L’Efficienza energetica non è la cosa più importante: intervista a Sasso di INBAR

Creato il 18 giugno 2015 da Ediltecnicoit @EdiltecnicoIT

Molto interessante il punto di vista sul tema dell’ efficienza energetica in un contesto di bioarchitettura espresso da Giovanni Sasso, Presidente Nazionale di Inbar, Istituto Nazionale di Bioarchitettura: considerare l’ efficienza energetica come fine ultimo della sostenibilità distrae le attenzioni dal vero obiettivo, vale a dire operare nei confronti dell’ecosistema ambientale per migliorare la qualità della vita.

Ho intervistato Giovanni Sasso, ecco cosa mi ha detto.

Si sente parlare spesso di “bioarchitettura”, a volte in termini inesatti. Ma quale potrebbe essere secondo lei una definizione precisa del termine e del concetto?
Bioarchitettura è il termine coniato da mio padre Ugo Sasso al volgere degli anni ’80 per distinguere la nuova visione dalle istanze prevalenti. Infatti se la bioedilizia si impegna sui temi dell’abitare sano (che ha per riferimento l’uomo) e sostenibile (con riferimento all’ambiente, le risorse e l’energia), bioarchitettura constata che ciò non è sufficiente a risolvere l’istanza ecologista.
Dico di più: portare la problematica energetica a principale preoccupazione della sostenibilità è di per sé fuorviante. L’uomo nella sua storia si è sempre dedicato all’efficientamento energetico. L’efficientamento energetico porta alla riduzione dei consumi unitari e produrre di più con meno comporta sempre un aumento dei consumi complessivi. Trasferire la tensione verso l’efficientamento dalla ricerca produttiva alla ricerca ecologica è un inganno, se non se ne comprendono le implicazioni.


È la produzione che richiede efficienza energetica per incrementare sé stessa. Se l’efficientamento energetico di per sé è un bene, occorre spezzare il nesso tra efficientamento unitario e consumo complessivo. Citando liberamente un famoso fisico: un problema non può essere risolto sullo stesso livello di pensiero che lo ha generato. Trattandosi di un problema di quantità, occorre affrontarlo sul livello superiore della qualità.

La tecnologia di per sé è neutra. È l’uomo infatti che con le sue scelte attua un comportamento ecologico o meno. Diventa allora imprescindibile agire sull’uomo per ottenere sostenibilità. Il comportamento dell’uomo deriva dalle relazioni che esso instaura con l’intorno.
Per quanto riguarda l’ambiente antropico, argomento centrale della bioarchitettura, è quindi essenziale che l’intorno stabilisca delle relazioni corrette con l’uomo, che lo faccia sentire bene, a casa, in modo che l’uomo sentendo il legame con il territorio se ne curi, lo mantenga e tuteli attraverso propri comportamenti ecologicamente corretti.

Su cosa si basa il territorio? Sulle relazioni tra le parti, molto più che sull’essenza di ogni parte costitutiva. Tornando alla definizione del significato di “bioarchitettura”: è operare nei confronti dell’ecosistema ambientale al fine del miglioramento della qualità della vita attuale e futura, attraverso l’attenzione alla compatibilità con la vita, alle tematiche ambientali e ai rapporti relazionali tra le parti, capaci di attuare una visione olistica del territorio e della qualità architettonica.

Questa é la grande “novità” e la differenza rispetto alle altre esperienze, è la via italiana alla Bioarchitettura. Sono la storia millenaria, la cultura umanistica e il tessuto storico con cui dobbiamo quotidianamente confrontarci che ci invitano a mettere al centro l’Uomo e le relazioni, nella visione olistica che come migliore contributo possiamo portare al mondo.

Nel manifesto on line di InBar il primo punto è “gestione oculata delle risorse”: la bioarchitettura si scontra per forza di cose con questa esigenza. Che ruolo svolge Inbar in questo senso e per i professionisti?
Da sempre facciamo formazione sulla gestione delle risorse, quando ancora il cappotto termico e pompa di calore erano argomenti per pochi utopisti. Oggi il tema è sulla bocca di tutti ma le problematiche non sono cambiate, proprio perchè la strada dell’efficienza energetica da sola non porta da nessuna parte se non è accompagnata dalla conoscenza della complessità delle problematiche della fisica dell’edificio ed ambientali. Il tema non è solo quello della casa e del condominio, ma del territorio come insieme organico di produzione e consumo di risorse.

I nostri corsi, i viaggi di bioarchitettura ed i convegni servono a formare e sensibilizzare tecnici ed amministrazioni sull’argomento, trasmettendo il senso dell’attenzione con cui il tema va affrontato.

In molti puntano sul legno come materiale principe dell’edilizia e dell’architettura sostenibili. Gli esempi a cui si fa riferimento sono i paesi del nord Europa, o anche del nord Italia, dove tra l’altro sono sorte le realtà aziendali migliori. Nel resto del nostro paese, il legno (strutturale) non sta prendendo piede. Mi piacerebbe parlare con lei anche di altri materiali per la bioarchitettura, come per esempio, la paglia, la canapa e i “biomattoni”, che in Italia hanno già trovato uno spazio produttivo, anche se piccolo. Ma che futuro possono avere questi materiali nel mondo della bioedilizia?
Ritengo che il mondo dell’edilizia sia loro. Questo non avverrà solo grazie al mondo ecologico: anche a causa del rincaro dell’energia. Allora sempre di più quei materiali che consumano poco e si impiegano bene entreranno nel mercato. Un secondo motivo è legato all’essenza stessa dell’edilizia, settore molto statico e restìo ai cambiamenti. Oggi legno, paglia e altri materiali sono usati spesso secondo tecniche costruttive derivate da esperienze pregresse e non del tutto appropriate ai nuovi materiali. Le realizzazioni già ci sono e vanno studiate. La filiera produttiva va aggiornata. Una volta pagato il costo della prima sperimentazione e del passaggio tecnologico, l’edilizia si assesterà sui nuovi e più efficienti materiali naturali.

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Una delle prospettive che si auspica vengano seguite in relazione all’edilizia scolastica è quella della riqualificazione degli edifici alla luce delle novità provenienti proprio dal settore della bioarchitettura. Come Inbar, insieme a Legambiente avete da poco presentato un protocollo d’intervento. Quali sono i suoi principali contenuti?
Tutti parlano di bioarchitettura e sostenibilità e la riprova della strada ancora da fare sta nel contenuto di tanti bandi pubblici, nei quali il punteggio è per lo più assegnato ad efficienza energetica, tempi di costruzione e poco altro. Vogliamo con quest’iniziativa portare un contributo e rilanciare il tema. Se non si sta attenti l’efficienza energetica si traduce il più delle volte in pochi centimetri in più di polistirene. Occorre mantenere, proprio nella casa in cui si formano le future generazioni, una visione più completa. Proponiamo quindi uno strumento di valutazione flessibile per il progettista con cui misurare la qualità ambientale del progetto, spaziando dalla qualità indoor alle risorse, alla tecnologia, al contesto fisico e sociale.

Quest’anno ricorre il 25° anniversario di Inbar. Cosa avete fatto e farete per diffondere il verbo della bioarchitettura?
Abbiamo realizzato iniziative di rinforzo dell’immagine di Inbar. Posso citare il restyling del logo per renderlo più leggibile e riportare la ricorrenza in tutte le comunicazioni ufficiali. Abbiamo preparato una campagna di comunicazione e organizzato un incontro nazionale rivolto ai soci in cui fare il punto della situazione e fare formazione sui risvolti della bioarchitettura nella storia dell’urbanistica. Stiamo tessendo una rete di relazioni e rapporti istituzionali, con la stesura di protocolli dal livello nazionale a quello locale, per scambiare conoscenze, fare rete e lavorare in sinergia con altre associazioni al fine di rafforzare la visibilità delle istanze ecologiche.

www.bioarchitettura.it


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