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L’arte del possibile

Creato il 02 settembre 2019 da Malvino

Apparentemente è singolare che potere abbia due accezioni dai significati tanto distanti. Dun lato, infatti, il verbo esprime forza, dominio, efficacia, dunque piena, attuale e attiva padronanza degli effetti di una volontà, che nella rappresentazione data dal suo participio presente fa del soggetto un potente. Dallaltro, invece, il verbo esprime eventualità, probabilità, opportunità, con evidente aleatorietà del controllo che la volontà del soggetto è in grado di esercitare su ciò che tutt’al più è possibileSolo apparente, però, questa distanza, perché il possibile non dà coincidenza di volere e potere nello stesso soggetto, che invece si ha nel potente, e questo è reso emblematico dalluso che potere ha in un ambito come quello politico. Se dun lato, infatti, sappiamo che esiste un potere politico legittimato al governo della cosa pubblica, dallaltro, quando questa legittimità è in costruzione, ci sentiamo ripetere che «la politica è larte del possibile»: arte, si badi bene, che è mestiere, tecnica, invenzione, ma anche destrezza, artificio, stratagemma. È attraverso questarte che il possibile si fa potere, né può farne a meno per conservarsi tale, se è vero che il potente ha da saper essere – per dirla con Machiavelli – leone e volpe, e cioè saper far uso di forza e di astuzia. Per ciò che attiene alla forza, il Principe sè dovuto adeguare ai tempi: è stato costretto a cercarne legittimità alluso nel mandato, per di più accontentandosi di limitarne il monopolio allastratta possibilità dellimpiego, peraltro vincolato alla necessità di darne una giustificazione moralmente obbligata. Ma, per ciò che attiene alla astuzia, cosa poteva cambiare? Qui nessuna giustificazione poteva dare legittimità alla simulazione e al tranello, alla menzogna e al venire meno alla parola data, che giocoforza hanno continuato a essere impiegati, privi di una copertura morale. Daltronde – per dirla con Croce – onestà in politica è altra cosa che onestà comunemente intesa: se sha da fare il possibile per il potere, non si pongano ostacoli allarte, si facciano lavorare in pace gli artisti. Al netto dellironia, questi sarebbero i fondamentali. Che evidentemente mancano al pur buon Francesco Costa, che si duole del «livello di cinismo» toccato dai protagonisti sulla scena politica italiana, tutti, senza eccezioni: «Oggi tutti s[o]no pronti a fare qualsiasi cosa, ma davvero qualsiasi cosa, pur di vincere o pur di non perdere, consapevoli che in una guerra tra bande non si può arretrare e che gli ultras di ogni fazione sono sordi a qualsiasi ragionamento. Siamo entrati nell’era in cui tutto è possibile, ma tutto-tutto» (*). Coi fondamentali a disposizione poteva risparmiarsi la geremiade: è sempre stato così, di più – oggi – cè solo che tutto è molto più accelerato, e dunque cinismo e opportunismo non riescono a trovare la copertura che in passato era data loro dalla lentezza dei passaggi; in più, tutto è molto più trasparente perché è venuto meno il momento dellintermediazione che largomento frapponeva tra movente e agito. In sostanza, non sono venuti meno onore e coerenza: è venuto meno il tempo necessario a surrogarli in un discorso pubblico sufficientemente credibile. Per esempio, passano ben due anni tra la solenne sottoscrizione del cosiddetto «patto della staffetta» e il venir meno al suo rispetto da parte di Craxi, e in quel mentre cè tempo perché possa farsi argomento il pretesto della «continuità», e questo consente al segretario del Psi di stornare in modo assai efficace il giudizio morale dal suo rifiuto di lasciare a De Mita, come pattuito, la Presidenza del Consiglio: veniva meno alla parola data, ma aveva avuto modo di costruire un argomento tra movente e agito. Quanto tempo passa, invece, tra l#enricostaisereno e il passaggio della campanella da Letta a Renzi?

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