L’Intruso (edizione integrale)

Da Bangorn @MarcoBangoSiena

Edizione 2012 del concorso 300 Parole per un Incubo conclusa, e che mi vede a poco più di metà classifica con il mio L’Intruso, racconto che ho scritto anche se avevo promesso in un post, da qualche parte, di non partecipare a concorsi per quest’anno. Poi, anche per entrare in gare con i miei amici Andrea e Michela, l’ho scritto al volo, da un’idea venuta per caso. Ve lo lascio leggere come ogni anno, in versione integrale, mentre se lo volete leggere in quella da concorso, il link è QUI.

L’Intruso

Bussa da un’ora ormai. Inutile ormai cercare di attirare l’attenzione dei vicini. Tutte le finestre sono chiuse a quest’ora, le luci spente. Ho provato a chiamare i carabinieri, e hanno detto che arriveranno. Il cane, in compenso, è ancora vigile e guaisce con le orecchie afflosciate. Sembra impaurito. Chi diamine è, questo imbecille? Perché continua con quel bussare ritmico? Qualcosa mi trattiene da uscire, qualcosa che spaventa una parte di me.
«Basta! Hai rotto i coglioni! Cosa vuoi da me?», urlo disperato. Non riesco a dormire, né a fare altro. Peggio della tortura della goccia.
L’unica risposta che ottengo, è quel tac, molto simile a lo scrocchiare di un ossa. Snervato, salgo le scale di corsa per prendere l’unica arma che ho, l’asta per la botola della soffitta. Tenendola stretta tra le mani, mi aggiro per il salotto. Il cane è nascosto sotto al tavolo ora. Ho un terrore del diavolo, un terrore atavico che non conoscevo e non credevo di poter provare. Entro in cucina, facendo scricchiolare le assi del vecchio impiantito, che ho deciso di cambiare dal primo momento che l’ho visto. L’unico rumore che sento ora, è il ronzio del frigorifero. E il mio ansimare.
Sembra finalmente che se ne sia andato. Apro il frigorifero e prendo una birra. Quando mi volto, me lo vedo davanti, cereo e con gli occhi lattiginosi, la bocca spalancata. Fa scattare la mascella che produce quel tac che sentivo prima. Credo di essermi pisciato addosso. Senza pensarci due volte, lo colpisco con la bottiglia in testa. Un urto secco, e il sangue schizza dappertutto, come se avessi colpito un pomodoro. L’uomo stramazza sul pavimento, mentre il suo sangue bagna il legno.
Vomito, nemmeno a dirlo, piegandomi in due. Il cane guaisce dal salotto e mi raggiunge. Mi rialzo, e sbigottito vedo che l’uomo non c’è più. Di lui rimane solo la pozza di sangue che piano piano si asciuga, sempre più in fretta, fino a rimanere una macchia scura sul legno.


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