Jony Ive e i segreti di Apple: “Non vedo limiti, sfidiamo il futuro”

Creato il 24 marzo 2014 da Ibennynews @bennygiordan

Dopo la morte di Steve Jobs, nel 2011, Jony Ive è diventato il vero Signor Apple. In fondo lo era anche prima, visto che dopo Steve Wozniak, cofondatore dell’azienda nel 1976 negli anni sempre meno coinvolto, ne è stato il più importante collaboratore. Ammesso che questo termine non rischi di apparire davvero riduttivo. Nel sodalizio durato 15 anni con il carismatico fondatore della Mela il designer inglese, da oltre vent’anni negli Stati Uniti, ha infatti firmato i prodotti che ci hanno cambiato la vita: dal MacBook Pro all’iMac passando per l’iPod, l’iPad e soprattutto l’iPhone. Pietra miliare della tecnologia contemporanea. Senza contare l’ultima versione del sistema operativo di Cupertino, iOS 7, messa a punto dopo il siluramento di Scott Forstall. Insomma: probabilmente trascorriamo più tempo con qualcuno dei suoi progetti piuttosto che con le nostre famiglie.

“Siamo circondati da oggetti anonimi, di pessima fattura – ha detto Ive nella prima, approfondita intervista rilasciata dopo anni a Time – si potrebbe pensare che sia così perché le persone se ne infischiano, proprio come chi li progetta. Ma non è vero: alle persone importa. E non è solo una faccenda di estetica. Importa loro di avere oggetti ben fatti ma soprattutto ben concepiti. Noi ne progettiamo e vendiamo un grandissimo numero. Il nostro successo è una vittoria per la purezza e l’integrità”. È solo uno dei rari passaggi autocelebrativi dal 47enne progettista, un po’ come quello in cui racconta che il modo migliore per capire il mondo “è distruggerlo”, come i bambini rompono i giocattoli per una scintilla di curiosità.

Per il resto Ive appare invece molto modesto. O meglio, nascosto. Non ama per esempio, come da tradizione Apple, esporsi e sbilanciarsi sui progetti in cantiere. Come il chiacchieratissimo iWatch, il tanto atteso superorologio di casa Cupertino, e in generale tutto il pianeta delle tecnologie indossabili, in cui Google sembra invece voler fare sul serio col suo Android Wear e ancora prima con i Google Glass: “Ovviamente girano delle indiscrezioni sui prodotti sui quali stiamo lavorando – risponde Ive al Sunday Times Magazine – e, altrettanto ovviamente, non ne parlerò. È una partita a scacchi, giusto?”. Non un’ammissione di ciò che bolle in uno dei sei edifici dell’Apple Campus di Cupertino, il cuore del gruppo custodito dalla Infinite Loop, dove entrano solo i top manager e i 15 membri del suo team. Ma neanche una secca smentita sul prossimo dispositivo.

In fondo, l’ispirazione di base sembra rimasta quella di Steve Jobs. L’uomo con cui Ive ha composto “l’accoppiata più creativa che il moderno capitalismo abbia conosciuto”, si legge nel testo che accompagna l’intervista: “Ciò a cui le persone reagiscono è molto più di un oggetto – spiega il guru del design tentando di giustificare la sempre enorme attesa che circonda le nuove uscite di Apple – piuttosto, danno seguito a qualcosa di raro: a un gruppo di persone che fanno molto di più che far funzionare un oggetto e che lavora per realizzare i migliori prodotti possibili”. Come dire che quelle sterminate file agli Apple Store in occasione del lancio dei nuovi prodotti sono una dimostrazione di quanto la gente detesti “la superficialità e la disattenzione”.

Il punto di partenza, dunque,  sembra essere il segreto per il quale gli appassionati di Cupertino confidano nella visione di Jony Ive: “Il prodotto che hai in mano, o infili nelle orecchie o tieni in tasca, è più personale di quello che hai sulla scrivania – racconta il designer e vicepresidente di Apple a Time – la battaglia per realizzare qualcosa di così difficile come una tecnologia intimamente personale è ciò che mi ha attratto all’inizio in azienda. La gente ha un rapporto incredibilmente stretto con ciò che produciamo”.

Così diverso da Jobs – formazione creativa ma tradizionale in Inghilterra, fra Royal College e politecnico di Newcastle, carattere riservato ed educato, perfino autoironico – eppure così vicino al paradigma progettuale, nella concezione della ricerca tecnologica spasmodicamente orientata all’essenzialità, di Jobs. Tanto da avere del suo ex capo un’opinione del tutto diversa da quella popolare che più o meno dipinge Jobs come un geniale ma violento lunatico: “È stato detto molto su Steve ma non riconosco il mio amico in quelle parole – dice Ive – Certo, aveva opinioni chirurgicamente precise. E sì, poteva colpire o domandava di continuo se una cosa fosse abbastanza buona, se fosse quella giusta. Ma era così intelligente. Le sue idee erano magnifiche, toglievano l’aria dalla stanza in cui si trovava. E anche se le idee non arrivavano decideva comunque che avremmo fatto qualcosa di grande. Che gioia esserci stato”.

Eppure, dalla morte di Jobs, Apple non ha lanciato dispositivi di nuova concezione, ma ha perfezionato quanto già prodotto (Mac, iPhone, iPad) in termini di resa, estetica e definizione. L’innovazione principale a livello hardware è la workstation Mac Pro, e il lavoro più grande Apple sembra averlo compiuto su iOS7, definendo un ecosistema mobile in grado di plasmarsi sul futuro iperconnesso tra dispositivi, web e “cose” di uso quotidiano.  La Apple Tv è ancora un “hobby”, come l’azienda l’ha sempre definita, anche se qualcosa si muove – l’accordo con Comcast negli Stati Uniti per un nuovo servizio in streaming – mentre il biglietto per prendere il treno della tecnologia indossabile non sembra ancora essere stato staccato. Forse sono stati troppi i prodotti  straordinari usciti in un periodo breve: la prima generazione dell’iPod, per esempio, è solo del 2001, quella dell’iPhone del 2007. Pericoli di calo qualitativo delle idee? “Se fosse così mi fermerei. Farei cose per me stesso oppure per i miei amici – conclude Ive – il livello deve sempre rimanere elevato. Ma non credo che succederà. Siamo all’inizio di un periodo importante con un gran numero di prodotti da sviluppare. Quando pensi alla tecnologia e a cosa si consentirà di fare in futuro, non vedi limiti. È tutto così nuovo”.

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