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L’“Acqua della discordia”: la Repubblica Turca di Cipro Nord e il ruolo della Turchia

Creato il 16 novembre 2016 da Bloglobal @bloglobal_opi

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di Filippo Urbinati

Al termine di una lunga trattativa, lo scorso marzo Turchia e Repubblica Turca di Cipro Nord (TRNC) hanno siglato un accordo per la gestione della pipeline sottomarina denominata “TRNC Water Supply Project” [1] che conduce acqua dalle coste meridionali turche a quelle della repubblica internazionalmente non riconosciuta del nord dell’isola di Cipro [2]. L’importanza di questa infrastruttura – la più lunga del mondo del suo genere con i suoi 80 Km percorsi ad una profondità di 280 metri e in grado di trasportare 75 miliardi di metri cubi di acqua all’anno – risiede innanzitutto nella possibilità di assicurare l’approvvigionamento idrico dell’isola, la quale secondo il World Resources Institute è classificata tra i territori considerati più water-stressed a livello globale [3]. Tali forniture, destinate sia all’utilizzo domestico (50,3%) sia a fini agricoli (49,7%), consentirebbero, secondo le stime, di risolvere completamente il problema dell’accesso all’acqua potabile per la popolazione della TRNC e di irrigare 4824 ettari di terreno attualmente inutilizzabili [4].

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Il tema idrico è stato oggetto di un aspro confronto tra le forze politiche turco-cipriote e si inscrive all’interno di una più ampia crisi politica in cui la Turchia ha giocato un ruolo determinante. Il punto centrale della discussione, che ha fatto sì che la pipeline rimanesse inutilizzata dall’ottobre 2015, quando cioè terminarono i lavori e venne ufficialmente inaugurata, riguarda il metodo di gestione: mentre il governo della TRNC, in particolare i membri del Partito Turco Repubblicano (CTP), richiedeva che la gestione fosse affidata al Municipal Water and Sewage Enterprise, l’ente pubblico che consorzia le 28 municipalità turco-cipriote, recentemente creato proprio a questo scopo, Ankara – che tradizionalmente mira ad esercitare una certa influenza sulle istituzioni turco-cipriote, richiedeva l’ingresso di privati. Tale posizione è basata sull’assunto che il settore pubblico turco-cipriota si presenta come troppo debole e incapace di gestire in maniera efficiente le risorse idriche e la complessa rete di distribuzione che essa comporta. Inoltre tale settore necessiterebbe, secondo il governo turco, di essere riformato in quanto elefantiaco in termini di personale e obsoleto se rapportato agli standard internazionali [5]. D’altra parte l’amministrazione turco-cipriota ha lamentato come in caso di gestione privata le municipalità, molte delle quali governate dal CTP, si ritroverebbero prive di un’importante fonte di finanziamento legata al pagamento della bolletta da parte degli utenti; a ciò si aggiunga come il settore pubblico costituisce un’importante fonte di impiego per molti cittadini della TRNC in quanto il quasi completo isolamento internazionale rende estremamente difficile, se non impossibile, lo sviluppo di un settore privato competitivo [6].

L’accordo finale, così come siglato il 2 marzo, ha infine previsto l’affidamento della gestione idrica ad una compagnia privata – da definirsi attraverso un’apposita gara di appalto – che avrà anche il controllo sui pozzi presenti nel nord del Paese, nonché i diritti esclusivi sulla distribuzione e sulla vendita (senza che venga fissato un tetto ai prezzi) sulle linee sotterranee e di superficie per un periodo di monopolio di 34 anni. Al tempo stesso la TRNC si impegna ad acquistare annualmente il volume di approvvigionamento previsto, mentre la Turchia mantiene il diritto di vendere (e di negoziare) l’acqua a parti terze, Repubblica di Cipro (RoC) compresa.

Il compromesso raggiunto, estremamente sbilanciato nei confronti della Turchia, è figlio, da un lato, della decisione di Ankara di vincolare all’accordo in questione l’implementazione di un protocollo addizionale di assistenza finanziaria – dal valore di circa un miliardo di lire turche – indispensabile per sostenere le esanimi casse turco-cipriote; dall’altro, dalla posizione del Partito di Unità Nazionale (UBP), il quale ha minacciato di ritirare il proprio supporto alla coalizione di governo qualora non fosse stato raggiunto un accordo in tempi rapidi [7].

Nonostante l’intesa, le questioni e le ulteriori valutazioni di natura politica sorte durante le stesse trattative – insieme con l’impasse nell’approvazione del budget statale e le conseguenti difficoltà nel pagamento dei salari – hanno indotto l’UBP ad interrompere ugualmente, nello scorso mese di aprile, l’esperimento di grande coalizione con il CTP – in carica solo da nove mesi – e a revocare la fiducia al Primo Ministro Ömer Kalyoncu, aprendo le porte ad una crisi di governo [8]. L’accordo non ha dunque ricucito lo strappo all’interno della coalizione, inducendo alla formazione di un nuovo esecutivo (27 aprile) – questa volta sorretto da una maggioranza formata dall’UBP e dal Partito Democratico, la formazione nazionalista e conservatrice di Serdar Denktaş, figlio dello storico presidente della TRNC Rauf Denktaş [9] – guidato da Hüseyin Özgürgün, esponente dello stesso UBP. La raccolta di consensi intorno ad Özgürgün, posto alla guida del partito al posto dell’ex Presidente della TRNC Derviş Eroğlu, suggerisce come possa essere stata la stessa Turchia ad incoraggiare l’UBP ad uscire dall’alleanza di governo al fine di indebolire il CTP e di consolidare una linea politica più affine alle posizioni turche.

Il problema della gestione dell’acqua e la recente crisi di governo affondano difatti le radici in una diversa concezione dei partiti turchi-ciprioti riguardo a quali debbano essere i rapporti con Ankara e nel tentativo di quest’ultima di influenzarne gli orientamenti.

Le elezioni presidenziali del 2015 avevano in effetti decretato la vittoria di Mustafa Akıncı – esponente del CTP, di posizioni più assertive nei confronti di Ankara e più incline al dialogo con la Repubblica greco-cipriota – ai danni proprio di Derviş Eroğlu, schierato su posizioni più tradizionalmente filo-turche e di maggiore rigidità nei confronti della RoC, malgrado alcuni attriti di natura personale con Recep Tayyip Erdoğan [10]. L’elezione, con il 60,5% dei consensi, di Akıncı aveva contribuito a rafforzare dapprima il peso del Primo Ministro Ozkan Yorgancıoğlu, alla guida dell’esecutivo dal 2013 al 2015 e poi di Kalyoncu. Già all’indomani della vittoria, il nuovo Presidente chiedeva che il rapporto con Ankara non fosse più fissato su una relazione tra la “madrepatria” e una “piccola madrepatria” (come spesso è definita la TRNC in Turchia), ma su un’equa “relazione tra fratelli” [11], suscitando le dure critiche da parte dello stesso Erdoğan. In linea con tale postura, la politica di Akıncı si è concentrata sul rilancio dei negoziati con il governo della RoC giovandosi della quasi contemporanea elezione di Nikos Anastasiadis (febbraio 2013), leader della formazione Raggruppamento Democratico e sostenitore di una distensione con la TRNC dopo che, nel 2004, si era espresso a favore del Sì in occasione del referendum sul Piano Annan [12]. Anche se le questioni aperte sul tavolo appaiono ancora molteplici e di non facile soluzione, nell’ultimo biennio il ritmo degli incontri ha subito un’impennata – non ultimi i recenti colloqui di Ginevra mediati dalle Nazioni Unite (7-11 novembre) – rilanciando la possibilità di risolvere il complesso contezioso e al punto da spingere il Presidente greco-cipriota a dichiarare, durante il discorso di capodanno, che il 2016 potrebbe rappresentare l’anno del ritiro delle truppe turche dall’isola [13]. La possibilità che si concretizzi uno scenario di questo tipo rappresenta, a prescindere dalla sua effettiva realizzazione, una sconfessione della politica dell’AKP: dopo l’esito referendario, infatti, il partito di Erdoğan ha sostenuto lo sviluppo di uno scenario che vedesse nella TRNC un’entità statuale autonoma, allontanando l’ipotesi della riunificazione nel breve periodo, ma ben ancorata al proprio protettore internazionale. In altre parole il governo di Ankara si è speso affinché la TRNC evitasse di sedersi nuovamente al tavolo delle trattative, per lo meno sino a che non fosse riuscita ad emanciparsi dalla propria condizione di debolezza, al fine di scongiurare la riproposizione di uno scenario simile a quello della consultazione del 2004 [14].

Per Ankara quindi la costruzione della pipeline, e il suo affidamento ad un ente privato, appare come un tassello indispensabile per il perseguimento della propria strategia volta a continuare ad influenzare la vita politica turco-cipriota: le basi dell’intesa consentono evidentemente un rafforzamento della dipendenza della TRNC dalla Turchia, ostacolando i tentativi di avvicinamento alla RoC anche attraverso l’impossibilità di vendere a quest’ultima i beni idrici. Al tempo stesso, è pur vero che qualora la gestione della condotta fosse stata affidata all’ente pubblico turco-cipriota, la vendita alla RoC avrebbe comportato un ulteriore problema di riconoscimento, in quanto avrebbe posto quest’ultima in una condizione di riconoscimento de facto della TRNC, un passo che difficilmente il governo greco-cipriota sarebbe stato disposto a compiere [15].

Lo slittamento a destra della coalizione di governo turco-cipriota suggerisce un riassestamento più dichiaratamene filo-turco mentre indebolisce la posizione del Presidente, tradizionalmente deputato a negoziare con la controparte di origine greca, all’interno del framework di discussione riavviato negli ultimi anni [16]. La disputa cipriota rimane una questione dirimente per la Turchia ma la sua risoluzione, secondo Erdoğan, deve passare per Ankara mentre vengono scoraggiate iniziative personali dei fratelli ciprioti. Mentre infatti viene abolita la necessità del visto per i visitatori greco-ciprioti in Turchia, corollario del più ampio accordo tra Turchia e UE, Ankara mantiene il controllo della risorsa idrica obbligando di fatto la RoC a trattare direttamente con loro qualora ne volessero acquistare una quota. Al termine della costruzione della pipeline Erdoğan auspicava che al suo interno potesse scorrere l’“Acqua della Pace”, la pace però deve essere subordinata, secondo il Presidente turco, ad una condizione, cioè che il processo venga guidato da Ankara.

* Filippo Urbinati è OPI Contributor 

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[1] North finally signs water deal with Turkey, “Cyprus Mail”, March 2nd 2016.

[2] La repubblica turco-cipriota nasce nel 1974 a seguito dell’invasione dell’isola effettuata dal governo di Ankara, guidato dall’allora Primo Ministro Bülent Ecevit, con lo scopo di proteggere la popolazione di etnia turca presente sull’isola a seguito del colpo di Stato organizzato dalla formazione EOKA-B. Questo gruppo nazionalista greco-cipriota depose l’allora Presidente Makarios affidando il ruolo di Presidente provvisorio a Nikos Sampson, un ultra-nazionalista conosciuto per il proprio fervore anti-turco e la propria partecipazione ad azioni violente contro civili turco-ciprioti. Dopo il fallimento dei negoziati, in cui Ankara chiedeva la costruzione di un’entità federale, le truppe turche effettuarono una seconda invasione dell’isola forzando i greco-ciprioti presenti nel nord del Paese a cercare riparo al sud mentre i turco-ciprioti nel resto dell’isola abbandonavano le proprie abitazioni per paura di ritorsioni. La linea del cessate il fuoco (c.d. “Linea Verde”) stabilisce una partizione de facto dell’isola tra due comunità etnicamente omogenee, ognuna dotata di un proprio governo di cui solo uno però è riconosciuto dalla comunità internazionale, la Repubblica di Cipro (RoC) stanziata nel sud del Paese, mentre la TRNC è attualmente riconosciuta dalla sola Turchia. La situazione è rimasta sostanzialmente immutata sino al 2004, anno in cui si è tenuto simultaneamente un referendum in entrambe le repubbliche riguardo all’attuazione di un piano redatto sotto gli auspici dell’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Il Piano Annan è stato approvato dalla maggioranza della popolazione della TRNC mentre è stato rigettato dalla RoC, la quale una settimana dopo aderiva formalmente all’Unione Europea a nome di tutta l’isola, mentre l’applicazione delle disposizioni comunitarie veniva limitata alla sola Repubblica greco-cipriota. Per una ricostruzione puntuale si veda W. Mallinson, Cyprus: A Modern History, I.B.Tauris & Co. London, 2005.

[3] L’isola di Cipro in particolare appare particolarmente vulnerabile per quanto riguarda l’indicatore Baseline water stress che misura il rapporto tra la quantità di acqua prelevata per uso umano (agricoltura, uso domestico ed uso industriale) e la quantità rinnovabile annualmente disponibile. P. Reig, A.Maddocks e F.Gassert, World’s 36 Most Water-Stressed Countries, World Resource Institute, December 12th 2013.

[4] T. E. Maden, TRNC Water Supply Project Getting Closer to Completion, ORSAM – Center for Middle Eastern Strategic Studies, November 8th  2013

[5] Water issues with northern Cyprus, “Hurriyet Daily News”, December 7th 2015.

[6] Y.Kanli, Northern Cyprus in crisis of government, “Hurriyet Daily News”, April 4th 2016.

[7] North finally signs water deal with Turkey, “Cyprus Mail”, March 2nd 2016.

[8] UBP withdraws from Northern Cyprus coalition government, “Yeni Safak”, April 2nd 2016.

[9] TRNC govt wins vote of confidence, “Anadolu Agency”, April 27th 2016.

[10] J. Mortimer, Turkish Cypriot presidential candidate brings hope for unity, “Al Monitor”, April 23rd 2015.

[11] F. Taştekin, Northern Cyprus demands respect from Turkey, “Al Monitor”, April 28th 2015.

[12] Towards new horizons in Cyprus, “Hurriyet Daily News”, May 7th 2015. Per una breve descrizione e contestualizzazione del Piano Annan si veda la nota [2]

[13] Anastasiades hopes occupation of Cyprus will end in 2016, “LGC News”, January 1st 2016.

[14] R. Bryant, Cyprus ‘peace water’ project: how it could affect Greek-Turkish relations on the island, “LSE Comment”, October 28th 2015.

[15] Z. Doğan, Water war could leave Turkish Cyprus high and dry, “Al Monitor”, January 11th 2016.

[16] Y. Kanli, A new old page in northern Cyprus, Hurriyet Daily News, April 18th 2016.

Photo credit: Reuters

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