L’inazione USA nella crisi dell’eurozona.

Creato il 06 dicembre 2011 da Basil7

di Beniamino Franceschini

Christine Lagarde, Timothy Geithner e Nicolas Sarkozy. | © AP

La decisione di S&P’s di porre sotto osservazione quindici Paesi dell’eurozona e il rating del fondo salva-Stati (Efsf) ha avuto per effetti sia la sollevazione dei governi interessati, sia qualche sussulto sulle borse europee e asiatiche. Negli Stati Uniti non mancano in queste settimane spunti critici e preoccupati, con gli analisti divisi, soprattutto, tra chi consiglia all’Europa di prendere in considerazione misure per un disfacimento morbido dell’unione monetaria e chi, invece, confida nella sua tenuta: in entrambi gli schieramenti (molto flessibili) prevale, comunque, il senso che Washington debba restare quanto più possibile fuori dalla vicenda.

Tra i sostenitori della dissoluzione dell’euro ha avuto successo l’articolo dello svedese Anders Aslund apparso sul sito del Peterson Institute for International Economics: «L’impensabile sta divenendo possibile. Fino a poco tempo fa, il collasso dell’eurozona sembrava solo un’illusione, ma improvvisamente questa possibilità è un chiaro ed evidente pericolo. Se l’area euro deve essere dissolta, si dovrebbe procedere in modo amichevole, lindo, simmetrico e il più rapidamente possibile». Tuttavia, un altro passaggio è stato particolarmente apprezzato, vale a dire i consigli che Aslund propone per facilitare la fine dell’euro ispirandosi alla vicenda della ex Cecoslovacchia: «Il modello ideale per la dissoluzione dell’unione monetaria è la divisione della Cecoslovacchia nel 1993. Fu amichevole e ordinata, rapida e semplice. I membri dell’euro dovrebbero optare per queste caratteristiche. Quando la necessità di sciogliere l’eurozona apparirà inevitabile, tutti gli Stati dovrebbero concordare su una data d’uscita rapida. Non sarà necessario stampare preventivamente le banconote. Presumibilmente alcuni Paesi hanno i vecchi soldi in deposito e possono farli circolare di nuovo. In via alternativa, in un mese o due si potranno stampare nuove banconote in ciascuno Stato, proprio come fecero Cechi e Slovacchi […]».

Secondo i più, tuttavia, progettare un piano di dissoluzione guidata dell’euro è, di fatto, una dissoluzione guidata dell’euro. Per dirla con David Bosco della American University’s School of International Service: «Nessuna istituzione chiave europea, né i maggiori Stati, possono praticamente seguire questo consiglio (riferito ad Aslund). Ogni progetto serio finirebbe per indebolire e accelerare l’esito che tutti sembrano determinati a evitare». Gli USA mantengono alta la tensione sulla necessità di mettere in sicurezza le finanze europee, ma al contempo sono coscienti di non avere la forza sufficiente per agire in sostegno dell’euro. Un intervento del Fondo monetario internazionale vedrebbe il 20% della partecipazione sulle spalle di Stati Uniti e Gran Bretagna: la Federal Reserve non ha né la capacità, né, ancor prima, la volontà di prestare denaro vero all’Europa.
Da parte loro, comunque, gli Stati Uniti ammantano varie ragioni per preferire la pressoché totale inazione: il proprio deficit nazionale, l’economia in stagnazione e l’elevato tasso di disoccupazione. L’opinione pubblica non preme eccessivamente per il salvataggio europeo, chiedendo anzi al governo di occuparsi in modo prioritario delle problematiche interne, e dando così alla politica un pretesto per non affrontare apertamente la questione. La FED non si spingerà oltre gli aiuti già concessi alla BCE: la stessa ipotesi avanzata in novembre riguardo al finanziamento delle sedi europee delle banche statunitensi appare difficilmente percorribile.
A chi richiama l’attenzione sul rischio che cinesi e russi possano trarre vantaggio dall’immobilità di Washington in Europa rispondono Ian Bremmer e David Gordon dell’Eurasia Group, i quali sostengono che la crisi dell’euro sia un aspetto del riordino dei poteri internazionali in un momento che, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, vede l’assenza di attori capaci di modificare sensibilmente l’agenda economica e politica. «Parte di ciò cui stiamo assistendo, – sostiene Gordon, – è un riassetto globale, ma questo cambiamento non è diretto verso un centro alternativo di potere: non volge, anzi, verso alcun centro di potere».
Gli Stati Uniti, pertanto, potrebbero trovare proprio nella percezione che nessun Paese terzo sia in grado di trarre un reale beneficio dalla strumentalizzazione delle difficoltà dell’euro un buon incentivo a non intervenire direttamente, limitandosi a incoraggiare (come sta facendo il segretario Geithner) una modifica dei trattati europei e un maggior coordinamento con Francia e Germania: in sostanza, far capire all’Europa che la crisi possa essere risolta solo dall’interno; Washington osserverà da lontano, più o meno fiduciosamente.

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