L'arcobaleno dei miei giorni

Da Marcello89

Ho sempre considerato la mia stanza un rifugio sicuro nel quale nascondermi quando il mondo gira troppo velocemente per essere seguito, un rifugio nel quale riesco a fermare il tempo, come in una fotografia, per riflettere, pensare, capire, prima di buttarmi di nuovo a capofitto. Queste quattro mura mi hanno visto piangere, ridere, sognare, tremare, morire e poi risorgere dalle mie ceneri. In questi anni l’ho rivoluzionata più volte, è stata spesso lei la prima a pagare le conseguenze del mio umore instabile. Solo la mia scrivania, l’amica più fedele che ho, non l’ho mai spostata. È da sempre immobile, nello stesso angolo, per evitare di trovarmi disorientato, quando ho bisogno di lei e devo raggiungerla nel buio della notte per trovare conforto. Si affaccia su un oceano di frasi e foto che hanno rivestito tassello dopo tassello un’intera parete.
L’adoro perché su quel legno sbiadito ho dato vita a fiumi e fiumi di parole sussurrate ad aride pagine. Ho scritto così tanto che credevo che prima o poi avrei dovuto smettere perché sarei rimasto senza altri termini da consumare. Ho scritto perché è l’unico modo che conosco per tirare fuori il male che ho dentro, per renderlo innocuo. Per impedirgli di farmi paura. Solo così sono riuscito a tramutare valanghe in fiocchi di neve, tempeste in pioggerella, labirinti in biforcazioni. Mi è bastato aggiungere qua e là piccole esuberanti tracce di allegria e gioia per star meglio, sperando di provarle davvero quelle emozioni prima o poi. Oggi, invece, che mi trovo nell’arcobaleno dei miei giorni, e il sole si è insinuato illuminando tutto ciò che prima era velato dalla malinconia, la penna tace. Non mi era mai successo. Mi sono seduto e ho frugato in tutti i diari, i quaderni e i fogli senza trovare risposta. Poi ho guardato la parete e ho notato come nelle ultime foto ci sia un dolce sorriso sulle mie labbra. Lì ho capito tutto: la felicità non si può raccontare, soltanto vivere.