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L’Assedio di Daria Bignardi

Creato il 18 ottobre 2019 da Iltelevisionario

Daria Bignardi è tornata in tv con un nuovo programma, intitolato L’Assedio, in onda da mercoledì 16 ottobre in diretta in prima serata sul Nove. La prima puntata, trasmessa in simulcast sul Nove e le altre reti del gruppo Discovery, ha sfiorato i 600 mila spettatori con il 2,8% di share.

La conduttrice mancava dallo schermo dal 2015, quando su La7 aveva condotto la stagione conclusiva de Le invasioni barbariche (poi per un anno e mezzo è stata alla direzione di Rai3). Le ultime tre edizioni de Le invasioni (dal 2013 al 2015) erano state aperte da Matteo Renzi, all’epoca leader del Partito Democratico. Ora il vento è cambiato e ad aprire L’Assedio è stato Beppe Sala, sindaco di Milano, da molti considerato il possibile futuro leader del centrosinistra.

E’ L’Assedio, ma poteva benissimo essere Le invasioni barbariche o L’era glaciale (2009, Rai2). Daria Bignardi è fedele a stessa e la nuova trasmissione non ha nulla di nuovo, come scrive Aldo Grasso sul Corriere della Sera:

Fedele a se stessa. L’assedio, il nuovo programma di Daria Bignardi, non ha nulla di nuovo. È esattamente come Le invasioni barbariche, come L’ora glaciale, con quei titoli che incutono sempre un po’ di diffidenza. Dev’essere per via del suo karma pesante (Nove, ore 21,30 e altri canali Discovery). Nella prima puntata si presenta pettinata come l’istitutrice de Il Collegio e come tale si comporta, forse per via dell’emozione. Per fortuna il primo ospite è Beppe Sala, il beneamato sindaco di Milano, capace non solo di ridare vita alla nostra città ma anche di rianimare la scena. Si assiste a un curioso scambio di accuse che meriterebbe l’interpretazione di un Recalcati. Daria biasima il sindaco di essere radical chic, un «fighetto», lo vorrebbe più nazional-popolare. Qualcosa del genere era già successo con Mario Monti, cui Daria aveva inopinatamente regalato un cane. A Sala va meglio: è costretto a indossare un marsupio e degli occhiali truzzi. Ma con i grandi progetti che aspettano Milano (la questione degli stadi, per esempio) è proprio necessario occuparsi di Instagram o di fidanzate? In realtà è la Bignardi che avrebbe bisogno di essere più nazional-popolare come ai tempi del Grande Fratello (la sua migliore interpretazione). Gli autori (e il suo milieu di riferimento) la costringono invece ad assumere il ruolo della grande scrittrice che si concede alla tv, che si confronta solo con i valori, che manda uno scrittore vicario a fare il ganzo con il libro di Giulia De Lellis. E si vede benissimo che lei non conosce il mondo Discovery altrimenti avrebbe saputo sfruttare molto meglio Federico Fashion Style. Forse avrebbe bisogno non di citare Harold Bloom a un rapper ma di un ritiro spirituale nel Castello delle Cerimonie. Il ritmo del programma è lento, a tratti troppo compiaciuto, senza quella determinazione che in tv, a volte, permette alla grazia di assegnare un posto anche all’insignificante.

A @lucianinalitti toccano le pistole alla tempia di @dariabig. Scelte difficilisssssime… #LAssedio è ora sul @nove e su #Dplay pic.twitter.com/8jjow1ebaI

— L'Assedio (@lassedio) October 16, 2019

Anche per il critico di Avvenire, Andrea Fagioli, questo nuovo talk show assomiglia tanto a quello vecchio:

Dalle invasioni all’assedio. Daria Bignardi ci ha già scherzato su. Era inevitabile visto che aveva lasciato la conduzione televisiva nel 2015 con Le invasioni barbariche su La 7 e ora torna in video con L’assedio il mercoledì alle 21.25 su Nove dopo una parentesi in cui tra l’altro (e non è poco) ha diretto Rai 3 e si è presa pure (si fa per dire) una pausa di riflessione durante la quale ha scritto romanzi e ha esordito a teatro. Dopo di che non ha resistito alla proposta di Discovery per tornare in tv con un talk show inedito, ideato da lei, ma che assomiglia tanto a quello vecchio. Non è un giudizio di merito, solo una constatazione. Ogni volta, in diretta da Milano, vengono intervistate persone note e meno note, comunque con una storia emblematica da raccontare. Partenza con il sindaco del capoluogo lombardo, Giuseppe Sala, che in televisione si muove con destrezza, sta al gioco, e alla conduttrice piace: «Bravo sindaco, lei ha le idee chiare». Scelta di campo anche per il secondo ospite: Giorgia Linardi, portavoce per l’Italia della Ong Sea-Watch. Una testimonianza forte e pacata. Nell’occasione la Bignardi riconosce ad “Avvenire” la denuncia quasi quotidiana della criminalizzazione delle organizzazioni non governative. A parte questo ricorda meritoriamente anche il salvataggio quarant’anni fa dei boat people in Vietnam da parte della Marina militare italiana. Nel frattempo l’Italia è cambiata. Ma a questo punto cambia anche L’assedio. La seconda parte inizia con Luciana Littizzetto e i temi si alleggeriscono. Immancabile il rimpallo con i social. Uno degli argomenti più ricorrenti, il confronto del giorno prima tra Renzi e Salvini. Divertente il commento del giornalista e scrittore Luca Buttura su quello che definisce «Il caso Mattei». Si torna seri con il rapper Massimo Pericolo, che come cantante non sarà granché, ma la sua storia di vita vale la pena. Dieci a mezzanotte cala il sipario. È già qualcosa: una prima serata che non sfocia nel giorno dopo. E il pubblico in sala non si è spellato le mani a comando, ha spesso ascolta in silenzio. Per il resto, stile Bignardi confermato: garbo, domande che mettono a proprio agio l’ospite e lo aprono più volentieri al racconto di sé.

La critica più tagliente è quella di Maurizio Caverzan su La Verità, per il quale il programma è solo diverso nel titolo ma clone dei precedenti:

Il vero clima dell’Assedio è il medesimo dei programmi clonati: salottino manierato dei migliori, bon ton ad uso delle élite della gente che piace, punteggiato dalla risatina compiaciuta o dalle sopracciglia aggrottate della padrona di casa. Con un paio di accentuazioni dovute all’ultimo aggiornamento del politicamente corretto, come la citazione più ossessiva del nuovo di follower che l’ospite può vantare. Post e cinguetii vari sono infatti la fonte regina delle domande oltre al sindaco di Milano, anche a Luciana Littizzetto, al rapper Massimo Pericolo eccetera. Non solo, i social sono anche il luogo della critica finale perchè due osservatori, una scrittrice e un giornalista, inviano un commentino all’intervista via WhatsApp. Così il cerchio si chiude: l’intervista nasce dai social e va a morire nei social.


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