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L’ergastolo ostativo, 10 ottobre 2019

Creato il 11 ottobre 2019 da Paolo Ferrario @PFerrario

Gli ergastolani che non possono accedere ai benefici perché non hanno mai voluto collaborare con la giustizia e hanno di conseguenza il cosiddetto ergastolo ostativo sono quasi due terzi di chi è stato condannato al carcere a vita.
Su 1796 ergastolani, i detenuti con l'ostativo che impedisce permessi premio e pene alternative come i domiciliari e la libertà condizionata, sono 955, secondo dati del Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Quasi cinque anni fa, a gennaio 2015, erano 855. Di questi 955, secondo i dati più recenti e disponibili, i boss mafiosi con ergastolo ostativo e pure al 41 bis, sono 251 su oltre 700 complessivi sottoposti al regime del carcere duro.
Fra loro, capi storici e stragisti di Cosa nostra come il cognato di Totò Riina, Leoluca Bagarella, il capomafia di Catania Nitto Santapaola, Giuseppe Graviano, Piddu Madonia. Hanno anche l'ergastolo ostativo camorristi del calibro di Raffaele Cutolo (da oltre 25 anni in isolamento), Francesco Schiavone detto Sandokan, Michele Zagaria e Giuseppe Setola. Fra i 955 ergastolani con l'ostativo ci sono pure boss della 'ndrangheta calabrese come Domenico e Pasquale Condello, Rocco Pesce, Antonino Imerti e così via.
Dei detenuti che non possono accedere ad alcun beneficio fanno parte anche molti del cosiddetto circuito di alta sicurezza "As1", cioè condannati per associazione mafiosa, che sono stati al 41 bis, a cui non è stato prorogato il carcere duro ma che sono considerati ancora boss pericolosi se dovessero poter comunicare con l'esterno. A ottobre 2019, secondo dati Dap, sono 163.
Rimanendo nell'ambito degli ergastolani con l'ostativo, condannati per aver fatto parte della criminalità organizzata ma che sono scesi, per così dire, nella scala della pericolosità, sono in 442 coloro che si trovano nel circuito alta sicurezza denominato "AS3".
Invece, i detenuti con l'ergastolo ostativo condannati per eversione e terrorismo sono 17 e sono nel circuito denominato "AS2". Fra loro c'è Nadia Desdemona Lioce, delle Nuove Brigate Rosse, coinvolta negli omicidi di Massimo D'Antona e Marco Biagi.
L'ergastolo ostativo fu concepito proprio per dare una possibilità di scelta ai boss mafiosi - la stragrande maggioranza di questo tipo di popolazione di detenuti - di subire le conseguenze di restare fedeli a Cosa Nostra o di collaborare con lo Stato, come ha ricordato anche l'ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ed ex giudice a latere del maxiprocesso di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non a caso, come hanno raccontato diversi magistrati nei giorni scorsi al Fatto Quotidiano, dall'approdo del maxiprocesso in Cassazione in poi, anche con il famoso "papello" allo Stato di Totò Riina, il chiodo fisso di Cosa Nostra è stato quello di ottenere l'abolizione dell'ergastolo ostativo per poter sperare nei benefici e quindi evitare di morire in carcere. O peggio ancora per evitare che sempre più boss abbiano la "tentazione" di diventare pentiti.

Uno dei peggiori servizi che i giornalisti possano rendere alla loro professione, al dibattito pubblico, all'equilibrio di questo sciagurato paese, è di indugiare e insistere nelle interviste ai parenti delle vittime, ogni volta che si ponga una questione sui colpevoli delle loro disgrazie. È successo anche ieri, dopo la sentenza della Corte europea sull'ergastolo ostativo (niente affatto abolito, peraltro), e pochi giorni prima sull'ipotesi della liberazione di Brusca, e ogni volta così, di modo che i parenti delle vittime dicano tutta la loro ripugnanza per il funzionamento della giustizia. Intendiamoci: hanno il diritto alla ripugnanza, alla rabbia e alla protesta, e il dolore va rispettato in silenzio, ma non è sul loro giudizio che si scandiscono i passi dei tribunali. Lo Stato, su concessione dei cittadini, amministra pubblicamente la giustizia proprio per sottrarla alla faida o anche solo all'emotività della giustizia privata. Se tutto questo vi sembra vago, vaporoso, dovete sapere della lezione che ci impartisce una donna meravigliosa e commovente, Gemma Capra, moglie del commissario Luigi Calabresi ucciso a Milano nel 1972. Il figlio Mario (ex direttore di questo giornale) nel suo ultimo libro ( La mattina dopo) racconta di quando furono chiamati a dare parere sulla concessione della grazia a Ovidio Bompressi, condannato per l'omicidio. E Gemma si rifiutò: non siamo nel medioevo, disse, non può decidere una famiglia se uno debba restare o no in carcere, la giustizia non è un affare privato: decida lo Stato e ne sia responsabile. Finché ci sono donne così, siamo ancora salvi.

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