L’analfabeta che sapeva contare, di Jonas Jonasson – Recensione

Creato il 06 novembre 2014 da Visionnaire @escrivere

Titolo: L’analfabeta che sapeva contare
Autore: Jonas Jonasson
Editore: Bompiani
Numero di pagine: 496
Prezzo: 19.00 €
Formato: cartaceo – brossura

Trama: (dal sito dell’editore)

Il 10 giugno 2007, il re e il primo ministro della Svezia scompaiono durante un ricevimento ufficiale al castello reale. Si diffonde la voce che entrambi non si sentissero bene, ma la verità è diversa, e la storia molto più complicata. Tutto ha inizio a Soweto, dove vive Nombeko, una ragazzina particolare che non sa né leggere ne’ scrivere, ma che è molto curiosa e non sta mai ferma. E, soprattutto, ha una confidenza sorprendente e innata abilità con i numeri e le equazioni più complesse. Un piccolo genio che, grazie all’algebra, si trova catapultata dai sobborghi di Johannesburg, nel cuore di un intrigo mondiale, nel centro del mondo, a stretto e pericolosissimo contatto con il re di Svezia e il suo primo ministro. Eccentrici personaggi accompagnano questa piccola analfabeta che sa contare: un disertore americano leggermente matto, due fratelli gemelli che però all’anagrafe sono una sola persona, tre ragazzine cinesi negligenti, una baronessa coltivatrice di patate e, come detto, il re svedese e il primo ministro.

Recensione:
“Il secondo album è sempre il più difficile”, cantava anni fa Caparezza, e non sbagliava. Se poi nel secondo “album” si sceglie di seguire le orme del primo, e se il primo ha avuto un successo planetario… a che livello di difficoltà si arriva?
Jonasson in questo libro ricalca lo schema che funzionò alla grande per Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve.

Scampoli di storia modificati dall’ultima persona sulla faccia della terra che dovrebbe avere la possibilità di modificarli, ovvero il protagonista. O meglio la protagonista, in questo caso: una ragazzina nera, cresciuta nel Sudafrica degli anni sessanta in pieno apartheid, segregata per un decennio in una base militare top secret, approdata infine in Svezia… con un bagaglio molto particolare e molto ingombrante.

Evitare di paragonare questo libro al suo predecessore è praticamente impossibile. Titoli simili, copertine simili, sviluppi della trama simili, stessi protagonisti svegli ma sottovalutati e stesso stile ironico.
Di sicuro non è casuale tutta questa somiglianza, appare ovvio che l’intento di autore ed editori fosse quello di approfittare della felice sorte del “fratello maggiore”. Ma il paragone non giova di certo alla seconda creatura di Jonasson.

Gli episodi storici che i personaggi influenzano, ad esempio, sono meno immediati e comprensibili rispetto al primo libro. Io sono un vero disastro in storia, non ricordo una data nemmeno sotto tortura, ma alcune tappe fondamentali le riconosco. Credo che chiunque le riconosca, almeno per aver visto decine di film che ne parlavano.
Gli eventi che fanno da sfondo alla storia di Nombeko, invece, non li ho riconosciuti. Non nel senso che ho letto di un evento e ho detto “no, non ho idea di cosa sia successo davvero”, nel senso che non mi sono accorta di aver letto scene in cui un evento storico importante era stato modificato. L’ho scoperto dopo, su Wikipedia.
Jonasson fa muovere i personaggi in momenti storici di cui ero – e rimango – totalmente ignara. Va da sé che il divertimento di vedere la storia prendere pieghe inaspettate, o prendere la piega conosciuta ma per motivi assurdi, svanisce.

Così come svanisce la scorrevolezza del primo libro. La sensazione che ho provato spesso, durante la lettura, era di trovarmi nella Francia del 1800 e di dilettarmi con un feuilleton a puntate.
L’autore ogni tot pagine riassume quello che è successo fino a quel momento. Oppure, descrivendo un personaggio, ripete cosa ha fatto nei capitoli precedenti. Sto ancora cercando di capire il perché di tanto zelo.

Infine, svanisce buona parte del divertimento. L’umorismo di Jonasson c’è ancora, è caustico, è intelligente, è acuto, è bellissimo da leggere. Ma questa volta, forse in un altro eccesso di zelo, sente il bisogno di spiegarlo.
Fa una battuta, una frecciatina, un gioco di parole ironico, una stoccata sardonica, qualcosa che ti obbliga a mettere in moto i neuroni… e poi ti dice cosa intendeva. Perché ha scritto quello che ha scritto. Cosa voleva davvero dire il personaggio. Perché quella scena è strana.
Se c’è una cosa che sanno anche i carabinieri è che la barzelletta quando la spieghi non fa più ridere.

Meglio sarebbe stato, forse, se l’autore avesse provato a dare a questo libro un taglio diverso rispetto al primo, se l’avesse scritto come storia “autonoma”, autosufficiente, non legata al gradimento suscitato cinque anni fa. Se avesse fatto affidamento più sul proprio talento che sul marketing.
Se “stessi al gioco” e votassi questo libro in funzione del suo essere legato al predecessore, gli darei una stella.
Ma non intendo stare al gioco, per cui gliene darò tre e mezza.
Perché è pur sempre una bella storia, che spesso fa ridere, che fa ragionare in molti punti, scritta bene, con una deliziosa protagonista. Non è uno di quei libri che, quando li chiudi, ti penti di aver aperto.
Si sente che l’autore è capace di scrivere, nemmeno un’impostazione così controproducente fa di L’analfabeta che sapeva contare un brutto libro.

 Voto:

  • Bee

    Chi sonoSono una più che trentenne emotiva e compulsiva. Adoro i cartoni animati, perdo troppo tempo in rete. Parlo da sola (anche in pubblico), faccio i crucipixel a penna. Con le persone sono un mezzo disastro, me la cavo meglio con le parole.


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