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Kentuki di Samanta Schweblin

Creato il 03 marzo 2020 da Anncleire @anncleire
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Voleva sapere che tipo di utente le era toccato. Che tipo di persona sceglierebbe di “essere” kentuki invece di “avere” un kentuki?

“Kentuki” è un romanzo di Samanta Schweblin edito in italiano da SUR. Si tratta di una storia dai risvolti distopici che mi ha colpito immediatamente. Volevo leggerla da tempo ma ho continuato a rimandare finché non mi sono decisa a prendere il libro in mano. E non me ne sono minimamente pentita.

Buenos Aires, interno giorno. Ma anche Zagabria, Pechino, Tel Aviv, Oaxaca: il fenomeno si diffonde in fretta, in ogni angolo del pianeta, giorno e notte. Si chiamano kentuki: tutti ne parlano, tutti desiderano avere o essere un kentuki. Topo, corvo, drago, coniglio: all’apparenza innocui e adorabili peluche che vagano per il salotto di casa, in realtà robottini con telecamere al posto degli occhi e rotelle ai piedi, collegati casualmente a un utente anonimo che potrebbe essere dovunque. Di innocuo, in effetti, hanno ben poco: scrutano, sbirciano, si muovono dentro la vita di un’altra persona. Così, una pensionata di Lima può seguire le giornate di un’adolescente tedesca, e gioire o preoccuparsi per lei; un ragazzino di Antigua può lanciarsi in un’avventura per le lande norvegesi, e vedere per la prima volta la neve; o ancora un padre fresco di divorzio può colmare il vuoto lasciato dall’ex moglie. Le possibilità sono infinite, e non sempre limpide: oltre a curiosità e tenerezza, il nuovo dispositivo scatena infatti forme inedite di voyeurismo e ossessione.

Le storie che investigano possibilità anche solo immaginate, che vengono esasperate in maniera clamorosa in scenari futuristici sono sempre le mie preferite. E questa è davvero particolare perché si insinua su un filone che non è troppo investigato, che muove i passi dal controllo capillare. Si inizia da piccole incursioni e si finisce con il crimine. Il gioco, il passatempo, la compagnia diventa in un solo passo semplicemente un incubo. Alla base della storia della Schweblin ci sono questi peluche con rotelle dotati di webcam pilotati da esseri umani, inseriti nelle case e nell'intimità di altri esseri umani. Ogni capitolo racconta un’esperienza diversa, con protagonisti diversi, che possono ricomparire nei capitoli successivi, che si approcciano a questo nuovo gadget che in breve conquista nuove fette di mercato in tutto il mondo. Ci sono due possibilità quindi: prendersi il peluche in casa e condividere con lui la propria quotidianità, limitando o meno il suo accesso alle varie azioni che si compiono durante la giornata. Oppure si può assumere il controllo di un kentuki, spiare più o meno in profondità il proprio padrone. L’associazione tra chi ha un kentuki e chi è un kentuki è totalmente casuale e non si può predire in che mondo ci si risveglia o chi ci tocca in sorte. Adulti e ragazzini, bambini e anziani, chiunque può approcciarsi a questi esseri. In pochi semplici passi le installazioni vanno a buon fine e si inizia ad avere queste esistenze parallele. I racconti sono di natura diversa, non è sempre detto che l’accensione di un kentuki proceda liscia, gli imprevisti sono dietro l’angolo. La Schweblin però si limita a descrivere le situazioni, le varie vicende, con un occhio neutro, senza azzardare risposte, ma assistendo alla crescita esponenziale del fenomeno, che mette a nudo gli aspetti più controversi dell'umanità tutta. È lì, accade, sconvolge, pungola la coscienza, irretisce il lettore e lo esorta a chiedersi dove stiamo andando. Ci si interroga sia sull'essere che sull'avere un kentuki, ma soprattutto sulle loro implicazioni. Possono salvare la vita? Come ci si difende dai criminali che ne entrano in possesso? Quali sono i lati oscuri, non regolamentati, da sfruttare per fare soldi? Ed è questo che rende il libro della Schweblin davvero riuscito, il prendere questa situazione ed esasperarla sempre di più, messi sotto stress i vari personaggi che si avvicendano nella storia mostrano i loro lati peggiori e nessuno escluso deve prendere le decisioni più difficili pur di uscirne indenne. La solitudine, questa condizione che spaventa tantissimo viene investigata allo stesso modo di chi prova a portare una luce in questo mondo sempre più connesso, ma sempre più ricco di pericoli.

Il particolare da non dimenticare? Un tablet…

Una storia con una vena distopica davvero inquietante dal ritmo serratissimo, che mi ha conquistato fin dalle premesse. In un mondo che diventa sempre più tecnologico e connesso, diventiamo sempre più facilmente controllabili, e mettere in gioco la nostra privacy per il brivido del possesso si scontra con la voglia sconfinata di preservarla a qualsiasi costo. E la linea sottile che ci divide dalla follia è sottilissima.


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