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L’audience della (anti)mafia

Creato il 06 aprile 2016 da Annagiuffrida @lentecronista

L’audience si nutre di tutto. Delle lacrime e delle risate a buon mercato. Delle urla e di parole ben scandite e ad effetto. Della rabbia e dell’indignazione di chi guarda, spesso con curiosità morbosa, le vite altrui spedite attraverso il tubo catodico. Ma si nutre anche di fango umano, e rovista spesso tra le pieghe inquinate della società.

E su questo audience sembra ritagliata la trasmissione ‘Porta a Porta’ condotta da Bruno Vespa che stasera per la seconda volta, a distanza di quasi sette mesi da quando aprì le porte della seconda serata di Rai 1 ai Casamonica, regalerà uno spazio sulla televisione pubblica alla presentazione del libro di Salvo Riina, sulla vita del padre Totò. Uno spaccato familiare, già messo nero su bianco, che non era il caso di raccontare anche in tv. Da quella Rai, che si regge anche sui soldi versati con il canone dagli italiani, che fino a poche ore prima della messa in onda del programma ci teneva a ribadire il suo impegno contro le mafie (“(…) Ricordare come esempi le storie di tutti coloro che hanno dato la vita per difendere il valore della legalità è e sarà sempre la stella polare del suo impegno: la Rai non è e non sarà mai il luogo in cui le mafie e tutte le sue espressioni potranno trovare cittadinanza”). Lo stesso comunicato in cui si confermava la presenza di Riina junior nel salotto di Vespa.

Un’informazione antimafia che lucra sulle mafie. Dimenticando chi delle mafie è vittima. La reazione a questa notizia, infatti, è stata accolta “con disgusto” da un testimone di giustizia campano, Luigi Coppola, che ha sbottato: “Nulla di più sbagliato si poteva fare, ospitare e pubblicizzare la mafia su Rai 1”. E aggiunge: “Facciamo notare al dottor Bruno Vespa che lo abbiamo più volte sollecitato di poter intervenire nel suo programma ‘Porta a Porta’. Volevamo far conoscere i disagi di chi le mafie le ha combattute, ovvero i testimoni di giustizia. Ma dalla Rai e dal dottor Bruno Vespa mai è pervenuta risposta.” “Ormai sembra che in Italia renda più il mafioso che chi si ostina a fare una lotta seria alle mafie – chiosa Coppola – Tutto ciò legittima le mafie e ammonisce chi le combatte”.

Una decisione aziendale che lascia attoniti per la rinnovata scelta di dare il microfono ad un figlio, stavolta, che parla di suo padre ricordando come per lui sia sempre stato “un eroe”. Cosa può interessare agli italiani che il figlio di un assassino consideri suo padre un eroe? Perché gli italiani onesti dovrebbero ascoltare il racconto della vita di un uomo che ha messo la firma sulle stragi del ’92, e che non ha mai mostrato umanità vivendo in regime di 41bis? E che anche in regime di carcere duro continua a mantenere la prepotenza del boss mafioso?
Apparentemente il disgusto di Luigi Coppola sembra quello di tante migliaia di italiani, che dai social hanno fatto sapere che stasera avrebbero spento la tv. E c’è da augurarsi che ciascuno tenga davvero spenta la voglia di ascoltare l’orrore della vita di un mafioso. Vincerebbe finalmente, non l’audience, ma la vera cultura della legalità. Quelle fatta di scelte e azioni concrete.

L’antimafia parte anche da un piccolo, significativo, gesto.



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