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L’estate del cane bambino, di M. Pistacchio e L. Toffanello

Creato il 11 dicembre 2018 da Diletti Riletti @DilettieRiletti

Tutti abbiamo sogni inutili, inutili perché irrealizzabili, e comunque tenuti in caldo con tenera ostinazione; e forse uno dei sogni più frequenti e più inutili è il desiderio di tornare indietro nel tempo, maneggiare il passato modificandolo a nostro piacimento. Tornare indietro con le esperienze acquisite, con altro senno e capacità.

Ma il passato non è materia che si lasci modellare, e ai piedi di questo muro desideri e sogni si arenano.

A meno che.

A meno che un giorno un avvenimento non riporti alla luce il passato, e permetta -se non di modificarlo- quanto meno di coglierlo e forse anche di riparare, in qualche modo, al male fatto e subìto.

La voce narrante de L’estate del cane bambino è Vittorio, un capitano dei carabinieri, che si dipinge fin dalle prime righe, uomo distaccato, solitario, che neanche sa più di avere quel sogno, neanche ci spera. E invece riceve

una pagina di quaderno mangiata dal tempo. Sopra non c’è scritto niente, non una riga, non una parola. La carta è fragile, i quadretti sono stinti. Il muro al margine del foglio, il giardino abbandonato, il sole che scende, le ombre che si allungano, la breccia aperta dal tempo, abbastanza larga perché qualcuno riesca a passarci.

Eccola, la breccia che trasporta Vittorio e noi in un’estate del 1961, anno dell’esordio di Sandro Mazzola in serie A, anno in cui la luminosa estate di sei ragazzini precipita in un buio infinito.

Vittorio, Michele, Ercole, Stalino, Menego -tra i dodici e i quattordici anni- guardano l’estate e l’estate appare loro infinita, ricca di promesse ed emozioni. Anche di piccole seccature, è vero: Brondolo è un paesino della provincia veneta vicino Chioggia, bisogna dare una mano ai genitori nei campi, fare delle consegne, Ercole deve badare al fratello piccolo Narciso, una vera palla al piede. Ma sono dettagli che non possono scalfire la gioia di tre mesi lontano da scuola, da passare con gli amici, le prime sigarette, le ragazze da spiare, le radiocronache strillate da chi si crede Sandro Ciotti durante partite di calcio senza fine, dove un terreno incolto vicino al delta del Brenta si trasforma nello stadio di San Siro.

Giorni tranquilli in un tranquillo paesino, dove tutti sanno tutto di chiunque, o credono di sapere. O fanno finta di non sapere, con buona pace di tutti. Così dev’essere e così sarà.

A meno che. 

A meno che un giorno non sparisca un bambino, e quel bambino è Narciso, il fratellino di Ercole, insopportabile e amato. Scomparso. Lo si cerca ovunque, non lo si troverà. Al suo posto, come nella leggenda di nonno Cestilio, appare un cane nero e gentile, che i ragazzi adottano con naturalezza, convinti che sia la reincarnazione di Narciso, perché è il momento magico della vita in cui si crede alle estati senza fine, all’amicizia e alle leggende

e se qualcuno ci avesse detto che non era possibile che un bambino si trasformasse in cane, ci saremmo stretti nelle spalle, infischiandocene.

Scomparso Narciso, scompare la quiete, quello che fino a quel momento si sussurrava è urlato, offese e accuse diventano frecce scagliate alla cieca. Il gruppo dei ragazzini è scosso, accusato e infine diviso senza che nessuno degli amici ne comprenda davvero la ragione: sono i grandi che decidono per loro, e la ribellione non è prevista, o è considerata pazzia. Tutto finisce: l’estate, l’amicizia, l’adolescenza. Per alcuni la vita. Non si torna indietro.

A meno che.

A meno che il passato non decida di lasciarsi cambiare.

In questo senso L’estate del cane bambino è un noir che ha un finale, se non lieto, almeno positivo: molti anni dopo la scomparsa di Narciso, gli amici si ritrovano, i nodi sono sciolti, una luce permette di vedere e capire ciò che prima sfuggiva -sia per la giovane età dei protagonisti, sia per lo stagno di ipocrisia in cui il paesino di Brondolo sprofonda- e, se non di fare giustizia, di comporre un puzzle che nessuno all’epoca aveva interesse o desiderio di vedere.


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