L’arte della felicità – La recensione

Creato il 23 novembre 2013 da Drkino

Dal Festival di Venezia arriva una delle grandi sorprese dell'anno. L'arte della felicità, prima di essere una perla cinematografica, è il grido di una voglia di cambiamento…

Nel mondo della critica italiana, profondamente legato al genere del dramma (neorealista o meno che sia), il cinema di spettacolo ha sempre trovato ostacoli nella ricerca di un'accoglienza positiva. E, forse, dipende proprio da questo il ristagno della produzione e dello sperimentalismo nell'audiovisivo, qui nel Bel Paese. Senza parlare poi dell'universo delle pellicole d'animazione, che ivi non hanno mai incontrato terreno fertile. Ecco quindi che, nel momento in cui spunta fuori da Venezia un “film a disegni” (accolto per di più in maniera positiva), l'Italia va in subbuglio. A dire il vero non è proprio così, dato che il film è da poco proiettato nelle sale e ha subito una distribuzione punitiva. Se non si parla di “animazione per bambini” infatti, il pubblico nostrano fatica a smuoversi di casa; e ovviamente qui ci troviamo nei pressi di qualcosa d'altro che al semplice cartone animato. Vediamo quindi un po' più da vicino cos'è L'arte della felicità e perché deve essere visto.

Nato come progetto documentaristico, composto da una serie di interviste, L'arte della felicità si è trasformato poi in qualcosa di completamente diverso” (le parole del regista). Il film è divenuto il viaggio di un tassista per le strade di Napoli, costretto a subire le frustrazioni dei passeggeri, che lo vedono come mero ricevitore privo di personalità. Sergio (il tassista), invece, ha subito da poco il lutto del fratello, ha lasciato casa e ha abbandonato il suo sogno di musicista per darsi al taxi. Tra i vari clienti però, alcune personalità spiccheranno particolarmente più di altre, riconducendo Sergio ad una catarsi con sé stesso.

Premettendo che il soggetto trainante è estremamente semplice, diviene interessantissimo notare due particolari elementi. In primis la composizione originale delle interviste: dalle bocche di personaggi animati, possono essere espressi concetti che non devono mediare con la morale o con la propria immagine di persona. Ecco quindi che si passa da uno zio onnisciente ad una signora zelante ma rivelatrice, da uno speaker che è quasi deus ex machina ad un monologo di Sergio in stile La 25ª ora. I temi trattati sono poi pressoché totalizzanti, partendo dalla realtà attuale della città che è Napoli, con la sua spazzatura e il suo assenteismo, ad uno sguardo generale sul futuro di una nazione e dei giovani, fino ad arrivare ad un esistenzialismo nietzschiano. Il secondo elemento da far notare è il parallelismo tra la serie di incontri di Sergio (e tra le sue riminiscenze) e l'immagine dell'incedere di un taxi giocattolo che, muovendosi con precario equilibrio in mezzo a giochi e strutture miniaturizzate di vario tipo, tenta di (ri)trovare un senso alla propria corsa.

In ultimo ma non ultimo (effettivamente è ciò che per prima cosa salta all'occhio e che per più tempo rimane impresso nelle retine)  lo stile fumettistico e le animazioni, che rendono L'arte della felicità una perla rara ed insostituibile. Con una fusione di disegno tradizionale e grafica 3D, gli occhi non possono far altro che ringraziare ancora una volta Rak, nella speranza che quest'ultimo sia riuscito a sfondare (o almeno ad indebolire sensibilmente) le barriere che da troppo tempo affliggono il pensiero intellettualistico italiano.

REVITALIZZANTE

Elia Andreotti

Regia: Alessandro Rak – Cast: Lucio Allocca, Leandro Amato, Silvia Baritzka, Francesca Romana Bergamo – Nazione: Italia – Anno: 2013 – Durata: 76'

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