatto con la natura, che è anch’essa, come vedremo,   parte importante della poetica dell’artista, sembra possibile trovare la dimensione più autentica che consente di recuperare la radice dei propri pensieri.

Le città attuali, in tutte le connotazioni e stratificazioni che le caratterizzano – nelle architetture che attraversano i secoli e raccontano la storia, nel loro accostarsi e coesistere spesso geniale, talvolta invece brutale e casuale, dalle vie del centro urbano che paiono gabbie dorate, sino alle periferie che invece ricordano affollati alveari dove tutti si ammassano –  rappresentano l’espressione delle nostre ossessioni come dalle nostre utopie, perché,  come affermava Calvino, “le città, come i sogni, sono costruite di desideri e di paure”.  Esistono come realtà una, come un unico “luogo” in cui però si moltiplicano gli ambienti, i colori, le atmosfere. Viverle senza distacco rende talvolta impossibile comprenderne l’essenza, così sfaccettata e complessa.

Guaitamacchi ha imparato ad osservarle dal cielo, allontanandosene, cercando di coglierne l’ anima per restituircela diversa, più leggera, pur nella propria intrinseca drammaticità.

Dipinge aeree vedute, le costruisce con la sapienza e la maestria di un disegnatore tecnico,  con  taglio fotografico. Blocchi architettonici bianchi che si stagliano sul nero del supporto su cui interviene con un segno preciso, lineare  ma deciso,  in taluni casi – quando la rappresentazione sfiora l’astrattismo – quasi nervoso, memore di certa gestualità informale. Questo bianco racconta, compone le strutture  di cui dall’alto appaiono costituite le città, i loro quartieri, i loro ponti, i fiumi che le attraversano, le strade, ogni umana traccia. Sono  città  (Londra in genere, come Johannesburg, ma come qualsiasi moderna metropoli) in cui l’uomo è assente, ma è costantemente evocato nel tracciato costruttivo che è la propria opera. Un’opera che diventa ossessivamente ripetitiva, quasi modulare come molta parte delle nostre esistenze, incasellate in spazi, tempi e dimensioni senza via di fuga. Ma è anche  perfetta, precisa, rigorosa,  in grado di testimoniare la ricerca, la fatica del fare, di questo nostro umano talento di costituire un nulla nell’universo  che però sa creare un mondo. E l’artista in queste vedute ripropone tale meticolosità. La sua pittura è disciplina, attenta ricerca che nulla lascia al caso, all’improvvisazione, al facile decorativismo. E’ piuttosto una “costruzione” per gradi, in cui ogni passaggio richiede attenzione, concentrazione, perché tutto vive di proporzioni geometrico-matematiche; uno  spazio che progettualmente  si compone di piani capaci di restituire quella profondità che lo rende verosimilmente  tridimensionale.

Questo continua ad essere vero anche nelle opere più libere, che sfiorano l’astrattismo. In esse certamente  il reticolo che compone la città diviene meno definito. Si fa più pregnante la ricerca segnica, gestuale. Composizioni in cui Guaitamacchi utilizza anche alcune tecniche proprie della pittura informale e delle avanguardie novecentesche, certamente maggiormente improntate alla libertà. Come accennato, il segno è più sciolto, quasi fosse un affondo di fioretto che ricama la superficie del quadro. Compaiono anche il dripping, le macchie di colore bianco e nero lasciate colare sul supporto.

Interessante è cogliere un altro aspetto ricorrente della poetica dell’artista:  l’inserto calligrafico. Una calligrafia che predilige il corsivo,  divenendo non tanto elemento decorativo, come spesso accade in molta pittura contemporanea, bensì frammento semantico inscindibile dal contesto del racconto, graffiatura lieve che apre a nuovi percorsi immaginativi ed interpretativi.

Nulla perciò è mai casuale in ciò che si dipinge. Vi è una cura scrupolosa e quasi maniacale del “progetto” e della concretizzazione dell’opera, per quanto poi essa possa essere estemporanea nella velocità esecutiva, data ormai dalla padronanza delle tecniche, da quel mestiere acquisito in anni di confronto con la pittura fatta con i mezzi tradizionali.

Questo ce lo testimonia perfettamente l’opera che dà il titolo alla mostra British Black “Sinapsi”, che inaugurerà a Torino il 10 maggio presso la Galleria “Giampiero Biasutti Arte Moderna e Contemporanea”.  Un grande quadro suddiviso in molteplici riquadri. Studi, bozzetti, ipotesi di prospettive, appunti, sono accostati a lavori terminati, alcuni dei quali non sono visioni aeree, quanto piuttosto visioni prospettiche di architetture cittadine ed industriali, di costruzioni  ingegneristiche imponenti, quali i ponti, emblema delle nostre megalopoli e del mondo attuale. Questo quadro dalle dimensioni importanti  pare rappresentare perciò la sintesi di tutto quanto prelude alla pittoricità dell’artista, una sorta di summa, o di testamento artistico, che ci consegna al suo “mondo”.

Jonathan Guaitamacchi, BRITISH BLACK SINAPSI 2012, CM 150 X 330

Il termine “sinapsi”, come noto, indica la comunicazione, lo scambio di informazioni tra le cellule del tessuto nervoso con altre cellule (sensoriali, muscolari, endocrine). Le sinaspsi sono ciò che ci fa esistere come esseri senzienti, come organismi perfetti nella loro complessità. Jonathan utilizza l’espressione per indicare le infinite potenziali interconnessioni che sussistono nel tessuto urbano, che si sovrappongono, costituendone, appunto, l’ordito più autentico ed eterogeneo, come quello del nostro sistema nervoso.

Se certamente la visione urbana è il soggetto  che ormai da anni accompagna quasi in assoluto la ricerca di Guaitamacchi, tuttavia l’amore per la natura, per il paesaggio –  ricordo delle prime esperienze pittoriche, di quando, ancora bimbo, il padre lo portava con tavolozza e cavalletto a dipingere en plein air – rimane vivo e presente.

Si declina in quelle bellissime vedute dei boschi, sempre in bianco e nero, così perfette e precise nel loro segno da sembrare incisioni. “Boschi incantati” in cui – come nelle visioni urbane – tutto è ordine e rigore. Il silenzio domina questi spazi di pace. Jonathan dichiara “…A volte volo solitario aggrappato alla mia immaginazione e desidero solo contemplare il silenzio”. Ed infatti il silenzio ci arriva prepotente dalle sue opere, dagli imponenti ghiacciai che raccontano la maestosità e la perfezione, talvolta inquietante,  della natura, quella bellezza esemplare a cui l’uomo aspira e che per tutta la vita agogna di poter raggiungere. Sono lavori in cui la ricerca compositiva, l’ impegno creativo scaturisce da un lento percorso di studio del luogo da rappresentare, dell’angolazione che si decide di raccontare di esso. L’artista raggiunge come un solitario esploratore queste vette innevate. Le scruta, le vive, le fotografa nelle loro molteplici prospettive, per restituirci dettagli e frammenti di quel mistero assoluto che si invera in ogni spettacolo naturale.

Guaitamacchi sembra anche qui costantemente anelare all’ordine, alla disciplina, alla perfezione, quale catarsi – personale e collettiva – di esistenze troppo fagocitate dalla velocità, dall’approssimazione, dall’inquietudine.

Proprio da tale dialettica, sospesa fra  precisione ed immediatezza, fra accuratezza e istintività, scaturisce il particolare lirismo di un autore che canta la nostra epoca con la sensibilità di chi vola più alto delle apparenze e della superficie e ci racconta come si sia soli, fragili ma forti, come un ghiacciaio rotto dalle crepe.

CRISTINA PALMIERI

Jonathan Guaitamacchi, WITHE BLOCK C. 35X40

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Comunicato Stampa
Torino 24 Aprile 2012
Autore
Jonathan Guaitamacchi
Titolo
BRITISH BLACK “SINAPSI”
Testo critico
Francesco Poli
Date
10 maggio – 30 giugno 2012
Inaugurazione giovedì 10 maggio ore 18,00
Sede
GIAMPIERO BIASUTTI
Arte Moderna e Contemporanea,
via della Rocca , 6/B, Torino
Tel . 011 8141099 Fax 011 8158776
e-mail : info@galleriabiasutti.it
Orario
dal martedì al sabato,
ore 10,30-12,30; 15,30-19,30
British Black “Sinapsi”è il titolo della nuova mostra di Jonathan
Guaitamacchi che, con una trentina di opere di cui 5 di grandi dimensioni,
ripercorre l’itinerario degli ultimi lavori: dalle vedute londinesi di Battersea
alle suggestioni sudafricane di “the Mother City” sino a quelle dei ghiacciai.
Nato a Londra nel 1961, conosciuto in Italia e all’estero (ha al suo attivo
mostre in Europa, Cina, Sud Africa e America) per le ampie visioni di città
globali, paesaggi urbani e panoramiche vedute tra un luogo e un altro,
Guaitamacchi dipinge paesaggi la cui dissolutezza proviene direttamente
dalla memoria, dal ricordo che lega l’artista al territorio inglese e alla cultura
anglosassone dalla quale proviene. Le imponenti scogliere di Dover o la M25
(tangenziale londinese), diventano veri e propri varchi, luoghi che stimolano
continuamente l’immaginario dell’artista.
British Black “Sinapsi”, è un titolo che racchiude al suo interno buona
parte della poetica dell’artista. Guaitamacchi lavora sugli opposti: da una
parte c’è il nero, il fondo della tela e, dall’altra, il bianco, il quale taglia lo
spazio profondo dell’oscurità. Con una formazione di matrice architettonica,
il pittore lavora sullo spazio, si addentra nella terza dimensione, la
profondità, ed interpreta l’architettura come linguaggio, come ossessione,
come ripetizione di un modo. Le sue tele, veri e propri progetti
architettonici, raccontano la sua visione. Il ricordo è un ricordo fotografico,
un progetto fatto di prospettiva, volumi e planimetrie. Immagini che alla
fine divengono per sua stessa ammissione astratte, osservate da punti di
vista ravvicinati altro non sono che forme geometriche assolutamente
scomposte perfettamente inserite dentro un astrazione prospettica. Solo la
lontananza ne definisce la visione d’insieme.

10123 TORINO – VIA DELLA ROCCA, 6/B – TEL. 011-8141099 – FAX 011 8158776
www.galleriabiasutti.com e-mail info@galleriabiasutti.it
In un epoca in cui il paesaggio e le visioni urbane sono soggetti amati e
ripresi da parecchi artisti contemporanei, Guaitamacchi fa la differenza. Tra i
primi nell’epoca contemporanea ad affacciarsi al contesto urbano, “sulla tela
non rappresenta l’espressione totale o meramente architettonica della
realtà, ne sprigiona l’essenza, il principio attivo, non racconta il luogo, ma il
suo riflesso, la sua metafora, dettaglia e generalizza nel medesimo istante.”
Il gesto è spontaneo, estemporaneo, non esiste disegno preparatorio,
Guaitamacchi attacca la tela con fermezza, quella stessa fermezza e velocità
che l’immagine stessa gli restituisce carica di phatos e sfrontatezza
emozionale. La percezione è quella del fermento, del tutto che si muove,
che brulica, testimone di un epoca e di un progetto in continuo divenire.
Catalogo in mostra, con testo di Francesco Poli

Jonathan Guaitamacchi, BRITISH BLACK ROUND VISION – MILANO 2012 CM 150 X 300

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JONATHAN GUAITAMACCHI
BRITISH BLACK « SINAPSI »
Francesco Poli

Di recente mi è capitato di vedere a Urbino una bella mostra
dedicata al tema della città ideale nel Rinascimento. E’
un’esposizione che ruota intorno alle tre uniche
rappresentazioni dipinte di città ideali che si conoscono., di
cui la più famosa (databile come le altre al 1470/80)è quella
che si trova nel Palazzo Ducale.
Queste composizioni realizzate con una straordinaria maestria
prospettica e una alta qualità pittorica sono dei paradigmi
perfetti degli ideali filosofici e estetici di equilibrio e
bellezza formale (quelli per intenderci di Leon Battista
Alberti)che caratterizzavano la visione architettonica e
urbanistica dell’epoca. Sono grandi scene di impianto
orizzontale che emanano uno straniante fascino metafisico
determinato da una spazialità immobile e sospesa, da una luce
nitida e irreale, e soprattutto dall’assenza totale di figure
umane.
Non ho potuto fare a meno di pensare a queste opere quando mi
sono trovato davanti (dopo poco tempo) alle modernissime
vedute urbane di Jonathan Guaitamacchi, nonostante la grande
distanza storica e culturale, o forse proprio per questo.
Dopo più di cinquecento anni tutto è cambiato: le strutture
urbane si sono radicalmente trasformate e dilatate, nelle
metropoli, a perdita d’occhio. Ma come gli anonimi autori
(architetti e/o pittori) delle tavole rinascimentali anche
Guaitamacchi nei suoi quadri, abolendo ogni presenza umana,
cerca di cogliere nella sua essenza più profonda e assoluta la
dimensione spaziale e temporale delle grandi città del suo
tempo, attraverso delle visioni immaginarie: visioni dipinte
che sono allo stesso tempo analitiche e sintetiche senza mai
essere banalmente descrittive e direttamente referenziali,
anche se basate su precisi dati (sedimentati nella memoria)
delle sue esperienze visive e di vita, e su riferimenti
fotografici elaborati con grande libertà.
E anche per il suo lavoro si puo’ parlare di una affascinante
spazialità straniante ma anche inquietante, ovviamente in
termini completamente diversi rispetto a quelle delle città
ideali.
Lo scarto fra queste ultime (di cui qualche riflesso concreto
rimane nei centri storici delle nostre città più belle) e le
vedute metropolitane dell’artista innesca una particolare
sensazione di vertigine epocale e ci costringe a riflettere
sulle accellerazioni centrifughe che segnano il destino delle
società globalizzate. Se da un lato siamo incantati dalla
statica e armonica costruzione prospettica, perfettamente
sotto controllo, e dalla limpida luminosità astratta,
dall’altro lato siamo risucchiati dalla destabilizzante e
nevrotica tensione prospettica forzata fino all’estremo limite
del visibile, e siamo emotivamente coinvolti nella drammatica
luminosità biancastra ( altrettanto astratta ma anche
allucinata)) che emerge dal nero di immensi territori oscuri.
Da un lato si respira la serena calma di una razionale utopia
umanistica; dall’altro la convulsa energia di dimensioni
urbane che hanno anche risvolti minacciosi e labirintici,
nella misura in cui il rischio della perdita di controllo da
parte degli abitanti tende ad aumentare progressivamente.
Nei quadri di Guaitamacchi vediamo, da ardite prospettive a
volo d’uccello, queste nuove immense città che, soffocate da
un traffico vorticoso, si sono sviluppate secondo piani
urbanistici programmati o attraverso caotici processi di
espansione, con una proliferazione di costruzioni (quartieri
residenziali, centri commerciali, distretti industriali) e di
infrastrutture di comunicazione (strade, viadotti, ponti,
ferrovie, metropolitane) che dà vita a paesaggi sempre più
anonimi, sempre più simili in ogni parte del mondo.
“Forme di città –ha scritto giustamente Marco Meneguzzo – che
nella loro uniformità (strade, edifici, forse un fiume, un
cielo lontano laggiù sulla curvatura della terra) costringono
lo sguardo a cercare di andare più a fondo, di scoprire
particolari, e con loro scoprire particolarità, cioè
particolarità, cioè ‘differenze’, che identifichino i luoghi e
che non li lascino nella loro semplice definizione, la più
larga e indifferenziata possibile, di ‘città’. Il nostro
sguardo cerca un appiglio, un punto di riferimento formale
(…) che consenta alla nostra mente di ‘riconoscere’ un
luogo, e quindi di investirlo o meno del proprio sentimento di
appartenenza, di lontananza, di familiarità o di estraneità.
Ma le città di Guaitamacchi non rispondono (…) perchè cio’
che le accomuna –che ci spaventa- è proprio la loro terribile
uniformità…”
E in effetti, un aspetto particolarmente suggestivo di queste
composizioni, è proprio la loro misteriosa ambivalenza: anche
se appaiono anonime e uniformi, allo stesso tempo stimolano e
“costringono lo sguardo” a cercare elementi riconoscibili,
landmarks di riferimento, perchè l’osservatore percepisce
qualcosa di profondo che appartiene alla sua esperienza
personale, anche se è sfuggente e mai precisamente
individuabile.
In altri termini si puo’ dire che queste scene sono impregnate
del vissuto collettivo urbano, sono generatrici di emozioni
condivisibili da tutti. Una sensazione del genere è
determinata dal fatto che l’artista è riuscito a elaborare
pittoricamente la sua personale visione soggettiva (le sue
ossessioni e gli stimoli del suo immaginario) fino a
trasformarle in immagini di portata generale.
Il suo più importante ciclo di vedute è dedicato Londra, la
città più amata perchè è il luogo di nascita e delle sue
esperienze d’infanzia, e perchè continua a frequentarla con
immutato coinvolgimento. In questi dipinti si possono
riconoscere scorci urbani, costruzioni industriali (per
esempio di Battersea) o il fiume Tamigi, ma le vedute
potrebbero essere anche di altre città perchè sono
completamente assenti i più riconoscibili edifici storici. Lo
stesso vale anche per i lavori ispirati ad altre città come
Johannesburg.
In questa mostra torinese, intitolata “British Black Sinapsi”
ci sono vari quadri legati alle memorie visive londinesi. Tra
questi di particolare interesse è quello che da il titolo
all’esposizione. “Sinapsi” è un termine medico che indica
l’unione intercellulare fra neuroni, ma l’artista lo utilizza
nel senso di interconnessione e cortocircuito fra elementi e
tensioni dinamiche che hanno a che fare con il ben più vasto
organismo urbano. Questo lavoro è particolarmente
significativo perchè si presenta come una sequenza di
riquadri, quasi dei fotogrammi, in cui vengono visualizzate,
in modo non sistematico ma libero, varie fasi del processo di
creazione del lavoro pittorico, con abbozzi di tramature
urbane, idee progettuali appena iniziate, parti di dipinti al
limite fra informale e strutturale, e incomprensibili ma
intensi appunti scritti. Questo lavoro è caratteristico della
più recente evoluzione dei suoi dipinti.
“Vorrei rendere più visibile la fase che precede il rigore
formale – dice l’artista – C’è una parte molto libera, ma
altrettanto densa e intrigante. Quando concepisco l’opera ho
la sensazione che sia sempre più filtrata e trasfigurata dalla
memoria del luogo che sto ritraendo, a cui cerco nervosamente
di aggiungere scarabocchi, pensieri e tutto quello che mi
passa per la testa”.
In questo modo diventa più evidente un aspetto che anche in
precedenza era ben presente, e cioè la carica soggettiva
dell’energia espressiva che innerva l’articolata tramatura
delle sue opere, elemento indispensabile per evitare il
rischio di un irrigidimento strutturale freddamente
progettuale. E qui sta una fondamentale qualità peculiare
dell’artista che è prima di tutto pittore e che utilizza la
sua esperienza passata di disegnatore negli studi di
architetti in modo assolutamente personale. Infatti, la
vibrante tensione delle sue composizioni (con scorci netti ma
allo stesso tempo distorti e con parti intenzionalmente vaghe
e non finite) non ha griglie disegnate sottostanti ma è
realizzata direttamente sul supporto a mano libera.
Nei lavori di Guaitamacchi c’è una strana e affascinante
tensione verso l’assoluto insieme alla consapevolezza che una
direzione del genere non puo’ che essere destinata allo scacco
finale, individuale e collettivo. Ma vale sempre la pena
tentare perchè questo è il mestiere di un vero artista.


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