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L'è el dì di mort, alegher! - I morti, Caporetto, Tessa

Da Ellisse

Un'occasione in questi giorni per prendere due piccioni, anzi tre, con una fava. Delio Tessa visto da GiannelliRicorrono i morti (e lasciamo perdere le barzellette al riguardo), è il centenario della disfatta di Caporetto e, tertium datur, le due cose si combinano in un poeta che ha avuto alterne fortune, come gran parte della poesia dialettale italiana. Parlo di Delio Tessa e della sua Caporetto 1917, «L’è el dì di Mort, alegher!», Sonada quasi ona fantasia, contenuto in L'è el dì di mort, alegher ; De la del mur e altre liriche, a cura di Dante Isella, Einaudi 1985, che peraltro è possibile reperire in rete, anche se privo di apparato critico. Tessa, come afferma P.V. Mengaldo includendolo nel suo Poeti italiani del Novecento, è "uno dei più grandi del nostro Novecento senza distinzione di linguaggio", aggiungendo che "il disinteresse per questo poeta è una vergogna per la critica italiana" (ma si era nel 1978 e a quel tempo Isella, uno dei massimi studiosi della letteratura lombarda, stava ancora lavorando sull'opera di Tessa). Sta di fatto che questi giudizi possono essere ancora in parte sottoscritti, poiché è certo vero che Tessa è un eccellente poeta, basta leggerlo anche solo nelle "traduzioni" in lingua italiana per rendersene conto, ma è anche vero che Tessa, come la poesia dialettale in genere (ma è categoria però piuttosto generica, basti pensare alla reinvenzione dialettale di Scataglini e la rilevanza particolare che assume un poeta che amo, Emilio Rentocchini), rinnova qualche interesse nella critica. Cito a mero titolo di esempio l'edizione della stessa opera a cura di Mauro Bignamini, per i tipi delle Edizioni dell'Orso, 2014, che prende in esame le concordanze dell'opera di Tessa a partire proprio dall'edizione iselliana; e in ambito più generale, sempre a titolo di esempio, citerei i volumi L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila , a cura di Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Rossella Renzi, Giuseppe Nava e Christian Sinicco per i tipi di Qwynplaine, 2014; e inoltre (ma qui siamo decisamente sulla produzione attuale) Guardando per terra. Voci della poesia contemporanea in dialetto (LietoColle 2011). Il Sud, come sempre, è minoranza nella minoranza, con buona pace degli "eredi" di Pierro e Buttitta, sebbene non manchino anche oggi voci molto interessanti (ad esempio gli apprezzabili Giuseppe Samperi - v. QUI , o Marco Scalabrino - v. QUI ), tanto che per la poesia dialettale sembra quasi inevitabile parlare di linea settentrionale. Da ricordare infine, facendo un passo indietro, Franco Brevini, autore dell’antologia Poeti dialettali del Novecento (Einaudi, 1987), coeva dell'impegno di Isella, e i tributi seppur non esaustivi che a Tessa hanno dedicato Pasolini, Fortini, Loi, Giuseppe Anceschi, Cases e altri. Il libro L'è el dì di mort, alegher è l'unico pubblicato in vita da Tessa, nel 1932, ma la "sonada" risale al 1919, appena un anno dopo la conclusione della Grande Guerra, e nello stesso anno della dannunziana "vittoria mutilata" dal Trattato di Versailles che secondo Salvemini rientrerà a pieno titolo nella mitologia patriottica fascista. E questo è un fatto già abbastanza singolare, leggendo quanto e come il testo mette in scena. Non c'è nessuna vittoria da celebrare, per Tessa, c'è semmai da ricordare l'impatto fortissimo sul sentire popolare della tragedia di Caporetto, di quella "inutile strage" della Lettera ai capi dei popoli belligeranti di Benedetto XV, un centenario anche questo (1 agosto 1917), se proprio vogliamo ricordarcelo. E proprio il punto di vista popolare che Tessa cerca di interpretare, un punto di vista forse poco patriottico, di gente comune anche preoccupata delle sue cose e della sua vita, quella stessa gente che ha fornito i fantaccini mandati al macello, "quelli che marciscono là... che hanno finito la guerra e, se Dio vuole, sotto terra, a macero...", e che teme perfino che i tedeschi arrivino fino a Milano. Da lì viene questa lunga corale intrecciata di voci, la sua ispirazione e la sua giustificazione anche morale: "Riconosco ed onoro un solo Maestro: il popolo che parla. Squisitamente parla ancora un suo mutevole linguaggio sempre ricco, sempre vario, sempre nuovo come le nuvole del cielo", scriverà Tessa nella "Dichiarazione" che precede la prima edizione del libro. Da lì, quindi, dal popolo, per Tessa giunge anche una patente di verità, di realtà, in qualche modo un mandato, e insieme una forma e una sostanza, un metro e una lingua adatta allo scopo, ordinaria, disarticolata come un cicaleccio, dialogica, idiolettale, scenica e fortemente icastica, anche in forza del ritmo sostenuto e insieme sincopato che la innerva, come una piazza affollata e inquieta in cui tutti parlano tutti insieme. E' un popolo tutto sommato senza speranza, che di lì a qualche anno sarà inquadrato nelle adunate oceaniche del fascismo, del quale Tessa, fondamentalmente anarchico, sarà un oppositore fino alla morte, avvenuta nel 1939, prima di vedere l'ulteriore immensa "macelleria" della Seconda Guerra. Considerato da alcuni un bozzettista, da altri un crepuscolare, tuttavia, come aveva notato Fortini, il recupero di certi motivi e stilemi e il ricorso ad una lingua popolare - peraltro, più che sorgiva, secondo me abilmente manipolata - va considerato, specie nelle opere seguenti, pubblicate tutte postume, anche come una posizione antiretorica, "quanto più la contemporaneità gli si presentava con i tratti odiosi del fascismo" (Mengaldo), venata, sembra chiaro, del "radicale pessimismo antropologico" che gli attribuisce Fortini. Ma forse, leggendo Tessa, il carattere che più sembra colpire è l'espressionismo che Pasolini aveva individuato, se non erro in Poesia dialettale del Novecento, un espressionismo europeo, per le tinte anche forti (bisognerebbe leggere ad esempio La mort della Gussona) che richiamano Dix, Grosz, Kokoschka; e per lo stile fonico-ritmico, l'imitazione del parlato, la frattura linguistica e lessicale fino talvolta a segnare un passaggio "dal semantico all'asemantico" (Gibellini), la narrazione per frammenti trasposti e rimontati, e così via (e non bisogna dimenticare che, a quanto sembra, era anche un abile performer delle sue poesie). Non è difficile immaginare, al di là del confinamento, specie nei primi anni, in una cerchia ristretta e della questione lingua/dialetto talvolta usata in funzione ghettizzante, quanto fosse e apparisse moderno Delio Tessa. (g.c.)
Caporetto 1917 - «L’è el dì di Mort, alegher!» Sonada quasi ona fantasia
Alla Signora Elisabetta P. Keller

Torni da vial Certosa,
torni di Cimiteri
in mezz a on someneri
de cioccatee che vosa,
de baracchee che canta
e che giubbiana in santa
pas con de brasc la tosa.
L’è el dì di Mort, alegher!
Sotta ai topiett se balla,
se rid e se boccalla;
passen i tramm ch’hin negher
de quij che torna a cà
per magnà, boccallà:
scisger e tempia... alegher
fioeuj, che semm fottuu!
I noster patatocch
a furia de traij ciocch,
de ciappaij per el cuu,
de mandaij a cà busca
m’àn buttaa via la rusca,
scalcen a salt de cuu,
scappen, sti sacradio,
mollen el mazz, me disen,
mollen i arma, slisen
de tutt i part, el Zio
me l’à pettaa in del gnàbel
longh quatter spann e stàbel,
l’è el dì di Mort e dio!
Passen i tramm ch’hin negher
gent sora gent... lingera...
tosann e banch de fera!...
«Oh i bej coronn!»
«Alegher!»
«oh i bej lumitt!»
«oh i pizzi,
le belle tende, oh i pizzi!»
«L’è el dì di Mort... alegher!»
... e giò con sta missolta
de locch che a brigadella
canta alla-loibella:
«O macchinista
ferma il diretto
perchè al distretto
me tocca andà...»
- questa l’è bonna! scolta:
«stacca la macchina,
ferma il diretto
che son costretto
d’andà a soldà!»
... a furia de batost
tirom là...
«Caldarost!»
... e giò vers porta Volta,
adree con sto mis-masc
de ciocch che se balanza...
Te vedet?! No me vanza
pu che i nost quatter strasc,
l’eredità l’è andada,
semm in bolletta in strada
tornèmm a fà el pajasc!
Comincia adasi... adasi...
a vegnì sira... e là...
– canten anmò, dà a trà –
«... che al mio paese
voglio tornà...»
giò vers Milan l’è quasi
scur... rong e semineri,
navili e cimiteri
suden adasi, adasí,
umed e nebbia... Ottober,
cocober... pover nun!
vun per vun, vun per vun,
me perteghen i rogher!
Oh Gesù, che sbiottada
de piant! che pertegada
là sù!... Ottober... cocober!...
Turines giolittian,
milanes socialista,
coragg, lustrev la vista!
Tognitt de San Damian,
slarghev el coeur, hin chì...
torna i todisch... hin chì...
riven qui car pattan,
qui car barbis, qui rost
de cojn!
A stondera
per i banch della fera
pavani e pensi ai nost
miseri:... rogn, deslippa
e generaj de pippa!...
e quell dì... «Caldarost!...
Caldarost!...» ... e quell dì
vedi... (Madonna! Dò?
tre settimann ammò?...)
... che in piazza o forse lì
dal Briosch: «T’ée sentii?...
– me diran – ... t’ée sentii?...
riven... ghe semm... hin chì...
mòllen di part de Bressa,
riven... hin a Veston!
de Desenzan, Gardon
scàppen... cara el me Tessa,
stemm d’oca!...» e mi, de slanz,
foeura!... lì inscì denanz
del Campari... gh’è ressa...
pienna la Galleria...
gent che rebutta... duu
che vosa... «... A pee in del cuu
vemm inanz! ... sansesia
m’àn sfottuu!» «Non bisogna
cedere!»... gent che rogna...
gent che inziga sott via...
che rebuij e che baja.
Balengo, rocchetton,
vasco, batta-bastion,
vàrdela la loccaja,
ch’è sbottida di boeucc
foeura in Piazza! Linoeucc,
coo d’aria, razzapaja,
foeura a fagh festa al Zio!
«Silenzio!» «Taja!... Taja!...»
Sèntela la loccaja
che se scadenna!... «... Mio
oeij Majo!... tirel piatt!
mócchela, ciccolatt!»
«Ma silenzio... per Dio!»
«Citto!» Dai ammezzati
lèggen a ona finestra
el Bolettin «... a destra
del Brenta, incendiati
i depositi, in dura
lotta nella pianura,
ci siamo ripiegati...»
«Te sèntet?... ripiegati!»
«Silenzio!» «Cóppet! Faccia
de cuu de can de caccia!»
«... coi reparti alleati...»
«... bon quell’oss!» «Ma tralasci
i suoi commenti e lasci
terminare!» «... e schierati
combattendo fra Po
ed Adige, sul Mincio,
secondo i piani...» (... crincio!
tè lì dov’hín gemò!
sul Mincio... propi!) «abbiamo...»
«Cossa l’à ditt? Abbiamo...
e poeu? se capiss nò!»
L’à ditt – evacuato! –»
«Coss’è?» «Mah!» «ad occidente...
abbiamo nettamente
respinto...» «... Evacuato
putost!» «... in nostre mani...»
«Tutt ball!» «... areoplani...»
«... Ghe voeur alter!» «... firmato
Cadorna!» « Bolletton!
va a scóndet, brutt malann
e càscen pu de cann!»
«Se sent gemò el canon
foeura di dazi!» «Lei,
non si vergogna, Lei!»
«De coss’è? gh’è el canon,
segura! gh’è el canon
che se sent!» «Allarmista!»
«Napoli!» «Disfattista!»
«Va al tò paes, rognon
de fidigh!... aria!» «Lei,
Lei, venga con me, Lei!»
«Mi, con lu?! L’è el padron
del vapor lu? dà a trà,
oeuj, el voeur menamm sù,
el voeur! ... ma chi l’è lu?
chi l’è?» «Làssel andà!»
«Napoli!» «Rinnegato!»
«L’è vun del Comitato!»
«Daij che l’è on sciatt! ... sà... sà...
oeuj!» «Làssel andà!» «Giò!
pèstegh giò!» « Italiani
senza patria! a domani!»
«Doman, sì!... speccia bò!»
«Lobbia!» «va al tò paes,
o crist d’on milanes
arios! va a digh ai tò
ch’àn sbagliaa el primm botton,
tiren inanz la guerra
per coppamm, tramm in terra,
eccola la reson!»
«Mascanbroni, l’è ora
de finilla!» «In malora
m àn traa!...» «Rivoluzion,
sù!... sù!... Rivoluzion!»
«Avanti, o Popolo, alla riscossa!
Bandiera rossa, bandiera rossa!»
... Signor! Signor! ... deslippa,
rogn, generaj de pippa,
vemm a tocch e boccon!
... Rivoluzion... vardee!...
Car Signor, compagnee
qui de per lor...
«Bandiera rossa la s’innalzerà,
Bandiera rossa della libertà!»
Canzon
de guerra, della trista
guerra, sù! sù bandera
rossa de temp de fera!
Anarchich, socialista,
sù che ghe semm... l’è ora!
sbragee, scarpev la gora,
allon, lustrev la vista,
slarghev el coeur, ghe semm!
E intrattanta che dì
per dì, giò, dì per dì,
d’ora in ora andaremm
giò, giò, a pocch a pocch
tutti in d’on mucc a tocch
e boccon, a patremm,
che sulla Madonnina
«Bandiera rossa...» là
sù... «... la s’innalzerà!»
e che faran tonina
per i cà, per i straa,
per i piazz... «... àn coppaa
l’Albertin, stamattina,
viva nun!... l’àn traa là,
pugn, pesciat... “l’eet voruda
la guerra, porco giuda!...
daij, sassat... gh’àn faa fa
la mort del Prina!» intanta
che se coppa e se canta,
tè lì... cominciarà
per Milan la passada
di legor... on mis-masc,
on mes’cioss, mucc de strasc,
gent stremida, sbiottada
e che in fuga... «... i croatt...
i croatt...!» van a sbatt
i so oss su ona strada!
Paisan ch’àn lassaa
là... terra, vacca, roij
e se rusen... «Madoij,
na poss più!»... caregaa
come muij, coi fioeu
e la donna «O Tanoeu,
scià... gnèman...» e soldaa
e soldaa in filera
trista, in filera grisa...
«... taja la corda, slisa,
femm societaa... bandiera
rossa... suu!» e el canon
che brontolla, el canon
che rogna in la scighera...
Scolta! vers Melegnan
giughen ai bocc col Zio,
riven sta volta e dio!
... vegnen sù de Drusan,
passen de Modigliaa,
Colturan, San Donaa,
passen l’Adda a Cassan,
salta el pont de Paderno,
brusa stabiliment,
cà, gent che sgara, gent
che se calca... e l’inverno,
la nebbia, fora... fora...
areoplan che sgora,
bomb che s’cioppa! on inferno!
fora... fora... scappemm!
E me pader che balla
per cà... «... ma coss te calla
ancamò? vemm o stemm?»
« Senio, cià, damm i sent,
vardi là... gh’è pu nient
de mett dent?» «... prest, andemm,
sara sù... dove veet,
Clara!... la macchinetta
del spirit? petta, petta
tè la chì, coss te gh’eet
de mett dent ancamò?
quisti chì?...» «... secca nò,
lassa stà, se te gh’eet
d’andà alla Banca, va,
ciappa temp, va alla Banca
putost, va – l’è puranca
on toeu fiaa quell’omm! –» Là
ai cassett gh’hin là tucc
del scior Cerutti in mucc
ai sporteij... «Firma, cià
sto librett... la ciavetta...
derva...» e foeu... cinqu per cent,
cartell, posat d’argent,
trii e mezz... e impacchetta,
liga... «... e quj della Lina?
quj della zia Angelina?
e quj dell’Erminietta?
(gh’óo pienna la cassetta
della roba di alter...)
cossa en foo? ghe voeur alter
chì che sta valisetta!...
cià... cià... quj della zia,
tuscoss...» e via, e via
a pescian vers Corbetta,
a pescian vers Baregg,
Sedrian, vers Tesin
e dree-via (on trattin
trenta mia!) a paregg
che vivee! che missolta!
(e la nebbia! e la molta!)
on mes’cioss, on bodegg
in ombria... e se va,
e se va... e la sira
intrattanta, la sira
che ven foeura de cà,
che s’invia e col sò
smorziroeu la ven giò,
per incoeu, a requià
trebuleri, a quattà
miseri... e la nott poeu
che la gattona foeu
con la pattonna!... e va
che te va... dove vemm?
a Tesin? a patremm?
dove semm?... giò de là...
(vers Milan? vers Baregg?)
... giò de là... che scuroeu!
Gesù-dio! o fioeu,
degh on oeucc! a paregg
(dove sont?) on vivee...
baracchee... cioccatee...
(fegh a ment!) on bodegg
in ombria... dessèdet,
sù descàntet!... lingera,
tosann e banch de fera!
Gamba-de-legn... te vèdet,
ghe semm denter! tramm negher,
gent sora gent, alegher!
l’è el dì di Mort... dessèdet!
Torni de la Bullona,
torni di Cimiteri,
in mezz a on someneri
de vasco che slandronna,
de trionfa... «La vita,
– passa on carell – La vita
sciori!»... che se dondonna,
che giubbiana e che baja.
Là di part del Rondò
–  fèrmet on bott – là giò,
sèntela la loccaja
che la ghe va su bella!
«Cadorna per le feste
l’à scritto alla Regina:
– la voeur vedè Trieste?
gh’el mandi in cartolina! –
Bim, bom, bom
Al rombo del canon!»
a rosc e a brigadella
sotta la nivolaja
umeda, pien de vin,
cànten su la bassora,
cànten a scarpa-gora...
«... e m’ànno destinato
al sesto fanteria
per essere mandato
alla macelleria!...
Bim, bom, bom,
al rombo del canon!»
A pos al Sempionin,
vàrdela là la faccia
del sô che la se quaccia
sotta al so prepontin
de nivol... sotta ai dobbi!
– tosann, andemm a nana
sotta i covert de lana! –
Sbarlusa sora ai stobbi...
(di part della Bullona
gamba-de-legn che sona!)
... sbarlusa in mezz ai pobbi
del stradon de Musocch
dree-terra ona rianna
de foeugh... là... che sanguanna!
«... ma el general Cadorna
el magna, el bev, el dorma
bim, bom, bom
al rombo del canon!»
... canzon che riva a tocch
e boccon e slontanna
di part de là... rianna
de sang che a pocch a pocch,
gott a gott, sui camin,
sui copp di lavoreri
de guerra – semineri
de sced, de magazzin,
de campat – gott a gott
la còla sang a sfott
l’asnin caga-zecchin
dell’ingeniee Titola-
Babeo ch’el fa grassa,
sotta quella faciassa
(e gotta sang, e còla sang)
sotta alla faciassa
del sô...
«bim, bom, bom
al rombo del canon»
... che la se sbassa,
rossa come ona polla,
su quij che se morisna
là... ch’àn finii la guerra
e se dio voeur, sott-terra,
in màser... (e carisna,
e scender...) – che fameja! –
dormen sotta ona preja!
(... e scendera, e carisna!)
Pàssen i tramm, scampànen!
Molla Tanoeu...! brisaola,
scisger e tempia e a tavola!
Canten e se slontànen
– scolta – i compaa del Zio...
L’è el dì di Mort e dio!
L’è el dì di Mort e àmen!
Torno da viale Certosa, torno dai Cimiteri in mezzo ad un semenzaio di avvinazzati che vociano, di festaioli che cantano e che scherzano in santa pace a braccetto della ragazza. È il dí dei Morti, allegri! Sotto le pergole si balla, si ride e si tracanna; passano i tram neri di quelli che tornano a casa per mangiare e sbevazzare: ceci e tempia... allegri figlioli, che siamo fottuti! I nostri fantaccini a furia di intontirli, di prenderli per il culo, di mandarli a prender botte hanno gettato la divisa, scalciano a salti di culo, scappano, questi sacrati, hanno mollato, mi dicono, buttan le armi, se la svignano da tutte le parti, lo Zio ce lo ha schiaffato nel deretano lungo quattro spanne e stabile, è il giorno dei Morti e dio! Passano i tram neri gente su gente... teppa... ragazze e bancarelle da fiera!... «Oh le belle corone!» Allegri! «Oh i bei lumini!» «Oh i pizzi, le belle tende, oh i pizzi!» È il di dei Morti!... allegri!... e via, con questa accozzaglia di giovinastri che a brigatelle cantano spavaldamente: «O macchinista, | ferma il diretto | perché al distretto | me tocca andà...» – questa è buona! ascolta: «stacca la macchina | ferma il diretto | che son costretto | d’andà a soldà!»... a furia di batoste tiriamo innanzi... «Caldarroste!» ... e giú verso porta Volta e via con questa baraonda di barcollanti ubriachi... Lo vedi? non ci restano piú che i nostri quattro stracci, l’eredità è sfumata, siamo in bolletta in strada; torniamo a fare il pagliaccio! Comincia adagio... adagio... a venir sera... e là... – cantano ancora, ascolta – «... che al mio paese | voglio tornà...» giú verso Milano è quasi buio... rogge e seminati, navigli e cimiteri trasudano adagio, adagio, umido e nebbia... Ottober... cocober... poveri noi! ad una ad una ci abbacchiano le roveri! Oh Gesú, che spogliata di piante! che battuta lassú!... Ottober... cocober! ... Torinesi giolittiani, milanesi socialisti, coraggio, rallegratevi! Austriacanti di San Damiano, allargate il cuore, son qui... tornano i tedeschi... sono qui... arrivano quei cari patàni, quei cari baffoni, quei poco di buono! A zonzo, mi aggiro fra i banchi della fiera, e penso alle nostre miserie... rogne, sfortuna e generali da pipa!... e quel giorno... «Caldarroste!... Caldarroste!...»... e quel giorno vedo... (Madonna! due? tre settimane ancora?...)... che in piazza o forse lí dal Brioschi: «Hai sentito?... – mi diranno – ... hai sentito?... arrivano... ci siamo... son qui... cedono dalle parti di Brescia, arrivano...sono a Vestone! da Desenzano, Gardone scappano... caro il mio Tessa siamo fritti!...» ed io, d’un balzo, fuori!... lí davanti al Campari... c’è ressa... zeppa la Galleria... gente che si urta... due che gridano...  «A calci  in  culo   andiamo   avanti!...  Oramai  ci  hanno sfottuti!» «Non bisogna cedere!»... gente che brontola... gente che aizza sotto sotto... che ribolle e che urla. Balordi, ruffiani, teppisti, finocchioni, eccola la feccia che è sbucata dalle bettole, fuori in  piazza!  Fannulloni,  svaniti,  marmaglia fuori a festeggiare lo Zio! «Silenzio!» «Basta!... Basta!...» Sentila la teppaglia che si scatena!...  «... Mio  ehi  Maio!...  spiàccicalo!  piantala,  sciocco!» «Ma silenzio... per Dio!» «Zitti!» Dagli ammezzati ad una finestra leggono il Bollettino «... a destra del Brenta, incendiati i depositi,   in   dura   lotta   nella   pianura,   ci   siamo   ripiegati...»   «Lo senti?... ripiegati!» «Silenzio!» «Va’ al diavolo! faccia di culo di cane da caccia!» «... coi reparti alleati...» «... buoni quelli!» «Ma tralasci i suoi commenti e lasci terminare!» «... e schierati combattendo fra Po ed Adige, sul Mincio, secondo i piani...» (Accidenti!   ecco   dove  sono   già!   sul  Mincio...   proprio)   «abbiamo...» «Che cosa ha detto? abbiamo... e poi? non si capisce!» «Ha detto – evacuato! –» «Cosa?» «Mah!» «ad occidente... abbiamo nettamente   respinto...»   «Evacuato   piuttosto!»   «...   in   nostre   mani...» «Tutte frottole!» «... aeroplani...» «Ci vuol altro!» «... firmato Cadorna!» «Bollettone! va’ a nasconderti brutto malanno e non cacciarne piú di trottole!» «Si sente già il cannone fuori dai dazi!» «Lei, non si vergogna, Lei?» «Di che cosa? c’è il cannone, proprio c’è il cannone che si sente!» «Allarmista!» «Napoli!» «Disfattista!» «Va’ al tuo paese scocciatore!... aria!» «Lei, Lei, venga con me, Lei!» «Io, con lei? È il padrone del vapore lei? ma sentilo, vuol mettermi dentro, vuol mettermi!... ma chi è lei? chi è?» «Lascialo   andare»   «Napoli!»   «Rinnegato!»   «È   uno   del Comitato!» «Dàlli a quel rospo!... andiamo, andiamo... ohi!» «Lascialo andare!» «Giú! pesta giù!» «Italiani senza patria! a domani!» «Domani, sí... aspetta bue!» «Lobbia!» «va’ al tuo paese, o cristo di un milanese arioso! va’ a dire ai tuoi che hanno sbagliato fin dal primo bottone, tirano avanti la guerra per accopparci, buttarci a terra, eccola la ragione!» «Mascambroni, è ora di finirla!» «In malora ci han ridotti!...» «Rivoluzione, sú!... sú!... Rivoluzione!» «Avanti, o popolo, alla riscossa! | Bandiera rossa, bandiera rossa!»... Signore! Signore!... sfortuna, rogne, disgrazie e generali da pipa, andiamo a tocchi e bocconi!... Rivoluzione... guardate!... o Signore non abbandonate quelli che son soli... «Bandiera rossa la s’innalzerà | Bandiera rossa della libertà!» Canzone di guerra della trista guerra, sú! sú bandiera rossa del tempo di fiera! Anarchici, socialisti, sú che ci siamo... è ora! sbraitate, sgolatevi, forza! lustratevi la vista, allargatevi il cuore, ci siamo! E mentre che giorno per giorno, giù, giorno per giorno, di ora in ora, andremo giú, giú, a poco a poco tutti in un mucchio a tocchi e bocconi, alla malora,  che sulla Madonnina «Bandiera rossa...» lassú,.. «... la s’innalzerà!» e che faranno scempio per le case, per le strade, per le piazze... «... hanno accoppato l’Albertini, stamattina, viva noi... l’hanno buttato a terra, pugni, calci... “l’hai voluta la guerra, porco   giuda!...”   giú,   sassate...   gli   hanno   tatto   fare   la   morte   del Prina!» intanto che si accoppa e si canta, ecco... comincerà per Milano la passata delle lepri... una confusione, una mescolanza, mucchi di stracci, gente atterrita, senza nulla e che in fuga «... i croati... i croati...!» vanno a sbatter le loro ossa su una strada! Contadini che hanno lasciato là... terra, vacca, maiali e si trascinano... «Madonna, non ne posso piú»... carichi come muli, coi ragazzi e la donna «O Tanino, qui... andiamo...» e soldati e soldati in colonna triste, in colonna grigia... «... taglia la corda, scappa, facciamo lega... bandiera rossa... sú!» e il cannone che brontola, il cannone   che   ringhia   nella   nebbia...  Ascolta!   verso   Melegnano giuocano alle bocce collo Zio, arrivano questa volta e addio!... vengono su da Dresano, passano da Mediglia, Colturano, San Donato, passano l’Adda a Cassano, salta il ponte di Paderno, bruciano stabilimenti, case, gente che urla gente che si pigia... e l’inverno, la nebbia, presto... presto... aeroplani che volano, bombe che scoppiano! un inferno! presto... presto... scappiamo! È mio padre che balla per casa... «... ma cosa ti manca ancora? andiamo o restiamo?» «Senio, qua, dammi le cinghie, guardale là... non c’è piú nulla da metter dentro?» «... presto, andiamo, chiudi... dove vai, Clara!... la macchinetta dello spirito? aspetta, aspetta eccola qua, che cosa hai da metter dentro ancora? questi?...» «... non seccare, lascia stare, se devi andare alla Banca, va’, prendi tempo, va’ alla Banca piuttosto, va’ – è puranco asfissiante quell’uomo!» Là alle cassette di sicurezza ci sono tutti... si accalcano agli sportelli dal Signor Cerutti... «Firma, sú dammi questo libretto... la chiavetta... apri...» e fuori... titoli al cinque per cento, cartelle, posate d’argento, rendita al tre e mezzo... e impacchetta, lega... «... e quelli della Lina? quelli della zia Angelina? e quelli dell’Erminietta? (ho la cassetta piena della roba degli altri...) che cosa ne faccio? ci vuol altro che questa valigetta!... qua... qua... quelli della zia, tutto quanto...» e via, e via a piedi, verso Corbetta, a piedi verso Bareggio, Sedriano, verso Ticino e in strada (una bazzecola, trenta miglia!) a fianco che folla! che calca! (e la nebbia! ed il fango!) una confusione, un subbuglio nell’ombra... e si va, e si va... e la sera frattanto, la sera che esce di casa, che si avvia e col suo spegnitoio scende, per oggi, a dar requie alle tribolazioni, a coprir miserie...   e   la   notte   poi   che   gatton   gattoni   vien   fuori   col   suo coltrone!... e va che si va... dove andiamo? a Ticino? alla malora? dove siamo?... giú di là ... (verso Milano? verso Bareggio?)... giú di là... che scurolo! Gesú-dio! ragazzi, guardate! al mio lato (dove sono?) una folla... scioperati... avvinazzati... (badate) un tramestio nell’oscurità... svégliati, sú disincàntati!... teppa, ragazze e bancarelle da fiera!   Gamba di legno... lo vedi,  ci siam dentro! tram neri, gente su gente, allegri! è il dí dei Morti... svégliati! Torno dalla Bullona, torno dai Cimiteri, in mezzo ad un pigío di gradassi che vagabondano, di teppisti... «La vita, – passa un carretto – la vita signori!»... che si ciondolano, che scherzano e che schiamazzano! Là dalle parti del Rondò – férmati un momento – la giú, sentila la teppaglia che se la gode! «Cadorna per le feste | ha scritto alla Regina: | – vuole veder Trieste? | gliela mando in cartolina! – | Bim, bom, bom | Al rombo del cannon!» A crocchi e a brigatelle sotto la nuvolaglia umida, pieni di vino, cantano sull’imbrunire, cantano a squarciagola... «... E m’hanno destinato | al sesto fanteria  |   per   essere   mandato   |   alla   macelleria!   ...   |   Bim,   bom, bom, | Al rombo del cannon!» Dietro al Sempioncino eccola là la faccia del sole che si accovaccia sotto la sua trapunta di nuvole...sotto le coltri! – ragazze andiamo a nanna sotto le coperte di lana! – Lampeggia sopra le stoppie... (dalle parti della Bullona gamba di legno   che scampana!)... lampeggia fra mezzo ai pioppi dello stradone di Musocco, terra terra, una stroscia di fuoco... là... che sanguina! «ma il general Cadorna | mangia, beve e dorme | bim, bom, bom | al rombo del cannon!» Canzone che arriva a brandelli e si allontana laggiú... stroscia di sangue che a poco a poco, a goccia   a   goccia,   sui   camini,   sulle   tegole   degli   stabilimenti   di guerra – formicaio di sheds, di magazzini, di campate – goccia a goccia cola sangue a sfottere l’asinello cacazecchini dell’ingegnere Titola Babeo che si ingrassa, sotto quella facciona (e goccia sangue, e cola sangue) sotto quella facciona del sole... «bim bom bom al rombo del cannon»... che si abbassa, rossa come un tacchino, sopra quelli che marciscono là... che hanno finito la guerra e, se Dio vuole, sotto terra, a macero... (e fuliggine e cenere...) – che   famiglia!   –   dormono   sotto   una   pietra!   (...   e   cenere   e fuliggine!) Passano i tram, scampanano! Tira via Tanino...! bresàola,  ceci con   tempia,  e a  tavola!   Cantano   e  si  allontanano   – ascolta – i compari dello Zio. È il dí  dei Morti e addio! È il dí  dei Morti e amen!
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