L’attentato sotto falsa bandiera dei servizi segreti israeliani in Egitto nel 1954 insegna che i governi costruiscono a tavolino i pretesti per creare ostilità e guerre tra le nazioni

Creato il 12 settembre 2013 da Corradopenna

Nella primavera del 1954 la Gran Bretagna stava per siglare un accordo con 1954 l’Egitto (presieduto allora da Nasser) per il ritiro delle sue truppe in stanza nella zona del canale di Suez e per la conseguente cessione all’Egitto di tale zona.
Tutto ciò da parte del governo di Israele era considerato un grosso problema, dal momento che sarebbe venuta a mancare una zona occupata da un esercito neutrale (rispetto ad un’eventuale ripresa del conflitto arabo-israeliano). Era quindi nel loro intento rallentare tale processo con ogni mezzo possibile.
A pagina 139 del libro “Mossad - Le guerre segrete di Israele” di Benny Morris e Ian Black (Rizzoli, Milano, 2003) leggiamo che a tal fine il servizi segreto israeliano dell’Aman si attivò per organizzare “attacchi contro obiettivi britannici in Egitto; il sangue cattivo che si sarebbe formato tra Londra e il Cairo avrebbe potuto fa naufragare l’accordo sullo sgombero”. Di conseguenza come leggiamo testualmente nel libro alle pagine 141-142:
“Il 2 luglio 1954 piccole bombe incendiarie furono collocate in numerose cassette postali di Alessandria. Il 14 luglio piccoli ordigni innocui esplosero nei centri culturali statunitensi del Cairo ed di Alessandria. Il 23 luglio elementi della rete decisero di piazzare bombe nei cinema del Cairo e di Alessandria e in uno scalo di smistamento ferroviario di Alessandria. Un ordigno esplose prima del tempo in tasca ad uno del gruppo.”
Ovviamente tale errore portò all’arresto dell’agente ed alla conseguente smantellamento della rete i cui componenti furono arrestati, processati e condannati a pene che andarono da 7 anni di reclusione alla pena di morte, passando per l’ergastolo; solo due furono assolti.
Questo “increscioso episodio” fu in seguito denominato negli ambienti politici di Israele come “il pasticciaccio”.
Un altro episodio abbastanza simile (di cui si può leggere il resoconto nel medesimo libro alle pagine 120-121) avvenne nel 1951. Secondo le testuali parole dell’ex consigliere della CIA Wilbur Crane Eveland:
“Nel tentativo di presentare gli iracheni come antiamericani e di terrorizzare gli ebrei, i sionisti collocarono bombe nella biblioteca dell’USIS e nelle sinagoghe, e ben presto cominciarono a circolare manifestini in cui si esortavano gli ebrei a riparare in Israele”.
La magistratura irachena, che indagò sui fatti, arrivò alle stesse conclusioni, additando ai servizi segreti Mossad e Mossad LeAlya Bet, l’organizzazione di attentati contro obiettivi americani ed ebraici, causando la morte di tre persone ed il ferimento di altre quattro.
Uno scopo di queste operazioni sarebbe stato quello di incentivare l’emigrazione verso Israele, dato che il neonato stato aveva una popolazione molto ridotta ed aveva bisogno di rimpinguare i ranghi del proprio esercito in previsione di una prossima guerra di aggressione delle nazioni arabe ostili da cui era circondato. L’altro scopo invece sarebbe stato quello di creare inimicizia tra gli Sati Uniti ed uno dei paesi arabi ostili ad Israele.
La commissione d’inchiesta israeliana invece assolse da qualsiasi responsabilità sia i servizi segreti di Israele che la comunità ebraica irachena; questo però può voler dire tutto e niente, data l’enorme gravità delle accuse che vedevano coinvolte personalità governative di alti livelli che avevano tutto l’interesse a negare ad ogni costo qualsiasi propria responsabilità. Le motivazioni assolutorie della d’inchiesta israeliana in effetti sono per certi versi poco credibili: da una parte si attribusce a pura casualità la coincidenza tra lo scoppio di quelle bombe e l’indecisione degli ebrei iracheni ad espatriare, dall’altra si afferma che non vi fosse nessuna “ragione logica” per degli ebrei di mettere in atto simili attentati. In realtà è noto che il leader israeliano Ben Gurion considerasse vitale che la popolazione dello stato di Israele raddoppiasse o triplicasse: 650.000 cittadini israeliani difficilmente potevano fare fronte alla minaccia costitutita da diversi stati arabi, molto più popolosi, che ne circondavano il territorio.
La morale che traiamo da questi episodi storici (ben poco conosciuti) è che i governi, ed i loro servizi segreti in particolare, hanno sempre usato queste tattiche per seminare ostilità tra due paesi; non dovrebbe meravigliare quindi il possibile uso, anche in tempo recenti, di queste tattiche per giustificare delle guerre (vedi quanto successo l’11 settembre 2001). Del resto nel periodo precedente il 1948 (anno della proclamazione dello stato di Israele e della conseguente spartizione della Palestina) non erano mancati gli attentati organizzati da cellule eversive ebraiche con l’intento di addossarne la responsabilità agli arabi (vedi il resoconto che ne fa l’autore di origini ebraiche Leon Uris nel suo romanzo storico “Exodus”).

Con quale coraggio allora certe persone tacciano di “complottiamo” (orrido neolinguismo) chi sospetto il coinvolgimento dei servizi segreti israeliani e statunitensi nell’attentato “false flag” dell’11 settembre 2001? Forse per costoro la storia non deve mai insegnare niente? O forse hanno paura a ricordare quanto scritto nel progetto dell’ “Operazione Northwoods” presentata dai militari al presidente Kennedy la quale prevedeva un attentato contro obiettivi statunitensi realizzato segretamente dallo stesso governo degli USA, la cui colpa si sarebbe dovuta addossare al governo cubano? Nell’intento del proponente in tal maniera si sarebbe potuta giustificare (agli occhi della nazione e del resto del mondo) una guerra di aggressione degli Stati Uniti contro Cuba. Eppure gli stessi siti collegati a questi incalliti negazionisti (come wikipedia) danno un preciso resoconto dei piani di tale operazione, vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Northwoods.


Nel video qui sotto la testimonianza di uno dei primi uomini giunti in soccorso fra le macerie delle torri gemelle, un uomo che sta pagando con una lenta morte la sua abnegazione ed il suo coraggio (la polvere di cemento ha pervaso i suoi polmoni e non solo). Egli accusa il governo del suo paese

NB: il libro citato è stato scritto da due giornalisti (Benny Morris e Ian Black) che hanno lavorato per delle testate di grande diffusione (rispettivamente il “Jerusalem Post” ed il “Guardian”) e non certo per giornali particolarmente fuori dal coro; del resto si tratta di un quotidiano israeliano e di uno britannico (la Gran Bretagna è notoriamente ai nostri giorni una grande alleata di Israele). Il lavoro d’indagine dei due giornalisti si inquadra quindi in una visione del mondo ben distante da quella di chi scrive il presente articolo, e sicuramente Morris e Black non potrebbero mai essere etichettati dei “complottisti” (sebbene di complotti si siano per forza di cose occupati).

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