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Justin K Broadrick (Godflesh, Final, Jesu, JK Flesh…)

Creato il 18 luglio 2017 da The New Noise @TheNewNoiseIt

Justin K Broadrick (Godflesh, Final, Jesu, JK Flesh…)

Justin K Broadrick non ha ancora cinquant’anni, eppure per il pubblico metal è come se esistesse da sempre, merito del fatto che ha iniziato a un’età in cui la maggior parte di noi di buono forse aveva fatto il compito in classe di storia dell’arte, copiando. Passando per i Napalm Death e fondando i Godflesh, ha determinato decine di modi di intendere il metal estremo. Siccome è onnivoro, ci ha più o meno volontariamente convinto a dare un ascolto all’industrial primigenio o a cercarci gli Swans, inoltre ha insegnato a molti di noi a prendere in considerazione generi come l’ambient e il dub, prevedendo in modo clamoroso cosa dieci-quindici anni dopo avrebbero ascoltato i ragazzi alla ricerca di materiale “oltranzista”. Persino Jesu, di cui in questa chiacchierata non si parla, un progetto con un sound esistente in nuce da sempre nel mondo di Justin, è stato uno dei primi esempi di tendenze “gaze” del metal che poi come al solito avrebbero creato anche mostri (ma, a pensarci bene, anche i Godflesh hanno prodotto effetti collaterali, e lui non ne ha colpa). Se esistono gruppi che per la loro generazione fungono da ponte verso musiche meno note, allora Broadrick è un artista-portale per più generazioni.

Giovedì 24 agosto Justin suonerà al Varvara di Torino col nome di JK Flesh, quello con cui produce un’elettronica aggressiva e sempre appoggiata su battiti e bassi devastanti. L’intervista, dato che non siamo un prestigioso cartaceo inglese con cui fare il punto di tutta la propria storia, verte per correttezza soprattutto su JK Flesh e sulle sue attività recenti, ma ho cercato di far uscire un po’ la persona nel suo insieme, riportandolo a Birmingham, dato che lui, pur cambiando nome, non toglie dallo sfondo della sua arte quel paesaggio urbano in cui è cresciuto. Ho poi tirato in ballo le letture sulle quali ha trovato sostegno la sua visione del mondo e ho approfittato di uno dei capolavori di quest’anno per fargli rievocare il rapporto fondamentale con Kevin Martin, soprattutto in questo caso per mostrare come lui abbia continuamente ruminato sonorità provenienti dal mondo delle musiche ballabili e come parte di queste, forse quella meno ovvia, sia parte dell’aria inquinatissima che si respira nella sua città natale.

Mi hanno ispirato le domande soprattutto Suicide Estate Antibiotic Armageddon, espansione di quel Suicide Estate uscito per l’etichetta di Prurient, e “Nothing Is Free” nelle sue varie incarnazioni.

Sappiamo che Birmingham ha influenzato la tua musica. I titoli delle tracce di Suicide Estate sono collegati a Birmingham e ai suoi grossi palazzi vicino all’autorstrada M6 (la conosco per via dei libri di Ballard… sembra che abbiamo uno scrittore preferito in comune…). Uno di essi è anche in copertina sul tuo disco. Per cortesia, puoi parlare del tuo rapporto personale con quei luoghi?

Justin K Broadrick: Sì, per me “Crash” di Ballard evocava completamente la vita all’interno della città di Birmingham ed essenzialmente la strada per entrarci e uscirne. I palazzi usati come titoli in Suicide Estate erano vicino a dove sono stato cresciuto. Una di queste torri era dall’altra parte della strada rispetto a un piccolo blocco dove mia madre ha vissuto per un po’ dopo che io ho lasciato casa. Quella torre è conosciuta come il “suicide block”, dato che molti la hanno usata per quello scopo. Come ho lasciato questo ambiente e migliorato me stesso facendo musica e in qualche modo trovando un mestiere, mi sono trovato a riflettere su quanto fosse oppressivo. È importante sottolineare che io notavo quanto fosse deprimente, ma molti intorno a me, con cui magari andavo a scuola, non se ne accorgevano. Ha effetto su di me ancora oggi e ha lasciato un marchio indelebile sull’estetica della mia musica e sui significati che ha.

Ho utilizzato il riferimento a Ballard perché tu hai lavorato di nuovo con Kevin Martin (The Bug), nello specifico al suo progetto con Dylan Carlson (Earth), uno dei migliori dischi del 2017 finora, e lui ha detto che si tratta di un lavoro influenzato da Ballard. Che ci puoi dire della tua partecipazione a Concrete Desert? Parli spesso con Kevin? Siete sempre amici?

Siamo sempre amici sin dalla prima volta che ci siamo visti nel 1988, quando lui ha organizzato il primo concerto della storia dei Godflesh. Era a Brixton, in un pub malfamato!
Adesso abbiamo un nuovo progetto “post Techno Animal” (la collaborazione più nota tra Justin e Kevin), Zonal. Parliamo spessissimo. Mi ha dato quei due pezzi di Concrete Desert per metterci la voce su. Dal punto di vista del testo e anche in termini di performance mi sono lasciato ispirare dalle emozioni negative prodotte dal vivere in città opprimenti.

I critici tendono ad associare JK Flesh e techno, ma c’è anche il dub nel tuo lavoro (ad esempio in “Nothing Is Free”). Nel corso dei Novanta tu, Martin e Mick Harris (quest’ultimo con Scorn) avete esplorato le possibilità del dub. Ora molti artisti fanno roba “sperimentale” partendo da un background dub. Come sei entrato in contatto con questo genere?

Sì, JK Flesh è essenzialmente techno, ma come dici tu con una miriade di altre influenze: dub, drum and bass, garage/grime, power electronics, EBM e così via.
A causa dell’influsso giamaicano su Birmingham, reggae e dub erano una cosa grossa nei Settanta e negli Ottanta. Si ascoltavano ovunque in città e nei sobborghi. Li sentivo dappertutto. Mi sono subito connesso con questo suono quand’ero piccolo, poi la connessione si è consolidata grazie al mio primo amore musicale, il punk rock, che era legato anche al reggae, per esempio i Clash e la loro cover di “Police And Thieves” sono stati qualcosa di enorme per me da giovane, oltre che una linea diretta verso quei generi. Ero innamorato, come sempre, anche del modo in cui il reggae urbano rifletteva le esperienze fatte nel corso della mia infanzia a Birmingham.

Sono felice di vedere come etichette nuove desiderino collaborare con te: come JK Flesh sei su Hospital, Downwards ed Electric Deluxe. Downwards ha pubblicato anche Final. Così ogni decennio nuove persone – che ascoltano generi musicali differenti – scoprono il tuo lavoro. Questo ti dà forza? Se no, cosa ti dà forza?

La Downwards ha pubblicato anche un JK Flesh Ep, e ne abbiamo uno nuovo in arrivo. La Vita e il Suono mi danno forza e altre persone appassionate e affini mentalmente danno benzina alla mia ispirazione. Sono fortunato a essere ancora circondato da persone simili a me tutto il tempo, persone che poi diventano degli alleati.

Tutti – almeno in certe scene musicali – vogliono essere remixati da te, come tutti vogliono il mastering di James Plotkin. Cosa ti convince a lavorare per un’altra band? Hai dei criteri particolari? Solo istinto?

Se possono permetterselo, io farò il remix! Se loro vogliono che io remixi la loro canzone, devono essere completamente consci del fatto che io la renderò mia. Non farei un remix se ci fossero regole o parametri dettati dall’artista che remixo, questa cosa non funziona con me; non posso lavorare su commissione, per così dire. Questo è il motivo per il quale ho smesso di produrre band/artisti, non mi diverto, devo fare una cosa mia perché abbia valore per me.

Sto recensendo il nuovo album dei Khost, Governance. Mi piacciono e ovviamente so della tua lunga amicizia con Andy Swan (con lui ha iniziato Final negli Ottanta, ndr). Nel 2016, usando il nome Godflesh, hai creato un intero ep reinventando tre pezzi di Corrosive Shroud, il precedente album di Khost. Questo è più di un semplice remix. Perché?

Sia il mio buon amico Andy, sia la Cold Spring (etichetta dei Khost, ndr), hanno chiesto tre remix a nome Godflesh, e io ero molto entusiasmato dalla sfida. I Khost sono già piuttosto opprimenti, quindi ho adottato un “Godflesh mode” e ho voluto decostruire e aggiungere i sapori dei Godflesh all’insieme. Alla fine sono tre remix, ma sono tre remix all’interno di un ben preciso contesto.

Ho detto che lavori con nuove etichette, fondate anche diversi anni dopo la nascita dei tuoi primi progetti, e ho detto che sei un remixer molto occupato. Così dalla tua hai l’esperienza, ma grazie al tuo lavoro puoi scoprire anche tanti nuovi artisti. Hai dei suggerimenti per noi? Chi ha catturato la tua attenzione di recente?

Non sono certo di quanto sia nuova parte della musica che ho ascoltato recentemente, ma posso solo dire che ascoltare roba recente mi piace! Quindi… 400PPM, Sigha, Federico Durand, Tommy Four Seven, Lussuria, Geotic, Umfang, Shifted, Eomac, Moor Mother, Pessimist, G.H, Bobby Dunn…

Come chi ci legge sa già, in Italia ti vedremo (come JK Flesh) al Varvara Festival. Che dobbiamo aspettaci dal tuo live show? Ho visto una volta Final e due i Godflesh, quindi non so cosa succederà con JK Flesh…

È un live show di “body music”, techno per anime perdute! Io mixo live… assomiglia a questo:

Grazie!

Interviste final, godflesh, jesu, jk flesh, justin k broadrick

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