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L’American way per la crescita: le start up in California

Creato il 20 gennaio 2012 da Lafinanzasulweb @LaFinanzasulWeb

Dalla nostra inviata negli Stati Uniti Emanuela Melchiorre

L’American way per la crescita: le start up in California
Il trombettista de Il Pianista sull’Oceano diceva al gestore del banco dei pegni, mentre suonava per l’ultima volta la sua tromba, “non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla”. Sembra che in California si racconti la stessa storia:  non sei veramente ”fregato”, da queste parti, se hai una buona idea e se hai in mente come realizzarla. Il primo passo è costituire un piccolo team di persone ben selezionato, con competenze diverse e tra loro complementari, un ristretto gruppo di ambiziosi futuri soci, al quale raccontare “la propria storia”, la propria idea imprenditoriale. In questa fase il ruolo fondamentale è quello umano, caratteriale, istintivo, geniale.

L’American way della crescita predilige le nuove idee, spesso concepite dal singolo individuo. Le idee sono quasi sempre  per partecipare alla “semplificazione della società”,  della vita della propria comunità. La semplificazione è l’approccio che governa il processo di sviluppo americano.

La semplificazione, così come per la libertà, richiede un esercizio quotidiano e idee nuove. Occorre esercizio per pensare in modo semplice, cosi come ne occorre per pensare in modo libero.  La semplificazione richiede determinazione, è un processo stratificato nel tempo, che prevede la rimozione di regole inutili e lo spasmodico desiderio di evitarne di nuove. In realtà, la via percorsa qui negli States, il più delle volte, è quella del miglioramento della quotidianità, con piccole invenzioni sia materiali, sia comportamentali. La parola d’ordine da queste parti è Take it easy. Qualche esempio giova alla comprensione.

Google, il motore di ricerca più noto al mondo, nato qui a Silicon Valley, è stato concepito per rendere fruibili il più facilmente possibile tutte le informazioni contenute su internet. Poi si è evoluto in forma esponenziale, si è arricchito d’innumerevoli servizi e innovazioni. L’obiettivo non è mai stato tradito: semplificare la fruizione delle informazioni.

Un altro esempio? Pandora per la musica. Il cuore pulsante di Pandora è il Music Genome Project, che a detta del suo fondatore, il quarantenne Tim Westergren ,rappresenta “il più grande progetto di catalogazione musicale mai intrapreso”. Pandora è una web radio che fruisce gratuitamente, solo ai residenti degli Stati Uniti, ogni sorta di musica on demand, ma non solo. Propone anche musica in qualche modo collegata all’originaria scelta dell’ascoltatore, per autore, per genere musicale, per strumento musicale ecc.

Alla base di ogni start up che nasce qui in California c’è quindi l’idea. È questa una condizione necessaria, ma non sufficiente. Tale idea deve trasformarsi con estrema dinamicità in un’attività assai operativa. In questa parte della California vi è un brodo primordiale di idee e di società, tutte estremamente innovative.

Alcune start-up sono sorte in Business School ossia in scuole che forniscono gli strumenti e i contatti necessari per comprendere come approcciare il proprio primo business, mentre i colleghi di studi possono diventare i futuri soci. Tuttavia occorre sfatare qualche mito. I giovani e promettenti futuri manager che escono da tali scuole infatti sono visti con diffidenza da chi ha già in tasca un’idea. Spesso i veri inventori sono proprio i cosiddetti tecnici, ingegneri, programmatori e via dicendo, che difficilmente sarebbero disposti ad accettare come socio della propria futura società uno “strategist” che ha come priorità to get money, fare soldi, prim’ancora che sviluppare un’idea.

Un modo per ottenere i primi finanziamenti può essere tramite delle “Business Plan Competition”, in cui viene presentato un business plan a una giuria che determinerà il vincitore, il quale potrà quindi ricevere una somma di denaro a fondo perduto e indicazioni su come sviluppare la propria attività. Tali competizioni sono infatti spesso organizzate dalle Università che hanno un duplice obbiettivo. Da un lato vogliono favorire i propri studenti più meritevoli fornendo loro strumenti conoscitivi e finanziari per ottenere il successo della propria prima società. Dall’altro lato tali università vivono principalmente  di finanziamenti privati, spesso donati da società interessate ai brevetti che gli studenti inventano proprio durante i loro periodo di studi. Si tratta di un processo virtuoso che prevede aumenti nell’ammontare dei finanziamenti che le università ricevono al crescere del numero di brevetti creati in seno alle stesse università.

Un ruolo simile è svolto anche dagli Incubatori di Impresa, anche se con finalità differenti da quelle universitarie. Tali incubatori mettono a disposizione una serie di supporti per gestire le funzioni organizzative e di ufficio, in particolar modo per le start-up, sotto forma di affitti ridotti, spazi attrezzati e condivisi e accesso a importanti servizi professionali e di consulenza. Il rapporto tra la società start up e gli incubatori può prevedere anche la cessione di una quota societaria.

Si tratta tutto sommato di una buona occasione per le società in start up che subiscono una selezione naturale acerrima. Le aziende devono nascere, crescere e diventare già grandi nel giro di poco tempo. È comprensibile visto che le start up sono investimenti ad altissimo rischio e per questo gli investitori esigono di rientrare nel proprio capitale e non solo anche di quadruplicarlo nel giro di pochi anni. Se una nuova società non è arrivata nel giro di un paio d’anni a superare il proprio breack even point con buona probabilità non riuscirà a superare la prima boa e affogherà nello stesso brodo primordiale da cui è nata.

In questa prima fase spesso non si hanno fondi propri e occorre fare networking, incontrare persone che per competenze potrebbero entrare nel team, e contribuire alla costituzione della società. Non si può prescindere da questo primo moto di autoderminazione societario, che poi apre le possibilità di accedere ai finanziamenti in gran parte privati, ma anche universitari e federali. È essenziale incontrare investitori per presentare la propria idea, magari con un business plan chiaro e scritto bene in tasca da presentare al momento opportuno per ottenere maggiori finanziamenti durante il processo delle trattative tra la società e il finanziatore.  A volte si è fortunati fin dal primo istante, e si ottengono Grant, ossia fondi gratuiti, quelli che un italiano chiamerebbe donazioni, in gran parte pubbliche, raramente  private. Altre volte si accede a Seed funds, ossia a finanziamenti limitati nell’ammontare, quelli che un italiano chiamerebbe microcrediti in cambio di una quota societaria. Sono finanziamenti a portata di mano, piuttosto numerosi e disponibili. Il primo pasto delle nasciture imprese.

La via dell’equity è quella di gran lunga più battuta dalle start up in California. La raccolta di capitale per piccole imprese start-up viene fatta con trattative riservate (private equity placement), operazioni in cui l’impresa individua un intermediario esclusivo come finanziatore di capitale di rischio, senza ricorrere al mercato borsistico, luogo precluso alle società start-up. L’angel investor così approcciato, spesso in frequenti eventi organizzati proprio allo scopo di far incontrare neo imprenditori e investitori, non può prescindere dalla valutazione dell’idea, ma anche della persona che propone l’idea imprenditoriale. Difficilmente un angel investor concede molto del suo tempo a imprenditori che alle spalle non abbiano avuto già almeno un fallimento d’impresa. È paradossale, ma molto comprensibile. Nella terra degli Hippies la propensione al rischio è molto apprezzata.

L’alternativa, quindi, è duplice. L’impresa può raccogliere parte delle risorse rivolgendosi agli investitori in qualche modo legati alla società in questione (inside equity) e, più spesso, a finanziatori esterni (outside equity), che possono essere investitori istituzionali o partner strategici, il cui coinvolgimento, però, non si limita all’apporto finanziario, ma può anche estendersi alla gestione operativa e a quella strategica. Ai detentori di equity viene infatti conferita la titolarità pro quota della proprietà del capitale dell’impresa e il controllo attraverso il diritto di voto in assemblea sociale. Quest’ultimi partecipano anche alla remunerazione, al netto però di quella degli altri fattori produttivi (lavoro, capitale di debito, materie prime e imposte).

I venture capitalist,  ossia i pesci grossi, si incontrano solo quando la società, non più nella sua fase di start up, è in grado di generare una liquidità di un milione di dollari almeno, prima di allora si nuota in un mare popolato dagli angel investor, da pesci più o meno piccoli, capaci di finanziare fino a 500 mila dollari circa per volta. Solo di recente sta prendendo piede una nuova figura  di investitore. Il super angel investor. Ovvero un “arcangelo” capace di finanziare nuove società da circa 750 mila dollari fino a 1,5 milioni di dollari, che rappresenta un trampolino di lancio per raggiungere la dimensione necessaria per nuotare con gli squali.

Il prezzo da pagare per il finanziamento è la perdita di una fetta della propria società. Si comincia proprietari e si rinuncia progressivamente a quote societarie per acquisire finanziamenti. La scommessa è rimanere proprietari di una quota rilevante della propria società fino al momento di incontrare finalmente i venture capitalist. Le società nascono private e diventano pubbliche (public company) all’aumentare delle dimensioni,  o meglio, esposte all’acquisizione da parte del pubblico degli investitori.  Il rischio è quindi la perdita repentina del controllo della propria creatura, ma questa è anche la via più veloce per la crescita.

Il mondo del business americano è distante anni luce da quello italiano, dove il modello di crescita è “piccolo o local è bello” . Difficile per un italiano comprendere alcuni aspetti dell’America. Ancor più difficile, per una persona cresciuta in un paese dove le imprese sono familiari e gestite per generazioni da famiglie d’imprenditori, partecipare ad un simile processo evolutivo. Il modello di crescita è opposto. Gli imprenditori italiani non mettono mai sul tavolo delle trattative per i finanziamenti il controllo della propria impresa; al più ipotecano immobili o parte del patrimonio societario, visto che  prediligono i finanziamenti a debito all’equity, mentre difficilmente delegano le scelte strategiche ad un consulente esterno. Le società in Italia sono sempre personali, sono intimamente connesse alla persona del fondatore o alla sua famiglia. Tant’e vero che spesso ne portano addirittura il nome.

Bulgari era proprio un caso tipico delle società italiane. Nata dalla perizia artistica del suo fondatore è rimasta proprietà familiare e italiana fino all’anno scorso. Ma, così come abbiamo raccontato su queste stesse pagine, ha poi fatto la sua scelta ed ha rinunciato al controllo familiare per entrare nel business mondiale, tramite la vendita della quote di maggioranza al colosso francese LVMH. Altre società del lusso italiane hanno fatto anni addietro la medesima scelta. Credo che non esista veramente una risposta alla domanda: quale sia la via migliore da seguire? Local o global? Mercato di nicchia o mercato mondiale? Ma soprattutto, tradizione familiare o impersonalità delle società?

Forse in Italia manca una parte del modello di sviluppo americano. Il networking. Forse la difficoltà sta proprio nella mancanza di occasioni per i nuovi piccoli imprenditori di entrare in contatto con finanziatori privati. Chissà se basterebbe semplicemente cominciare a diffondere la cultura del meeting e del networking o quella degli incubatori. Forse basterebbe apprendere ciò che c’è di meglio dalle esperienze altrui, senza con questo imporre il pacchetto completo del modello di sviluppo. Quello che sembra più improbabile comunque è che possa prendere piede in Italia un modello di sviluppo che prevede la progressiva perdita del controllo societario.


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