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L’(in)ospitalità delle banche: l’odissea del bonifico.

Creato il 26 settembre 2012 da Basil7

di Beniamino Franceschini

da FANPAGE, 11 settembre 2012

Il resoconto di quanto, spesso, sia incomprensibile il sistema bancario, un’ampia regione nella quale i diritti dei cittadini sono subordinati a regolamenti interni o indirizzi prossimi all’arbitrarietà derivante dalla posizione di vantaggio.

Provate a vivere un giorno senza conto bancario: patirete le pene dell’inferno e sconterete le turbe di questa nostra società isterica, psicotica e dominata dalla tecnica burocratica. Io ho passato una mattinata tentando di inviare un bonifico senza disporre di un conto corrente. Il bonifico, teoricamente, può essere realizzato da qualsiasi banca; in realtà, però, non è così. E mi correggano pure cassieri, impiegati, direttori e banchieri: in quattro filiali diverse di quattro differenti istituti in tre città non ci sono riuscito. Sono imbranato io? Può darsi, però vi racconto la mia giornata.

Caso 1 – Arrivato alla banca, trovo un ragazzo piuttosto agitato appoggiato alla porta. Dopo un paio di minuti, gli chiedo se fosse in attesa di entrare. «Sì. – Mi risponde. – L’ingresso è bloccato: hanno subìto varie rapine negli ultimi anni e sono molto prudenti». Brutta storia, penso, deve essere dura lavorare col rischio di circostanze simili. La porta torna attiva. Il ragazzo si fa avanti, ma la voce automatica collegata allo scanner gli chiede di posare gli oggetti metallici e riprovare. Trascorso un po’ di tempo, un impiegato si avvicina. Il ragazzo gli mostra le scarpe previste per la sicurezza sul lavoro. Il bancario è inamovibile: non si passa. Il ragazzo risponde all’altro di essere un cliente e di visitare la filiale almeno due volte il mese sin da giugno. L’impiegato gli chiede di appoggiare al vetro carta d’identità e patente. Eppure non basta: il ragazzo deve togliersi le scarpe ed entrare in banca scalzo. Come in pellegrinaggio. Il cassiere comincia con una sequela di domande: nome, cognome, filiale presso la quale eseguire il versamento, numero di conto, ancora nome della filiale, quindi nuovamente numero di conto, infine, fingendo di non capire, numero di conto, per la terza volta. Il giovane, per risposta, alza il tono: «Secondo te, io sono talmente scemo da versare i soldi a un altro?».
È il mio turno. Sarò breve: non posso fare il bonifico, poiché dovrei registrare una posizione anagrafica, ma il cassiere può inserire i miei dati solo mediante apertura di un conto, magari “a 0 spese”, come nel dépliant. «Troverò un altro modo per pagare. Grazie e arrivederci».

Caso 2 – Altro giro, altra corsa. Entro in banca normalmente, senza porte bloccate, né persone costrette a camminare scalze. Sono in fila. Chi mi conosce, sa che non sono un tipo particolarmente eccentrico. Tranquillo, generalmente composto e, oltretutto, come disse Roberto Benigni, «pulito, che si lava». Il cassiere è diverso dal precedente, ma sembra in tutto simile: stessi capelli, stessi occhiali, stessa camicia. Mentre una donna compila un modulo, l’impiegato 2 si sporge in avanti e – non so per quale motivo – nonostante davanti a me ci fosse un’altra persona, mi chiede cosa mi occorra. «Dovrei fare un bonifico, ma non ho un conto corrente».
«Allora non si può fare, mi dispiace. Dovrei censirti, ci vuole un po’ di tempo. Faresti prima ad aprire un conto con noi, ci versi i soldi e facciamo il bonifico».
Gli faccio notare che, essendomi informato in precedenza, credevo che il bonifico fosse un servizio usufruibile presso qualsiasi banca.
«Sì, però solo se hai un conto corrente, altrimenti è necessario prima il censimento anagrafico, e stamani non ho il tempo di farlo».
Bene. «Arrivederci».
Resto perplesso da questo censimento anagrafico, che sembrerebbe essere una pratica lunga e complessa: una rinascita nel circuito interbancario?

Caso 3 – Al terzo tentativo, torna il trauma della porta sigillata. Premo ripetutamente il bottone per aprire l’intercapedine, ma non funziona. Passano un paio di minuti e arriva un impiegato che mi dice di riprovare. Il vetro scivola di lato, quindi si richiude non appena sono sulla pedana centrale. Tuttavia, l’accesso mi è negato. Il bancario 3 vuol sapere cosa devo fare.
«Un bonifico!»
«Mi fa vedere un documento?».
Per favore? Suona poi tanto male? L’istinto reclama la scenata, però, ormai, devo stare al gioco, quindi estraggo la carta d’identità e la appoggio al vetro. Mi sembra di essere nella serie “NCIS”, o in un telefilm fantascientifico. Magari, letto il mio nome, comincerà a suonare una sirena e dal nulla emergerà un rover, costringendomi alla fuga col Numero 6 de “Il Prigioniero”. L’impiegato 3 mi fa passare, ma non chiedetemi quale valutazione cognitiva sia alla base della decisione: «Eh, sa, è per la sicurezza! Il suo non è un volto familiare, è la prima volta che la vedo!». E dal solo nome letto su un documento dietro un vetro cosa avrebbe capito?
«Credo che sia l’ultima, però», rispondo. Risata di circostanza, anche se costringo la mia foga liberale e libertaria a restare subordinata alla comprensione umana per i rischi che ho citato tra le righe del caso 1.
La filiale è deserta, c’è solo un’altra cassiera, che mi sorride.
Si ripete la sinfonia: bonifico senza conto.
«No, non si può fare. Non ha nemmeno un conto su un’altra banca?»
«No».
«E come fa?»
«A far cosa?»
«Scusa, ma se tu trovassi un lavoro come faresti?» L’impiegato passa dalla terza alla seconda persona singolare: evidentemente, ho perso il suo rispetto.
«Lei ha dedotto che io non lavori?»
«Se non hai un conto corrente, non puoi riscuotere uno stipendio normalmente».
Per non saltare il banco emulando Sandokan contro la tigre, saluto cortesemente ed esco in strada.

Caso 4 – Alla fine, trovo una filiale nella quale la porta funziona regolarmente, non mi chiedono documenti per l’accesso e, soprattutto, posso fare il bonifico pur non avendo alcun conto corrente. Un impiegato mi indica lo sportello al quale rivolgermi, quindi il collega procede col censimento anagrafico, pratica che richiede cinque minuti – cronometrati – e, compilato il modulo, invia il bonifico. Una stretta di mano e, con soddisfazione, l’obiettivo della mattina è raggiunto. Non era poi niente di straordinariamente difficile, né di particolarmente faticoso, cosicché in me sorge un dubbio: o ho avuto particolare sfortuna incontrando dipendenti che non avevano voglia di dedicarsi a un cliente occasionale per varie motivazioni, oppure, con il rispetto per i lavoratori, sono le banche a definire indirizzi assolutamente contrari alle esigenze dei cittadini, nonché ai loro diritti.

Beniamino Franceschini

L’(in)ospitalità delle banche: l’odissea del bonifico.

La versione originale dell’articolo può essere letta qui: L’(in)ospitalità delle banche: l’odissea del bonifico.



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