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L’eredità di Mario Draghi

Creato il 25 ottobre 2019 da Keynesblog @keynesblog

L’eredità di Mario Draghi

L’Unione ha dimostrato, negli anni più recenti, una sorprendente capacità di auto-riformarsi. E l’indiscusso protagonista di questi cambiamenti è stato Mario Draghi

di Guglielmo Forges Davanzati

La nota di accompagnamento al documento di Economia e Finanza (la cosiddetta NADEF) è stata definita da alcuni commentatori “ecumenica”, dal momento che, nei limiti delle risorse disponibili e di quelle aggiuntive derivanti dalla maggiore ‘flessibilità’ sul deficit che verrà presumibilmente accordata dalla commissione europea, si propone di accontentare piccole imprese, partite IVA, lavoratori dipendenti, in mancanza – si osserva – di una visione strategica e di lungo periodo sul modello di sviluppo dell’economia italiana. L’intera manovra, in effetti, si basa sul tentativo di riportare l’economia italiana su un sentiero di crescita (previsto per un modesto 0,3%) attraverso il solo blocco delle clausole di salvaguardia, ovvero attraverso interventi finalizzati a impedire l’aumento dell’IVA.

Si tratta di una valutazione per certi aspetti ingenerosa: il Governo Conte 2 si trova a gestire un’eredità difficile, soprattutto nei rapporti con l’Europa, deteriorati dal lungo (e sostanzialmente fallimentare) braccio di ferro che il precedente Governo, a trazione leghista, ha intrapreso con le Istituzioni europee. Nessuno può avere dubbi in merito al fatto che, per come è stata disegnata, l’Unione monetaria europea è indifendibile: produce crescenti divergenze regionali – si pensi ai divari dei tassi di crescita fra Paesi periferici e Paesi centrali del continente – tassi di disoccupazione elevati e crescenti – soprattutto relativi alla disoccupazione giovanile – fallimenti di imprese, elevate diseguaglianze distributive.

L’assenza di una politica fiscale comune e la sua fondazione neo-mercantilista (ovvero la convinzione che si possa crescere solo esportando) costituiscono le cause del sostanziale fallimento del progetto europeo, almeno nella versione ‘solidaristica’ immaginata dal Manifesto di Ventotene.

Ciò detto, è anche vero che l’Unione ha dimostrato, negli anni più recenti, una sorprendente capacità di auto-riformarsi. Ci si riferisce a due episodi, in particolare: la dichiarazione di Mario Draghi del luglio 2012, preludio del quantitative easing, ovvero di politiche monetarie fortemente espansive finalizzate a ridurre il rapporto debito/Pil dei Paesi più indebitati dell’Unione (anche mediante l’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea) e la recente dichiarazione dello stesso Mario Draghi relativa all’inefficacia delle politiche monetarie per generare crescita.

Si tratta – nel primo come nel secondo caso – di dichiarazioni di portata storica, comunque le si voglia valutare. La seconda dichiarazione – quella più recente – è teoricamente e politicamente una novità assoluta se pronunciata da un governatore di una banca centrale e lascia ben sperare, a condizione che il successore di Draghi, la signora Lagarde, ne condivida i contenuti.

In sostanza, Draghi ha provato a far capire ai più intransigenti sostenitori delle politiche di austerità che

1. In una fase recessiva del ciclo economico, occorre uno stimolo fiscale da parte dei Governi, con maggiore spesa pubblica. Si consideri che la recessione europea segue a un periodo di relativa crescita, a partire dal 2015, ma nel quale la crescita dell’Eurozona è stata comunque inferiore alla metà della media OCSE;

2. La BCE ha fatto il possibile e, se le si chiede di più, potrebbe spingersi fino all’ipotesi estrema della “moneta-elicottero”, ovvero dell’attuazione di politiche monetarie ancora più espansive che facciano arrivare moneta dalla Banca centrale direttamente a imprese e consumatori. Alcuni commentatori la hanno definita il quantitavive easing for the people (ovvero trasferimento senza intermediazioni di moneta dalla Banca centrale ai cittadini e imprese residenti nell’Eurozona). In ogni caso, la recente decisione della BCE di rilanciare il quantitative easing senza predeterminarne la scadenza pare stia avendo risultati positivi, almeno nel breve temine, sull’andamento dello spread.

Quest’ultimo punto è rilevante per la ripresa dei consumi e degli investimenti, soprattutto nel caso italiano. Come scriveva una grande economista di inizi Novecento, Joan Robinson, la “finanza segue” l’economia reale, per dire che in fasi recessive sia l’offerta di prestiti sia la domanda di credito da parte di imprese e consumatori declina. Ed è quanto sta succedendo, come ampiamente documentato da Banca d’Italia: si pensi alla difficoltà per gran parte dei cittadini italiani di accedere a mutui. Detto diversamente, l’offerta di credito da parte delle banche è pro-ciclica: aumenta nelle fasi espansive, si riduce nelle fasi recessive. In più, almeno nel caso italiano, nelle fasi recessive è soprattutto la domanda di credito da parte delle imprese a ridursi, per effetto del peggioramento delle aspettative. E, quando sia la domanda sia l’offerta di prestiti bancari si riducono, si attiva una spirale viziosa che si autoalimenta, fatta di riduzione di prestiti, riduzione degli investimenti, calo della domanda aggregata, calo dei profitti, aumento delle insolvenze e, a seguire, ulteriore restrizione del credito.

E’ chiaro – ed è questo il messaggio lanciato da Draghi nella sua ultima dichiarazione come Governatore della BCE – che per bloccare questa spirale occorrono interventi esterni, da parte della BCE o, ancor meglio, da parte dei Governi con aumenti di spesa pubblica. Un aumento della spesa pubblica, infatti, accrescendo la domanda interna, avrebbe come effetti un aumento delle vendite e dei profitti per le tante imprese italiane che operano sul mercato interno (soprattutto imprese meridionali). La conseguente crescita dei loro profitti le renderebbe più solvibili nei confronti del settore bancario, invertendo la spirale viziosa in atto.

Il monito di Draghi – immediatamente oggetto di critiche nel Board della Banca centrale europea – fa implicitamente riferimento non solo all’inefficacia della politica monetaria, ma anche all’incepparsi dei tradizionali meccanismi di trasmissione della stessa: le iniezioni di liquidità da parte della BCE, infatti, si traducono in larga misura in crescita delle attività speculative da parte degli Istituti di credito. Un provvedimento in vigore dagli anni Trenta agli anni Novanta (il Glass-Steagall Act, abolito dall’amministrazione Clinton nel novembre del 1999) evitava questo effetto, introducendo la distinzione fra attività bancaria tradizionale e attività bancaria speculativa. La completa deregolamentazione dei mercati finanziari negli ultimi decenni ha contribuito, per contro, ad accentuare il problema dell’inefficacia delle politiche monetarie. E la BCE a guida Draghi ci ricorda ora che è probabilmente arrivato il momento di voltare pagina, tornando a misure di regolamentazione che tutto sommato hanno prodotto risultati migliori rispetto a quelle di deregolamentazione.

Da “Nuovo Quotidiano di Puglia”, 16 ottobre 2019.


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