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Kate Millett, una vita dalla parte giusta.

Creato il 10 settembre 2019 da Luoghididonne

articolo di © Patrizia Cordone Artista, saggista, soprattutto femminista celeberrimo é il suo libro "La politica del sesso", il manifesto del femminismo radicale, con cui scardinò tutti gli assunti del patriarcato, svelandone i meccanismi ed anche i condizionamenti interiorizzati dalle donne, perché ne prendessero coscienza liberandosi dal giogo "colonizzatore". Di grande importanza per il femminismo americano presto lo divenne anche a livello planetario e venne tradotto in più lingue. Donna dotata di una sensibilità straordinaria fu costantemente impegnata con il femminismo, contro la prostituzione sia fattivamente che attraverso i suoi libri e le sue sculture, ma anche con il pacifismo, con il movimento antipsichiatrico e contro la tortura. Alla sua scomparsa avvenuta nel 2017 ai solenni funerali organizzati dalla Veteran Feminists of America Inc. hanno partecipato ben più di cinquecento persone: il tributo dovuto ad una donna, che tanto si é dedicata alla causa del femminismo e si é prodigata a favore del prossimo per un mondo più giusto.

articolo di ©Patrizia Cordone settembre 2019 ©Luoghi di Donne, il blog di Patrizia Cordone. Tutti i diritti d'autore riservati. Si vieta tassativamente l'uso del "copia-ed-incolla" di tutti gli articoli riportati dal presente sito ai sensi delle disposizioni di legge a protezione dei diritti d'autore - copyright. Le infrazioni sono perseguite a rigore di legge contemplante i diritti d'autore presso l'Autorità giudiziaria territoriale competente.

Nata nel 1934 a Saint Paul, nel Minnesota, visse un'infanzia sofferta a causa del padre violento ed ubriaco, che abbandonò la famiglia nel 1948. La madre crebbe lei e le sue sorelle con i magri introiti del suo stipendio da insegnante arrotondato grazie alle provvigioni di un secondo lavoro come assicuratrice. Il provvido aiuto economico di una zia consentì a Kate Millett di iscriversi al St Hilda's College di Oxford, dove nel 1958 conseguì la laurea in letteratura inglese cum laude, la prima donna americana. Sebbene avesse trovato un incarico come docente all'università del North Carolina, preferì adattarsi come maestra d'asilo ed archivista per assecondare il suo intento di studiare arte, in particolare la scultura, che perseverò successivamente trasferendosi in Giappone nel 1961. A Tokio organizzò una sua prima esposizione artistica presso la Minami Gallery ed insegnò inglese alla Waseda University. Rientrata a New York nel 1963 coltivò il suo talento per la scultura esponendo le sue opere al Barnard college, dove a partire dal 1964 insegnò fino al 1968, anno in cui venne licenziata a causa del suo attivismo per i diritti civili. Sono stati anni molto importanti per il suo impegno contro la guerra in Vietnam, a favore delle rivendicazioni studentesche, a sostegno della riforma dell'aborto e del movimento delle donne. Nel 1966 divenne presidente del comitato educativo della nascente N.o.w., National organization of women ed il suo impegno si intensificò con la partecipazione alle attività del femminismo radicale newyorkese, diventando ben presto una figura di spicco e di riferimento. Infatti nell'autunno del 1968 ad un incontro con un gruppo, di liberazione della donna, si chiamavano così i gruppi femministi di allora, emblematica fu la presentazione del suo " manifesto contro la politica sessuale", che costituì di fatto la premessa del suo dottorato accademico, con cui si laureò a pieni voti presso la Columbia university nel marzo del 1970.

A partire dalla sua tesi di laurea Kate Millett decise la redazione di una versione più completa pur sempre in chiave femminista, la cui stesura definitiva consegnò a Doubleday, una casa editrice e divenne il libro " Sexual politics". La tesi principale ruota attorno all'enunciazione del manifesto originale contro la politica sessuale presentato per l'appunto ad una delle sue riunioni femministe del 1968: " quando un gruppo ne governa un altro, il rapporto tra i due è politico: quando un tale accordo viene portato avanti per un lungo periodo di tempo sviluppa un'ideologia (feudalesimo, razzismo, ecc.). Tutte le civiltà storiche sono patriarcali: la loro ideologia è la supremazia maschile". La sua premessa è l'individuazione delle basi dell'oppressione-sottomissione femminile sia dal punto di vista politico che culturale, veri e propri fondamenti della società occidentale guidata dalla convinzione della presunta superiorità maschile su quella femminile. La conseguente concettualizzazione del genere e dell'oppressione sessuale richiedono " una rivoluzione del ruolo sessuale con cambiamenti radicali degli stili di vita personali e familiari ".

La sua attenzione politico-intellettuale puntava a dimostrare come la relazione tra i sessi fosse caratterizzata dal binomio " predominio e subordinazione" ed ancora peggio istituzionalizzata come una forma di " colonizzazione interiore", un tipo di oppressione " più resistente di qualsiasi genere di segregazione e più rigido della stratificazione di classe" con l'esito che "il dominio sessuale persiste come l'ideologia forse più infestante della nostra cultura e impone la sua fondamentale concezione di potere".

A suffragio della sua tesi Kate Millett attinse dall'antropologia, dalla storia giuridica, dalla sociologia nonché dalle teorie freudiane misogine per denunciare l'istituzione del matrimonio e della famiglia, da lei definita " un'unità patriarcale all'interno di un sistema patriarcale". Con il suo libro documentò accuratamente le sue analisi relative per esempio al sessismo letterario con alcune fonti dei maggiori scrittori statunitensi, tra cui D. H. Lawrence, Henry Miller e Norman Mailer, dimostrando ad abundantiam la sua tesi con molte note a piè di pagina secondo un rigore accademico scrupoloso ed ammirevole. Con il suo libro mirava a contribuire concretamente ad un cambiamento del mondo reale. A titolo esemplificativo si consideri, che nel 1970 le donne guadagnavano poco più di cinquanta centesimi per ogni dollaro intascato da un uomo e la loro presenza professionale si attestava al 9%, l'università di Harvard aveva appena due professoresse di ruolo. Il mondo accademico, per non parlare della società che studiava, aveva urgente bisogno di un'inversione di rotta a favore del genere femminile. Di fatto il suo lavoro editoriale definiva gli obiettivi e le strategie del movimento femminista, fu una delle prime alte espressioni teoriche del femminismo radicale perfettamente in linea con il momento storico del cosiddetto femminismo della seconda ondata.

Alla pubblicazione de " the politics of sex" il successo superò ogni previsione con una vendita di ottantamila copie, sette ristampe ed una copertura mediatica senza precedenti. Una grande accoglienza le fu riservata da tutta la stampa ufficiale, addirittura il 31 agosto 1970 il Time le dedicò la copertina creata dalla pittrice Alice Neel, incoronandola come " la Mao Tse-Tung dell'emancipazione femminile"; Kate Millett fu invitata sia da molti programmi di intrattenimento televisivo che di approfondimento giornalistico e da tanti campus universitari. Ancora oggi questo suo libro è uno dei testi fondamentali della teoria radicale femminista.

Attorno allo stesso tema del suo libro più famoso nel 1971 con un cast ed una troupe femminile sotto l'egida di " Women's Liberation Cinema", una piccola casa di produzione, realizzò un documentario " Three lives", che ottenne delle buone recensioni dopo la sua anteprima in un teatro di New York. Sempre quell'anno ed ad ulteriore dimostrazione della sua tesi dell'oppressione patriarcale a danno delle donne analizzò un altro aspetto assolutamente fondante in modo negativo, cioè la prostituzione, con " The prostitution papers", vero campo di battaglia soprattutto per Andrea Dworkin, altra importante femminista del panorama statunitense di quegli anni. Il bisogno di una dimensione autonoma femminile fu riversato con la fondazione della Women's Art Colony Farm, un circolo esclusivamente femminile di scrittrici ed artiste, che si stabilì permanentemente in una vasta area da lei acquistata a Poughkeepsie, nelle vicinanze di New York, non trascurando l'insegnamento, che aveva ripreso con un incarico di docenza di sociologia presso il Bryn Mawr College.

Sempre molto attenta alla liaison tra la questione femminile e la stampa, ovverossia il sessismo dei mass-media, nel 1978 Kate Millett divenne socia de " W.i.f.p.", l'istituto per la libertà di stampa delle donne, un'organizzazione senza finalità di lucro e mirata ad una migliore rappresentazione femminile attraverso i mezzi di comunicazione.

Nel marzo 1979 spinta dallo spirito di sorellanza femminista internazionale ed in occasione della giornata internazionale della donna assieme a Sophie Keir, fotoreporter canadese, si recò in Iran per documentare il passaggio politico tra l'abdicazione di Reza Pahlevi, lo scia costretto all'esilio e la svolta fondamentalista del regime di Khomeini del tutto a sfavore delle donne. Al tempo si erano palesati i primi segnali significativi con l'interdizione scolastica alla formazione-frequentazione di aule miste, cioè di ragazze e di ragazzi assieme; l'imposizione del velo alle donne lavoratrici ed il divieto di avanzamento del divorzio dalle donne sposate. Nonostante tutto le donne iraniane si riunivano e manifestarono quell'8 marzo 1979 attraversando la Freedom square di Teheran, corteo che infuriò il regime e dette luogo ad un'azione repressiva pesante con delle percosse contro le manifestanti. Sia Kate Millett che Sophie Keir avevano partecipato tanto ai raduni che alla manifestazione, a causa delle loro opinioni femministe intercettate entrambe dalla polizia iraniana furono prelevate dal loro albergo, trasferite in un centro di detenzione e costrette a lasciare l'Iran. Giunsero così in Francia, a Parigi, sollevate dal pericolo evitato dell'incarcerazione e due anni dopo, nel 1981, venne pubblicato il libro " Going to Iran". Il volume, purtroppo mai tradotto in italiano, è corredato dall'apparato iconografico di Sophie Keir, si attesta come una cronaca giornalistica della condizione femminile iraniana in quegli anni, impresa raramente realizzata da altre-i occidentali. Pur tuttavia avendone scritto quel libro con il valore di testimonianza Kate Millet dichiarò la sua viva preoccupazione per il destino delle donne iraniane.

Con questa sua compassione, secondo il nobile significato etimologico latino del termine, verso il destino triste di altre donne si sentì sollecitata a scrivere un libro attinente ad un fatto di cronaca avvenuto negli Usa nel 1965: la prigionia, il sequestro, le torture e la scomparsa violenta di Sylvia Likens. Figlia di giostrai era stata da questi affidata a Gertrude Baniszewki, un essere spregevole, che la seviziò, la brutalizzò con sadismi inenarrabili grazie alla complicità dei suoi stessi figli, i loro amici, tutti minorenni ed all'omertà del vicinato, sordo alle urla della piccola Sylvia Likens, spirata a causa di un'emorragia cerebrale. Il caso scoperto dalla polizia destò clamore presso la pubblica opinione e la stampa fino alla sentenza di tutti i colpevoli. Per molti anni questo fatto di cronaca giudiziaria aveva catalizzato l'attenzione di Kate Millett anche attraverso le sue sculture di una serie di gabbie, simbolo di prigionia per definizione. Un'ossessione dolorosa sedimentata ed elaborata con il libro " The basement: Meditations on a Human Sacrifice", la cantina (dove fu segregata Sylvia Likens), riflessioni di un sacrificio umano, pubblicato nel 1979. Analizzò le dinamiche delle crudeltà inflitte così come della sottomissione assicurata sia dalle privazioni che dalle torture fisiche, sessuali ed emotive. Pianificate da una donna contro una sua simile. Questo spettro di visione non può non richiamare il suo libro " The Politics of sex" con la sua premessa teorico-pratica della supremazia patriarcale con la conseguente " colonizzazione interiore" dell'oppressione maschile da parte delle donne stesse, facenti proprie il concetto di " predominio e subordinazione " fino al punto di essere agìto contro le proprie simili.

Seppure meno noto della sua militanza femminista non si può trascurare il suo impegno contro la psichiatria. Ingiustamente e per l'intervento dei suoi familiari subì dei ricoveri presso degli ospedali psichiatrici nel 1973 e nel 1980, le cui dimissioni avvennero con l'intervento di avvocati oltre che di suoi amici, tra cui Sophie Keir. Soffriva soltanto di depressione, non era affatto pazza. Da allora cominciò ad occuparsi del sistema psichiatrico, del suo uso come mezzo di controllo sociale e dei suoi risvolti nefasti sulla vita delle persone, sia per i danni fisici causati dai trattamenti farmacologici che per quelli morali alla propria reputazione. Come lei stessa disse " molte persone sane sono spinte dalla disapprovazione della società e dall'istituzione autoritaria della psichiatria alla malattia mentale". Peraltro attribuì la sua stessa depressione alla sua diagnosi e non viceversa: " quando ti è stato detto che la tua mente non è sana, c'è una sorta di disperazione che prende il sopravvento". Il timore dello stigma sociale della pazzia le pesò per tutta la sua vita secondo quanto scritto da Marilyn Yalom, scrittrice femminista. Questa dolorosa esperienza forgiò il suo attivismo antipsichiatrico partecipando a gruppi e nel 2005 in qualità di rappresentante di MindFreedom International svolse un intervento contro la tortura psichiatrica presso le Nazioni Unite durante i negoziati sul testo della Convenzione dei diritti delle persone con disabilità; inoltre nello Stato del Minnesota assieme al suo avvocato riuscì a modificare sostanzialmente la legge riguardante il regime dei ricoveri psichiatrici da coatti a volontari per i soggetti direttamente interessati. " Looney be trip", il trip della follia pubblicato nel 1990, è il racconto autobiografico della sua esperienza da paziente involontaria e del suo impegno antipsichiatrico svolto costantemente. Il passo è breve con altre forme di tortura, per esempio quella politica, di cui Kate Millett si occupò assieme ad alcune associazioni per delle campagne di contro-informazione e per una riforma carceraria più equamente rispettosa dei diritti delle persone. Nel 1994 da questo suo impegno sortì " The Politics of Cruelty", il suo saggio sulla detenzione politica ed il sistema di tortura presente in molti stati, essendo lei convinta, che " la conoscenza della tortura è di per sé un atto politico, così come il silenzio oppure l'ignoranza possono avere conseguenze politiche ".

A fronte di esperienze ospedaliere coatte, della sua militanza a favore dei più deboli, ma ancora di più conseguente ad una rara sensibilità e dal suo vivere coerente al femminismo non può sorprendere l'attenzione, che Kate Millett rivolse a sua madre anziana, molto malata e non più autosufficiente ricoverata in un ospizio per vecchi. La turbò il comportamento del personale, che vedeva in lei e negli altri ospiti dei pesi tanto fastidiosi quanto inutili, peggio ancora quando seppe delle restrizioni coatte usate contro di essi. Consapevole degli sforzi che sua madre aveva fatto per darle la vita, altrettanto consapevole che erano in gioco la dignità e la qualità di vita di sua madre, firmò le dimissioni del suo ricovero e la trasferì a casa sua: divenne la sua badante, la coordinatrice delle innumerevoli terapie quotidiane con il personale adeguato e la sollecitò per restituirle la dignità di persona. Nel 2001 venne pubblicato " Mother Millett", a lei dedicato, dove Kate Millett ribadisce spesso l'importanza della giusta considerazione delle persone anziane e del rispetto, non la commiserazione, a loro dovuto. Da donna femminista non trascurò affatto l'importanza del recupero del rapporto con sua madre fino a qualche tempo prima inconcepibile e dello scambio intenso, che entrambe misero in atto.

Nel 2001 proprio con questo libro vinse il Best Books Award, premio assegnatole dal Library Journal. Anche se non fu l'unico riconoscimento: nel 2012 il Courage Award for the Arts di Yoko Ono; lo stesso anno il Lambda Pioneer Award for Literature ed il Foundation for Contemporary Arts Grants to Artists award; nel 2013 la nomina come componente della National of the Women's Hall of Fame degli Stati Uniti.

Scomparsa il 6 settembre 2017 a Parigi, il 6 ottobre 2017 la Veteran Feminists of America Inc., l'associazione delle femministe veterane statunitensi, annunciò con un un comunicato ufficiale lo svolgimento dei funerali il 9 novembre presso la National of the Women's Hall of Fame. Tutti gli onori le sono stati tributati con la cerimonia d'addio, a cui parteciparono oltre cinquecento donne, compagne di militanza femminista, antipsichiatrica e contro la tortura. Le maggiori testate furono impegnate con una cronaca puntuale come per esempio il New York times: il tributo dovuto ad una donna, che tanta parte della sua vita ha dedicato al femminismo e si é prodigata a favore del prossimo per un mondo più giusto.

articolo di ©Patrizia Cordone settembre 2019 ©Luoghi di Donne, il blog di Patrizia Cordone. Tutti i diritti d'autore riservati.

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