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L’Italia ai tempi di Porta a Porta. Lezioni di mafia

Creato il 07 aprile 2016 da Postik @postikitalia

Io non comprendo tutto questo clamore per la presenza di Salvo Riina a Porta a Porta. In fondo questo scempio non è altro che l’evoluzione naturale di un percorso di imbarbarimento sociale e politico in atto da più un ventennio.

Dal baciamo a Silvio al figlio del padrino, dal “plastico” di Cogne al tritolo. Tutto il miserrimo fila.

Facile indignarsi sui social e pubblicamente e poi continuare ad esser conniventi tutti i giorni con quel malcostume dilagante che è stato da sempre terreno fertile per le mafie.

Vespa, rispetto a tutto il resto del paese, è addirittura più limpido e specchiato: se, come diceva giustamente Peppino Impastato, la mafia è una montagna di merda, va da sé che oggi come oggi Vespa può tranquillamente permettersi di fare la mediatica – ma remunerativa – cagata di invitare Riina Jr.

Pecunia non oleat e la pecunia si fa con la pubblicità, positiva o negativa che sia, questo non conta. Nel bene o nel male il prototipo odierno del giornalista italiano – cioè servo e innocuo – ha fatto il botto! E se si becca qualche milionata di vaffanculo sui social che fa? E’ l’audience che conta.

Poi se Salvo Riina ci racconta che il paparino era affettuoso e che la mafia non esiste è tutto grasso che cola. In fondo tutti sappiamo che la mafia esiste,no? Anche se viviamo tranquillamente fingendo che non sia così.

Tutto il nostro quotidiano è intriso di palesi o ctonie connivenze, di silenzi, di ripicche per dar lezioni a “infami” terzi irrispettosi.

Un’altissima percentuale delle nostre relazioni lavorative si radicano su favori, richiesti e fatti, restituiti o da conservare nei cassetti dei crediti da riscuotere nei  tempi bui. La nostra ammirazione non è fortemente influenzata dalla furbizia e dal potere più che dal talento e dall’onesta? In fondo, per noi, l’onesto non è un fesso? E allora che cosa pretendiamo? Che a Vespa spuntino di botto una coscienza e una dignità? Che Salvo Riina, invece di scrivere un inutile libro, cambi nome ed espatri per fare il minatore in Cile e così espiare le sue colpe familiari?

Chi ha permesso con il silenzio e l’indifferenza che si sputasse sulle lapidi delle vittime della mafia, della camorra e di tutte le criminalità organizzate? Se fossimo stati dei cittadini seri – popolo è una parola troppo grande – e non un’accozzaglia di collusi inclini a lamentarci dei nostri stessi peccati per poi dire che in Svezia si campa meglio, a Vespa non sarebbe passato neanche per l’anticamera di quell’arachide che si ostina a chiamare cervello di invitare il figlio revisionista del capo dei capi della mafia.

Facciamocene una ragione: Salvo Riina a Porta a Porta lo abbiamo invitato noi. Non i parenti delle vittime delle mafie, non chi vive sotto scorta perché le mafie le combatte davvero, gli unici e soli che possono permettersi di indignarsi davvero, ma tutti gli altri sì.

Noi siamo quelli che mettono le foto di Falcone e Borsellino nei giorni in cui sono esplosi, noi siamo quelli che si fanno belli condividendo sui social le parole di Peppino Impastato, di Don Peppe Diana, che usano parole degli articoli di Siani per far vedere che lo conosciamo, noi siamo quelli che mettono i santini dei martiri laici della libertà che non abbiamo voluto, quella libertà che abbiamo rifiutato quando le mafie sono entrate nello stato a suon di attentati, quando si è vestita essa stessa di antimafia per restare impunita e per apparire anche giusta e vicina ai cittadini.

E ora siamo qui, incazzati neri sui social a inveire contro un nostro stipendiato che non fa altro che farci da specchio. Forse proprio questo ci da fastidio.

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fonte foto: pagina Facebook di BLACK STAR


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