L’Italia è sempre più in mano francesi. Fanno bene e la colpa è nostra

Creato il 13 settembre 2011 da Wally26

Fonte:  L Occidentale

Nel 2004 il Corriere pubblicava un articolo con un titolo capace di mandarti storta la giornata – almeno quella di noi patrioti afflitti: “Italia provincia di Francia”, nel quale si dava conto di come nei precedenti quindici anni circa (cioè dall’inizio degli anni novanta, notare le coincidenze temporali: tangentopoli e l’inizio del dictat giudiziario, un sistema politico traballante e messo in amministrazione controllata, e via dicendo), la Francia avesse allora lentamente dato prova di accarezzare il pensiero dolce di entrare con le proprie ‘truppe’ in Italia – come solo due secoli prima fece quell’italiano francesizzato che era Napoleone Bonaparte. Un’invasione stavolta non condotta con le trionfali colonne della Grande Armée, ma costruita con marcette ‘quatte-quatte’, silenziose, merger&acquisition come assalti alla baionetta, e OPA come assedi vittoriosi. Una guerra commerciale fatta da galantuomini in gessato e cravate d’Hermes. Di che ci si lamenta, si potrebbe dire? E’ il mercato, baby! Vero, se solo andare a fare la spesa in Francia per le nostre imprese fosse altrettanto facile. E invece non lo è. Il caso Suez, l’operatore energetico belga, docet; la stessa impresa che EDF ha immediatamente incamerato appena Enel ci ha messo gli occhi sopra.

Quando si parla di patriottismo economico (nozione riadattata da Dominique de Villepin quando era primo ministro), si alza il coro degli europeisti pronti subito a tacciarti di nazionalismo, lo stesso che il progetto europeo avrebbe dovuto temperare e annacquare. Forse. Sta di fatto che certi successione di eventi hanno il merito di dare l’urgenza di una ricerca di quelle ragioni per le quali più di cinquanta anni fa abbiamo iniziato il percorso di pacificazione e riunificazione europea. In primis, la necessità di minimizzare il più possibile la violenza sul vecchio continente, reduce da due guerre mondiali in meno di 30 anni. Riuscire in ciò ove “la chiesa romana aveva fallito nel medioevo”, citando il ‘presunto’ padre dell’Europa, Rober Schuman; in secondo luogo, condurre gli europei a crescenti forme di cooperazione economica e dunque politica, benché l’alto burocrate che, lui sì, è passato alla storia come l’architetto del processo di integrazione europea, Jean Monnet, luminare illuso, affermasse sulla sua missione: “Noi non coalizziamo gli Stati, noi uniamo gli uomini“. Sarà stato anche questo l’obiettivo, ma con ancora gli Stati nazione in giro, unire gli uomini è vana cosa. Se la prima condizione, insomma, è stata con duri sforzi attuata, è lecito chiedersi se i governi europei siano davvero diventati più ‘cooperativi’ di quanto non lo fossero solo settanta anni fa, al principio della seconda guerra mondiale. Alla domanda “le nazioni europee si combattono ancora?“, la realtà reale (e non quella realtà sognata) dovrebbe farci rispondere: “Sì, le nazioni europee si combattono”. Con altri mezzi, certo. Su altri crinali rispetto a quelli mortiferi della guerra. Ma lo fanno, per prevalere gli uni sugli altri. Un esempio su tutti: come dimenticare quel che emerse con lo scandalo dei dispacci del Dipartimento di Stato USA – fatti pubblicare dal quel satrapo di Julian Assange – da cui emergevano le confessioni disperate fatte ai diplomatici statunitensi di stanza in Germania da alcuni imprenditori tedeschi, affranti dalla piaga dello spionaggio industriale francese.

Chiunque in Italia condivida lo spirito presuntamente libertario delle origini, quello avvolto nella forte tensione alla libera circolazione a livello europeo di lavoro e di capitale (per il momento solo di capitale visto che la mobilità europea del lavoro non la vuole nessuno, sindacati nazionali in testa), dovrà iniziare a chiedersi se non valga la pena ripensare qualcosa delle regole economiche a livello europeo, quando ci si guarda a come la grande distribuzione francese spinga i prodotti d’oltralpe in quel bel pezzo di mercato interno italiano che si è accaparrato (salvo quei pochi argini italici che sono argini Coop, Conad e Esselunga); ora che le banche francesi fanno la spesa in Italia che è una bellezza (BNP Paribas su BNL, Credit Agricole su Cariparma e Friulandria, etc.); ora che finanzieri mettono le mani su Mediobanca (Vincent Bollorè  è salito nell’estate a quasi il 6% a piazzetta Cuccia e attualmente ricopre la vice-presidenza di Assicurazioni Generali); ora che Lactalis acquista a due soldi la Parmalat; ora che i politici francesi maneggiano il secondo operatore energetico italiano, Edison, attraverso la compagnia energetica statale EDF e la nostra contro-partita è andata a farsi ‘friggere’ a causa referendum perso sul nucleare – insomma se tutto questo è vero e tanti altri esempi potrebbero essere fatti, non resta che fare un ulteriore passo e chiedersi: un aumento di tali proporzioni della presenza francese è una meritoria dimostrazione di maggiore e più spiccata capacità transalpina di ‘fare sistema’ oppure la meritocrazia non c’entra proprio un bel niente?

In un sistema colbertista, centralizzato e nazionalista come quello francese – e che resta ancora ‘monarchicamente repubblicano’, tanto per giovarsi del buon vecchio Maurice Duverger – è più che lecito chiedersi da italiani ove finisca la libera iniziativa privata delle imprese, delle banche e dei capitani di ventura della finanza francese e ove inizi il semi-trasparente coordinamento politico del governo di Parigi. Dimostrare che all’Eliseo o a Matignon qualcuno si sia messo con fervente alacrità, nel corso degli ultimi due decenni, a lavorare per una lenta attrazione coatta dell’Italia nell’orbita  della Francia, è operazione a oggi impossibile. E dunque è operazione giornalisticamente falsa, perchè non supportata da fatti, ma solo da una successione di eventi piegabili a proprio piacimento a un nesso di causalità politica. Rimangono però in piedi alcune domande. Perchè tante imprese francesi in Italia? Perchè Parigi detiene il 38% del nostro debito pubblico? Non è questo potenzialmente uno strumento di leverage sull’Italia? Perchè la Francia, con l’Inghilterra, ha voluto tanto andare a prendere Gheddafi, in una Libia dove stavano tanti interessi economici e politici italiani? Perchè la Russia ha recentemente ridimensionato il ruolo di ENI a vantaggio della francese EDF e della tedesca Wintershall Holding AG (quest’ultima parte del gigante chimico tedesco Basf SE) nel consorzio ad hoc per la gestione di South-Stream?

Purtroppo per l’Italia, gli indizi sono lì, basta metterli insieme. Si può ragionare a lungo, e alla fine della seduta, però, comunque la si veda, l’unico responsabile della nostra condizione di ‘Italia minore’ è lo stato di profonda riottosità del nostro sistema politico, reo di essere inefficiente, provinciale e soprattutto incapace di darsi obiettivi a portata e strumenti adeguati per perseguirli.

Il problema è che l’Italia non riesce a definire il proprio interesse nazionale, non vuole parlarne pubblicamente ed agire diplomaticamente e con ogni mezzo a propria disposizione in sua difesa. E allora rimaniamo in balia degli altri Stati. Che dire: ben ci sta!


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