L’anima oscura della società italiana nei romanzi di Roberto Franco. Un’intervista impura

Creato il 20 luglio 2014 da Criticaimpura @CriticaImpura

Roberto Franco, All’alba dei nidi infranti, Albatros 2012

Di SONIA CAPOROSSI

Roberto Franco è uno scrittore di quelli che noi di Critica Impura amiamo definire outsider, ovvero uno di quelli la cui opera si dichiara fuori dalle conventicole letterarie e dalla facile fruizione di genere e contenuto. Le sue trame danno luogo ad un crossover narrativo che affonda le radici nel romanzo d’inchiesta e nel piglio dark di alcune suggestioni ambientali connesse alle subculture giovanili alternative. La sinossi del suo ultimo libro, All’alba dei nidi infranti (Albatros 2012) è esplicita in questo senso: “Una segretissima organizzazione di neonazisti programma una serie di attentati simultanei con lo scopo di accelerare la disintegrazione dell’Unione Europea. In una città del Nord Italia, Cola, giovane razzista separatista, si mette al servizio di questo disegno accettando di infiltrarsi in diversi ambienti a scopo di provocazione. Riesce a manipolare un gruppo di metallari che gravita attorno a una band metal-industrial di estrema destra, portandoli a commettere una serie di delitti in modo da legarli a una sorta di patto occulto. Nonostante il fallimento finale di questa strategia, i fantasmi dei crimini perpetrati lo perseguiteranno anche quando si distaccherà dalla politica per immedesimarsi totalmente nella sua segreta natura omosessuale – vagando come un ossesso nei recessi del mondo gay cittadino, preda di sogni e ossessioni sadomasochistiche in fondo speculari alla sua ideologia superomistica e al suo culto della violenza. Una serie oscura di eventi lo condurrà però di nuovo al servizio dell’eversione. Sullo sfondo di un’Europa economicamente e politicamente agonizzante, le ombre del terrorismo nero risorgono sotto forme inattese e sorprendenti.”
Abbiamo incontrato l’Autore per un’intervista impura.

SC: All’interno del tuo primo romanzo, edito nel 2001 da Effedue dapprima col titolo di Urbane Morti e poi riedito a distanza di anni con il nuovo titolo di La morte urbana, il protagonista è una sorta di personaggio che vive sul sostrato dei moderni mostri umani alla Zola, un reietto della società che si cala profondamente all’interno degli asfittici inferni di una Milano tenebrosa e delittuosa, fino al parossismo dell’estrema deformazione fisica e morale. Come ti è venuta l’idea per questo efficacissimo personaggio?

RF: L’idea mi era venuta inizialmente riflettendo sulla grottesca parabola di un certo “pentitismo” italiano, con uno sguardo più verso Angelo Izzo che verso Leonardo Marino, da cui originariamente avevo isolato il nome del protagonista. Naturalmente, poi, quest’ultimo si è evoluto in tutt’altro, ma è rimasto memore dell‘intima natura mimetica e proteiforme dei suoi iniziali ispiratori. La mia ricerca era volta alla rappresentazione di un sorta di “inconscio” storico collettivo, milanese in primis, ma italiano in generale, che potesse evocare anche per vie paradossali la decadenza, soprattutto culturale e morale, del nostro paese. Secondo me, infatti, una buona parte della storia dell’Italia contemporanea si gioca, in una rappresentazione catartica – forse l’unica possibile – nelle aule dei processi. Poi ero affascinato dall’ideologia della marginalità propugnata nell’ambito della lotta armata, per quanto con risultati catastrofici, da Curcio e Senzani all’epoca delle BR-Partito Guerriglia, o anche prima, dai Nuclei Armati Proletari: il camorrista recuperato alla lotta di classe doveva sentirsi elevato a uno status culturale fin lì inimmaginabile per lui. Comunque in Italia tra marginalità e potere c’è sempre stato un rapporto di interscambio non banale. Almeno a livello ciclico.

SC: La tematica sociale va nei tuoi romanzi di pari passo con lo studio indefesso dei movimenti underground musicali e politici, giovanili e non; in particolare, per quanto riguarda la tua attenzione alla dimensione politica, ti sei occupato per anni di studiare i movimenti giovanili di estrema destra. Questo si evince chiaramente nella trama di All’alba dei nidi infranti. Ci racconti il tuo percorso di ricerca retrostante al romanzo?

RF: Il percorso di cui parli è stato lunghissimo, più che ventennale. Certamente vi ha giocato una parte importante la passione che nutrivo per artisti post-industriali che usavano simbologie a dir poco ambigue, ma solo come spinta iniziale. La mia riflessione, anche estetica, sull’estremismo di destra, conoscerà poi tutt’altra evoluzione. Inoltre non ho voluto proprio descrivere i movimenti giovanili di estrema destra, i cui membri credo siano molto più pacifici e molto meno “sfrenati” dei personaggi che descrivo, che sono invece legati a un modello filosofico ed eversivo molto elitario e particolare. L’omosessualità del protagonista è poi un altro versante del suo essere “al limite” tra varie realtà: la sua è una natura borderline, adatta alla manipolazione compiuta e subita, di cui la triste storia del terrorismo nero nel nostro paese conserva alcuni esempi. Ovviamente si tratta solo della particolare omosessualità del mio personaggio, non era mio intento dare stabilire criteri per l’omosessualità in generale.

SC: Dove nasce in te questa fortissima attenzione nei confronti degli atroci inferni della società?

RF: Dall’averli frequentati, vissuti, quasi ipnotizzato dalla loro intensità, per quanto spesso perversa. Da essi ho tratto parte di quella “iperrealtà” di cui è pregna la mia scrittura.

SC: La città che preferenzialmente descrivi, la tua Milano, rientra nel canone di un vero e proprio archetipo letterario del quale tu, con precisione da chirurgo, dosi il tossico nell’ampolla di un descrittivismo da delirio. Penso ad esempio al

Roberto Franco, Urbane morti, Effedue Edizioni 2001

saggio Immagini di città di Walter Benjamin, per il quale Claudio Magris scrisse: “Le città, colte da Benjamin in istantanee che fermano l’effimero nell’eternità dell’immagine, sono vive; la loro aura è la seduzione del sensibile e del presente. ma le loro case, le loro strade, i volti dei loro passanti hanno delle crepe che annunciano, come le rughe su un viso, lo sgretolarsi della vita e della storia”. È qualcosa che può ritrovarsi anche nella tua Milano. Da dove ti deriva questo archetipo suggestivo?

RF: Sono nato e cresciuto in una città strana, dai mille angoli surreali nel contesto di una normalità di facciata, con una frenesia sconfinante nella perversione, che nel corso degli anni è diventata sempre più secreta, sotterranea. Isolata in corpi quasi totalmente solipsistici. Eppure, anche una città con una forte storia collettiva, anche recente, nel bene o nel male straordinaria. L’impulso a conferire a Milano vita propria, nella mia opera letteraria, è stato fin dall’inizio del tutto naturale.

SC: Come romanziere, a mio parere possiedi uno stile nettamente definito, sull’onda di un certo realismo post-industriale che aderisce lucidamente al richiamo, un poco nichilistico per la verità, dell’indagine socioesistenziale tipica del migliore romanzo psicologico. A quali autori ti senti più vicino e ti sei ispirato finora?

RF: Certamente Céline per lo stile e la penetrazione dell’assurdo, Genet e Pasolini per la sensualità traboccante, Mishima per l’audacia nell’immaginare e costruire vicende, anche psicologiche, al limite del pensabile, E.T.A. Hoffmann per il piglio surreale, Lautreamont per le atmosfere di disperata crudeltà.

SC: Per anni hai collaborato con Mucchio Selvaggio, una delle massime realtà in Italia nel campo del giornalismo musicale. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

RF: Molte cose che mi hanno amareggiato, ferito, ma anche esperienze formative. Grazie alla pazienza e alla lungimiranza di Federico Guglielmi ho potuto sperimentare un tipo di scrittura, quella critico-giornalistica, molto distante dalla mia. Anche se non sono mai giunto nemmeno lontanamente al livello di un Carlo Bordone, per dire solo un nome tra quelli che scrivevano sul Mucchio, qualche risultato l’ho raggiunto, e questo credo abbia arricchito anche il mio approccio verso la scrittura in generale.

SC: Che progetti hai in cantiere per il futuro?

RF: Sto lavorando con molta calma su due o tre idee, sono confuso come sempre nelle fasi tra un’opera e l’altra. Ma so che quando arriverà il momento, ciò che dovrò realizzare inizierà ad apparirmi sempre più chiaro.


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