L’approccio nei confronti della geoingegneria clandestina in alcuni paesi occidentali

Creato il 30 gennaio 2016 da Straker

N.B. Il presente articolo non ambisce ad essere esaustivo, essendo solo uno spaccato della situazione.
Quale approccio hanno gli attivisti dei vari paesi nei confronti della geoingegneria clandestina? Quali sono le relazioni che intercorrono tra l’informazione sul tema e la propaganda?
Negli Stati Uniti d’America per lo più scienziati e ricercatori indipendenti si concentrano sulla denuncia dei pesanti interventi sui fenomeni atmosferici, interventi attuati con le scie chimiche: si tende a privilegiare un’analisi degli impatti ambientali, senza ignorare le gravissime ripercussioni sulla salute. Gli aspetti strategici in genere hanno minore risalto, giacché gli studi della valentissima Carolyn Williams Palit non sono citati molto spesso. Da un punto di vista linguistico accanto al termine “chemtrails” sono adoperate espressioni mutuate dal repertorio della geoingegneria ufficiale, ad esempio “solar radiation management”, pur sottolineando che gli scopi reali delle attività chimico-biologiche in atmosfera nulla c’entrano con la mitigazione del cosiddetto “effetto serra”. Gli attivisti, oltre a produrre video, a scrivere articoli e libri, a divulgare analisi scientifiche, possono ancora muoversi con una certa libertà, per esempio ricorrendo alla cartellonistica stradale. Talora si riesce a portare nelle sedi istituzionali la questione, con interpellanze a livello locale.
La setta dei disinformatori mentecatti ed i menzogneri media di regime agiscono come operano in tutto il globo terracqueo: negano, sbeffeggiano, screditano, diffamano, si richiamano alla “scienza” accademica. Tuttavia la scure della “giustizia” non si abbatte sul mondo dell’informazione libera, poiché l’establishment – ed è strategia tutto sommato più scaltra – preferisce confinare l’attivismo nell’angolo, senza portarlo sulla ribalta della cronaca con processi-farsa. Inoltre negli Stati Uniti vigono ancora, sebbene più che altro a livello teorico, tutele nei confronti della libertà d’espressione.
Lo scenario in Canada è simile a quello statunitense: anzi il Canada si può considerare il paese-fulcro delle ricerche, giacché nella cittadina di Hispaniola nel 1996 si dimostrò un nesso indiscutibile tra irrorazioni ed inquinamento ambientale. Il giornalista William Thomas è canadese: a lui si devono dossiers di grandissimo valore, in cui scie chimiche ed armi affini sono denunciate come un’enorme, formidabile minaccia nei confronti della salute.
In Spagna l’attivismo è molto accorto, tenace e determinato: si è ben capito il nesso tra manipolazione meteorologica e crollo della produzione agricola, a causa della siccità provocata dalle scie igroscopiche. Gli agricoltori ed altri cittadini da tempo si mobilitano con iniziative di vario genere e sollecitando le istituzioni: naturalmente è stato tutto inutile, ma la crociata contro le estelas quimicas e le mortali fumigaciones continua.
Gli attivisti in Francia si segnalano, tra le altre cose, per le loro decisive analisi dei filamenti polimerici e per la collaborazione con il Comitato Tanker enemy: dalla cooperazione è scaturita l’idea di sottotitolare, prima in francese, poi in altre lingue il documentario “Scie chimiche: la guerra segreta”. Ciò ha favorito una capillare diffusione del prodotto. Oltralpe si usa tranquillamente il lessema chemtrails accanto al vocabolo francese equivalente. L’apparato “politico-scientifico” non agisce attraverso la magistratura, anche se la pantomima del 13 novembre 2013 potrebbe provocare un giro di vite.
In Germania l’attivismo è tanto risoluto e preciso nella documentazione, quanto subissato da un negazionismo feroce che si è anche tradotto in grottesche azioni “legali”. I Tedeschi, un po’ come i Francesi, più che speculare sugli obiettivi della geoingegneria assassina, finalità da tempo ben note, preferiscono esaminare le conseguenze epidemiologiche.
E’ nota la situazione in Italia: a fronte di un esiguo gruppo di attivisti, comprendente per lo più volenterosi bloggers, si sbizzarisce una genia di depistatori spesso sostenuti e protetti dalle istituzioni per nulla tenere nei confronti di chi espone la verità. Nel nostro paese è stato realizzato il documentario “Scie chimiche: la guerra segreta” ed è stato pubblicato l’omonino libro, produzioni che rispecchiano nei contenuti e nello stile analoghi documenti d’oltreoceano. La ricerca spazia nei più disparati ambiti del tema e si avvale di collaborazioni con esperti stranieri per denunciare lo sproloquio climatico circa un inesistente riscaldamento globale dovuto al biossido di carbonio. Sotto il profilo lessicale, la locuzione “scie chimiche” è sovente affiancata da “geoingegneria clandestina” (o “illegale” o “bellica”), anche se alcune frange hanno abbandonato la prima dicitura (il termine è comunque di origine militare e quanto mai adatto all’uopo) nell’illusione di evitare gli strali avvelenati della disinformazione, ma con il rischio di presentare la geoingegneria in atto come un insieme di progetti o, al massimo, di sporadiche sperimentazioni.
Il regista e documentarista statunitense Michael Murphy ritiene che negli Stati Uniti circa l’8 per cento della popolazione sia consapevole delle operazioni chimico-biologiche. Non sappiamo su quali elementi Murphy basi la sua stima: si tratta di una percentuale frutto di valutazioni empiriche che, tutto sommato, ci pare si avvicinino al vero. Crediamo che, grosso modo, questo dato si possa estendere ai paesi occidentali: di per sé non è neppure una percentuale bassa, purtroppo l’ostacolo maggiore è costituito dal fatto che tra le persone al corrente della “guerra climatica” pochissimi agiscono. Quasi tutti preferiscono alzare le spalle e pensare ad altro: ecco perché la situazione appare senza via d’uscita. Nonostante ciò non demordiamo.

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