Kachchh!

Creato il 12 settembre 2014 da Dharmabum

Le zone tribali dell’India sono fantastiche. Sono colorate, misteriose, esotiche, piacevolmente lontane dai circuiti turistici classici. Dopo aver visto quelle del Nord Est, tra il Nagaland, il Manipur, il Tripura, molto vicine alla cultura del Sud Est Asiatico e quelle nel cuore dell’India, tra l’Andhra Pradesh e il Chhattisgarh, più simili a quelle dell’Africa nera, mi sono spinto all’estremo Nord Ovest, in una delle regioni più affascinanti dell’intero Paese: il Kutch.

Il Kutch ( o Kachchh ) si trova nel Nord del Gujarat tra il Mare Arabico e il Pakistan e in passato era probabilmente un’isola: anche oggi quando il monsone è abbondante il Grande Deserto di Kutch ( Great Rann of Kutch ) che in quell’epoca doveva essere parte del mare si trasforma in una specie di palude melmosa che divide la penisola dalla terraferma. Ci sono varie cose eccezionali in questo remoto luogo dell’estremo occidente Indiano: c’è una cultura tradizionale ricchissima, misteriosi gruppi tribali anche nomadi, città antichissime nate all’alba della civiltà umana e uno dei più fantastici deserti dell’Asia, il deserto bianco di Kutch ( White Rann ). E’ un luogo estremo: più della metà della superficie del Kutch è completamente desertica ed è soggetto a frequenti terremoti, cicloni e lunghi periodi di siccità.

La capitale è Bhuj ed è in una posizione ideale per fare da base per varie escursioni nei villaggi e nei deserti circostanti. Purtroppo questa zona fu colpita da un terribile terremoto nel 2001 che causò migliaia di vittime e moltissimi edifici sia storici della città vecchia che tradizionali dei villaggi tribali sono stati distrutti e rimpiazzati dalle solite brutture moderne indiane. Qualcosa è rimasto, come il bel palazzo dei Maharao del Kutch oggi divenuto un museo ( dove si può trovare il simpatico P.J. Jethi, grande esperto della regione, che ha scritto un libro sul Kutch e può fornire aiuto e utili informazioni  ) o tracce delle mura che la circondavano, ma la nuova Bhuj non è la tipica città che ci si immagina di trovare in un luogo simile. E’ abbastanza moderna, con molti negozi “all’occidentale” e fast food con pizze e patatine fritte ( ma almeno non c’è il classico Mc Donalds ).

E’ una città non particolarmente bella ma secondo me molto interessante, con vivaci mercati popolati dai tribali più strani che indossano abiti coloratissimi e ornamenti di ogni tipo. Il mio albergo è proprio di fronte ad uno di questi mercati, in un fatiscente edificio situato vicino una delle antiche porte della città vecchia. Al piano terra c’è uno dei migliori ristoranti della città, che fa uno dei più gustosi gujarati thali dello Stato.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare Bhuj è abbastanza frequentata dai turisti, anche stranieri. Ho incontrato perfino un paio di classici backpackers israeliani, quelli che in genere non si incontrano mai fuori dalle solite mete. In questo periodo in più c’è una specie di festival stagionale nel deserto bianco e i tour operator offrono dei tour nel deserto abbinati a visite nei villaggi dei tribali. Sono tour costosissimi ma offrono qualcosa di molto bello e particolare, spettacoli di danze nel White Rann e pernottamenti in lussuosissime tende o villaggi ricostruiti in stile tradizionale.

Andare a vedere il deserto bianco, almeno quello “turistico” ( nella zona di Dhordo ), non è così semplice per il viaggiatore indipendente, ci si può andare solo con dei tour o con costosi taxi ( solo l’ultimo giorno verrò approcciato da una simpatica cinese che voleva dividere i costi del viaggio, ma ormai non ero più interessato ). Oppure in autostop ma alla fine rischi lo stesso di dover dormire in uno dei resort da 100 euro a notte. In più nel Kutch per certe zone servono dei permessi, non puoi andare in giro da solo per villaggi a casaccio. Inizio quindi a studiare delle possibili alternative che dopo una lunga ricerca scopro essere principalmente tre: Kalo Dungar, che non è proprio sul White Rann ma ai bordi su una collina, ed è raggiungibile con un autobus la domenica; Lakhpat, città fantasma all’estremo West che dovrebbe essere proprio all’inizio del Rann; Dholavira, l’antichissima città della civiltà Harappana ( Civiltà dell’Indo ) che è una specie di isola in mezzo al deserto. A Dholavira ci andrò comunque alla fine di questo mio viaggio nel Kutch, ma non sono sicuro se è possibile vedere il deserto bianco, ci sono pochissime informazioni in rete e praticamente quasi nessuna foto che mi possa dare qualche indicazione.

Decido quindi di andare in entrambi gli altri due posti e vedere cosa c’è. Faccio il mio bel permesso per Lakhpat, Narayan Sarovar e Koteswar ( mi avevano garantito che ci volevano pochi minuti, invece ci vorranno 2 giorni, fotocopie, moduli in triplice copia… insomma la solita trafila burocratica indiana che poi serve solo a garantire lavoro a milioni di poveri disgraziati ). Parto la mattina molto presto e dopo qualche ora di piacevole viaggio nel deserto arrivo a Lakhpat, che è molto più bella del previsto. Questa città si trova in un posto estremamente remoto, unico, spettacolare, tra il deserto “normale” e quello bianco, che inizia a pochi metri dalle mura e sembra un bianchissimo mare lunare. In passato fu una ricca città sulla rotta commerciale tra Karachi e le città-Principato del Gujarat e del Rajasthan: qui si fermavano tutte le carovane dei mercanti che dovevano attraversare l’impegnativo deserto del Sind e le navi che arrivavano dal Medio Oriente e ovviamente c’erano dei dazi da pagare e tutte le comodità per i viaggiatori nei caravanserragli. Raggiunse il suo periodo di massimo splendore nell’800 quando venne circondata da una cinta di possenti mura per proteggersi dai predoni. All’epoca gli abitanti erano circa 10000. Poi ci fu un evento tragico che cambiò per sempre la storia della città: nel 1819 un devastante terremoto deviò completamente il corso del fiume Indo che sfociava vicino a Lakhpat rendendo le terre fertili e il porto trafficato. Il deserto avvolse in breve la città che fu abbandonata e diventò così in pochi anni una città fantasma. Oggi c’è solo una piccola comunità di un centinaio di anime ma la città è rimasta più o meno com’era quasi 200 anni fa. E’ un posto secondo me molto affascinante, alla fine mi sono perso tra le rovine delle case dei mercanti e i bastioni delle mura e il mio progetto di una visita alle altre due città sul mare è naufragato ( ma in ogni caso anche l’idea di andare a Narayan Sarovar in autostop era abbastanza impraticabile, visto che il traffico è inesistente da quelle parti ). Mi sono concesso anche una breve passeggiata sul White Rann, dopo aver rassicurato i due militari di guardia che non avevo intenzione di andare lontano. Questa zona del Kutch tra il Pakistan e l’India è ovviamente molto sensibile ma non vedo che rischio possa rappresentare un viaggiatore straniero che cammina nel deserto.

Kalo Dungar mi è piaciuta di meno, anche perché c’erano molti vacanzieri/pellegrini della domenica ( c’è anche un Santuario ) e perché malgrado il paesaggio desertico sia comunque molto bello il White Rann è lontano e quindi non c’è la possibilità di vivere da vicino la magia di questa meraviglia della natura. E’ una gita interessante che potrebbe essere abbinata alla visita di qualche villaggio tradizionale come Khavda e Ludia, o magari anche Zura e Nirona, se si dispone di un mezzo proprio.

Più semplice, almeno sulla carta, è andare a visitare i vari villaggi tradizionali che sono l’attrazione principale del Kutch insieme al deserto bianco. Sulla carta perché se è vero che quasi tutti i villaggi sono raggiungibili con i mezzi pubblici, è anche vero che non è facile vederne più di uno o due al giorno, visto che spesso l’unica opzione è tornare a Bhuj e prendere un altro autobus in stazione. Poi bisogna anche fare i permessi per quelli nelle zone protette, quindi bisogna avere un programma ben preciso. Se si è in più di due, o se non si ha problemi di soldi, il taxi è l’opzione migliore. Con una cinquantina di euro  se ne può affittare uno per tutto il giorno e così si possono girare molti villaggi, magari abbinando anche una gita nel deserto. Ma per me 50 euro in India sono in genere il budget di 10 giorni, quindi a meno che non mi offrano qualcosa di eccezionale che secondo me li possa valere in genere lascio perdere o cerco delle alternative. In questo caso l’alternativa è quella più logica: il tuc tuc. Con poco più di 10 euro riuscirò a farmi un paio di giorni tra quasi tutti i villaggi che volevo vedere, si va piano ma si arriva quasi ovunque. E’ importante trovare un autista che parli un inglese almeno rudimentale, per potergli spiegare bene dove vuoi andare ma soprattutto per fare da tramite nei villaggi, visto che non dappertutto si è ben accetti. Come spesso mi è capitato in villaggi simili mi sono piaciuti di più quelli più semplici e isolati, dove la gente è più genuina e nessuno ti chiede nulla. Quelli più noti e più frequentati li ho trovati un po’ troppo sfruttati e alla fine tutti cercavano di vendermi qualcosa. Cose molto belle e originali ma che non comprerei mai nemmeno come souvenir: ovviamente in questi casi il rapporto con questi artigiani è piacevole solo se compri qualcosa, probabilmente sono abituati con ricchi turisti organizzati che comprano qualsiasi boiata a prezzi esorbitanti, quindi in qualche villaggio non ero molto a mio agio ( che differenza con i grandi artigiani del metallo del Chhattisgarh! ). Alcuni mi hanno mostrato con orgoglio come lavorano ( soprattutto i tessitori Jat ) altri invece si sono quasi offesi perché non ho comprato nulla. In particolare in un villaggio Harijan mi volevano vendere con insistenza roba di pelle di cammello e quando ho risposto che non volevo niente mi hanno quasi cacciato e proibito di fare foto ( ed è stato un peccato perché era uno dei villaggi più belli e le donne avevano abiti tradizionali stupendi ). E’ seguita una discussione nelle rispettive lingue terminata con un bel “andate tutti a fare in culo!”. In generale però le donne non amano molto farsi fotografare, quindi dopo qualche tentativo ho quasi rinunciato per evitare problemi.

Nel Kutch ci sono 5 gruppi etnici principali, a loro volta divisi in vari sottogruppi: Ahir, Rabari, Harijans, Jats e Patel. Possono essere sia hindu che musulmani, alcuni venerano anche divinità pre-induiste. Tutti hanno una storia e una cultura tradizionale molto affascinanti, sono maestri nell’artigianato e in genere vivono coltivando i campi e allevando bestiame. Per quello che ho visto sono decisamente più “evoluti” di quelli ad esempio dell’Orissa o del Chhattisgarh, non sono proprio i classici tribali che vivono ancora una vita molto semplice, e sembrano molto “zingareggianti”. Molte cose tipiche indiane che si vedono nei mercati di tutta l’India o anche in quelli etnici dell’Europa sono prodotti dell’artigianato tribale del Kutch: in particolare gli inconfondibili tessuti colorati con gli specchietti che sono un po’ una delle classiche cose “da India”.

Questi gruppi sono piuttosto diversi tra di loro ( anche se alcuni hanno abiti tradizionali e ornamenti simili ) e hanno anche approcci diversi alla modernità e al progresso del mondo occidentale. Gli Ahir sono considerati i discendenti di Krishna, sono diffusi in tutto il Nord dell’India e vivono principalmente di agricoltura e di allevamento di bestiame, anche se negli ultimi anni molti hanno trovato lavoro nelle saline. Le donne più giovani indossano abiti tradizionali elaborati e molto colorati ( in genere rossi e verdi ), mentre quelle più anziane portano abiti neri. I Patel sono la comunità più ricca e sono i seguaci del Guru Swaminarayan. Sono famosi per essere ottimi commercianti, imprenditori e politici, inoltre sono noti per essere degli emigranti di successo: se si incontra un ricco indiano a Londra o a New York è molto probabile che sia un Patel. I Jats sono originari dell’Iran, arrivati nel Kutch circa 500 anni fa attraverso i deserti del Pakistan Meridionale in cerca di nuovi pascoli per il loro bestiame. Sono devoti musulmani, alcuni sono famosi per essere studiosi del Corano e della religione islamica. Sono una comunità non molto ricca e vivono principalmente di agricoltura e allevamento di animali. Gli Harijans sono originari del Rajasthan e si chiamavano Meghwal. Erano considerati dei fuoricasta e quindi intoccabili secondo le leggi Indiane. Furono chiamati così da Gandhi ( Harijans significa “il popolo di Dio” ) che lottò duramente contro il sistema per i loro diritti e per l’abolizione dell’intoccabilità, che però avvenne solo nel 1950 dopo la sua morte.  Vivono in quasi tutto il Kutch e sono esperti in vari tipi di artigianato: gli uomini sono tessitori, intagliatori di legno o conciatori di pelle, mentre le donne sono famose per i tipici lavori di ricamo.

Infine ci sono i misteriosi Rabari, ancora poco conosciuti e considerati l’ultimo popolo tribale nomade dell’India. Oggi alcuni vivono stabilmente in piccoli villaggi ma circa il 70% vive una vita nomade o seminomade, muovendosi con grandi mandrie di bestiame e cammelli tra gli Stati dell’India Centrale. Non è ben chiara l’origine di questo gruppo etnico: si sa che arrivarono in Gujarat dai deserti del Rajasthan ma probabilmente sono originari dell’Afghanistan o del Pakistan. Possono indossare abiti diversi ma quasi sempre con colori molto vivaci, solo le donne più anziane indossano abiti neri. Anche tra le più giovani sono ancora diffusi i tatuaggi. Sono il gruppo con il più basso livello di istruzione, sono molto religiosi e raramente si curano con la medicina occidentale. Le donne sono in genere molto più rispettate dagli uomini.

Il Kutch è senza dubbio una meta impegnativa per il viaggiatore indipendente, ma ha moltissimo da offrire sia come paesaggi che come ricchezza culturale, e lo metto con convinzione tra le regioni più affascinanti dell’India. Sono posti non completamente incontaminati, perché un minimo giro di turisti c’è, ma dove si ha spesso la sensazione di essere in luoghi remoti lontanissimi da tutto.


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