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L’Omeopatia è una vera “Slow Medicine” e sostiene una decrescita felice dei costi sanitari

Da Olikos

omeo1Fonte: La Stampa.it | leggi l’articolo originale (>>)

Un confronto tra Omeopatia e Slow Medicine nel panorama medico contemporaneo

Una realtà è certa: stiamo abusando di farmaci, esami e di screening.  Assistiamo ad un incremento continuo di ciò che tecnicamente viene definita medicalizzazione. In un articolo recentemente pubblicato su Annals of Internal Medicine si sostiene che circa una indagine diagnostica (TAC, RMN, PET, Scintigrafia) su tre non sia utile e che certe campagne di prevenzione portino inevitabilmente ad indagini inutili se non dannose.

Il danno è quantizzabile in denaro come costi sociali e in fattori di rischio per i pazienti per gli effetti iatrogeni che tutto ciò può provocare.

L’approccio del medico contemporaneo ha portato anche alla medicina cosiddetta “difensiva” dove il paziente non viene più visto, dall 80% dei medici, come un simile da aiutare ma una potenziale controparte in sede giudiziaria e pertanto trattato con una serie di accortezze e adeguate attenzioni finalizzate a seguire al meglio il protocollo e le linee guida (decise da terzi) così da essere inattaccabili di fronte ad una contestazione giudiziaria. Non sempre il risultato rappresenta un miglioramento per la salute del paziente.

Così vedo, per esempio, molti bambini trattati in modo scrupoloso con antibiotici, cortisonici e fluidificanti ogni qual volta presentino una minima patologia orofaringea con effetti che spesso sono peggiori rispetto alla sola attesa della guarigione con pochi accorgimenti e restrizioni del regime alimentare e di igiene di vita. I casi non si limitatano a patologie così lievi.

Anche il paziente è cambiato. Ha ormai perso è la fiducia nella capacità di autoguarigione dell’organismo. Qualsiasi sintomo viene interpretato come allarme da medicalizzare subito, non come risposta curativa dell’organismo ad una aggressione e pertanto da rispettare. Si è spezzato il patto, il legame, la complicità con il nostro corpo. Ci sentiamo alla mercè di batteri, virus, stress, aggressioni esterne non ben identificate e abbiamo rinunciato a sentire il nostro organismo che reagisce e si adatta combattendo la sua battaglia per l’equilibrio, l’omeostasi, la salute. Non lo rispettiamo perchè ci hanno insegnato a non avere più fiducia in lui, in noi stessi.

Ciò che viene proposto come campagna informativa sanitaria finisce per avere gli stessi effetti delle pubblicità. Quotidianamente siamo martellati da pubblicità di farmaci (ormai quasi il 50% se consideriamo anche quelle dei nutriceutici) molto subdole perchè si propongono come positive, in favore della nostra salute, per il nostro equilibrio, in realtà minano la certezza che il nostro corpo possa reagire sempre nel migliore dei modi possibili secondo le sue possibilità, di fronte al nemico. Peraltro anche questa visione manichea del nemico cattivo e dell’io buono è ridicola dal punto di vista scientifico. Funziona molto bene nelle pubblicità o nelle campagne elettorali, ma non aiuta certamente ad interpretare correttamente le dinamiche biologiche in natura.

Fanno leva sulle nostre umane insicurezze per proporci la panacea di tutti i mali. Come se non ci fosse mai un altro lato della medaglia, una contropartita, uno scotto da pagare. Così ti propongono sempre sostanze per contrastare i sintomi che il tuo organismo sta esprimendo magari mentre sta combattendo una battaglia contro un virus cosicchè tu, invece di aiutarlo stando tranquillo per un giorno e riposandoti di più, puoi fregartene di lui e andare lo stesso a giocare a tennis… E’ ovvio che il risultato sarà simile a chi nasconde la sporcizia sotto i tappeti per non vederla o a chi, in auto, taglia i fili della spia della riserva della benzina quando si illumina così da non essere infastidito dai lampeggi del cruscotto e continuare il viaggio .

L’inadeguatezza e la scorrettezza delle pubblicità di farmaci sta fondamentalmente nel fatto che gli spettatori non hanno gli strumenti culturali per poter criticare o filtrare le informazioni che passano nello spot e diventano pertanto facile preda per il mandante della pubblicità. Il medico ha sempre fatto da filtro tra le case farmaceutiche e il pubblico. Oggi è stato scavalcato perchè era un ostacolo alla vendita di farmaci alle persone sane.

Pochi giorni fa l’American Psychiatric Association (APA) ha pubblicato la nuova edizione del MANUALE DIAGNOSTICO STATISTICO, il manuale Bibbia della psichiatria che definisce le linee guida per i trattamenti psichiatrici che risulta arricchito da un nuovo quadro clinico da medicalizzare: il lutto.

Non c’è più distinzione tra lo stato fisiologico di tristezza per la morte di una persona cara e la depressione maggiore. Si tratta di aprire la porta all’uso di antidepressivi anche in questi frangenti. Avvallare una scelta come questa ha dei ritorni economici davvero imponenti: in USA il mercato degli antidepressivi vale 10 miliardi di dollari. Un altro colpo di coda del marketing di Big Pharma che non demorde e alla crisi economica dell’occidente risponde con eleganti volée come queste, incurante dei problemi sociali e avida di ricchi fatturati.

Il problema degli psicofarmaci usati al limite della correttezza prescrittiva ci aveva già toccato anni fa quando i pediatri USA cominciarono ad ingrassare di Ritalin i bambini agitati e irrequieti senza preoccuparsi delle eventuali cause di questa maggior reattività (vedi videogiochi, scarsa attività fisica, troppa TV, alimentazione scorretta con frequenti crisi ipoglicemiche, ecc).

Fortunatamente i nostri pediatri hanno reagito con una “mediterranea” saggezza e non hanno aderito a questo scempio terapeutico infatti in Italia si ricorre molto poco all’uso di ansiolitici nel caso di ADHD.

Forse non tutti conoscono i dati delle ultime sistematiche revisioni delle cause di morte negli USA . Nel 2000 le pratiche mediche costituivano la terza causa di morte. Attualmente si è giunti a 783.936 morti l’annocontro i 699.697 per malattie cardiovascolari e i 553.251 per tumori. E’ stato raggiunto il primo posto.

Si muore principalmente per la pratica medica!

Pensate che le sole morti per abuso di antidolorifici e ansiolitici l’anno scorso ha superato il numero di morti per incidenti automobilistici.

Necessita ripensare al concetto di medicina come strumento di salute per l’uomo. Da molte parti viene aspramente criticata la tendenza alla cosiddetta “MEDICALIZZAZIONE” cioè, come dice il Prof Silvio Garattini in un suo recente articolo, “una prevalente sudditanza nei confronti degli interventi medici. La medicalizzazione si traduce nell’impiego della diagnostica, terapia e riabilitazione senza evidenza di efficacia; nasce dalla convinzione che vi sia un rimedio per ogni stato di malessere, insoddisfazione o disagio”

Ma questa convinzione va indotta e chi se non l’attore interessato al guadagno e fruitore degli utili di settore può essere responsabile. Infatti, secondo Garattini, gli interessi economici e le esagerate promesse di ricercatori e clinici sono determinanti della medicalizzazione. La medicalizzazione induce molte prescrizioni di farmaci che hanno solo la probabilità di indurre benefici ma invece possono indurre effetti indesiderati. “ La medicalizzazione si esprime soprattutto nel trattamento di persone sane, prive di rischio”

Per associazione di pensiero ricordo quella famosa dichiarazione di qualche anno fa del rappresentante della Merk Farmaceutici alla rivista Fortune in cui, senza alcun pudore, confidava che il suo più grande sogno era di vendere farmaci a tutti anche alle persone sane!

Non per nulla undici membri del Comitato scientifico dell’American Psychiatric Association (APA) hanno dovuto dichiarare rapporti economici con aziende farmaceutiche (consulenze retribuite o possesso di pacchetti azionari). Personalmente non mi sembrano sufficienti garanzie di imparzialità.

Recentemente una parte della medicina moderna ha risposto a questa situazione con la nascita di un movimento che cerca di essere più critico verso questa deriva e che ha sintetizzato in tre punti i suoi obiettivi: SOBRIETA’, RISPETTO E GIUSTIZIA per una cura appropriata, sostenibile, equa, attenta alla persona e all’ambiente. Sto parlando di Slow Medicine che ha mutuato dal grande movimento mondiale Slow Foodfondato da Carlo Petrini le finalità e per simpatia le chioccioline del logo che nella nuova versione si parlano: lentezza e dialogo sono gli strumenti che vengono proposti.

E’ ormai obbligatorio un nuovo rinascimento della medicina che contempli un maggior senso critico da parte della figura del medico, anello di congiunzione fondamentale tra gli altri attori operanti sul fronte della sanità:i pazienti e le case farmaceutiche. Non ho volutamente inserito gli istituti di ricerca perchè, ormai riconosciuti da ogni parte, troppo spesso espressione dell’interesse economico del potere farmaceutico.

Continua il Dott. Bert di Slow medicine: il medico slow ti prende sul serio , ti ascolta con attenzione, si ricorda che hai una famiglia, ti incoraggia a fargli domande, spegne il cellulare quando ti visita e ti chiede se hai difficoltà a seguire una cura. Il medico slow sa che fare di più non vuol dire fare meglio. Prima da una ipotesi di diagnosi poi cerca conferma in un esame e non il contrario. Rispetta, cioè ascolta senza giudicare. E’ un medico giusto, nel senso di equo e appropriato, che usa le conoscenze migliori disponibili in quel momento.

Leggendo queste parole mi sono tornate in mente le parole dei miei maestri omeopati, tutti i consigli per capire bene e analizzare il quadro patologico profondo del paziente. L’attenzione a non fermarsi solo agli elementi più superficiali, ai sintomi che possono indurre facili diagnosi nosologiche perdendo però la vera causa che talvolta è rappresentata da altri elementi nella vita del paziente. L’attenzione per ogni fase della quotidianità del paziente, dall’attività onirica ai desideri alimentari, l’approfondita valutazione del carattere del paziente, le sue paure, i suoi desideri, gli eventuali traumi psicologici passati che possono aver influito sul presente a cui magari pensa ancora dopo anni. Infine una verifica quasi maniacale delle modalità dei sintomi fisici, il loro peggioramento, miglioramento, gli orari, le caratteristiche. Pensate che nel Repertorio Omeopatiche sono descritti più di 100 tipi diversi di dolore.

Recenti studi hanno confermato che il modo in cui il paziente vive e percepisce la sua malattia influisce sul suo decorso e talvolta sul suo esito. Si domanda Umberto Galimberti in un suo recente articolo se alla luce di queste evidenze si possa ancora essere esclusivamente cartesiani e limitarsi a uno sguardo clinico oggettivante? Il grande Karl Jaspers stigmatizzava, già parecchio tempo fa, che la formazione del medico fosse troppo concentrata sugli aspetti tecnici, specialistici e sempre più sofisticati mentre la parte umanistica soffrisse di poco tempo e spazio dedicati. Lo sguardo clinico del medico contemporaneo tende a oggettivizzare la soggettività del paziente cosicchè le ansie e il suo vissuto non sembrano di competenza medica.

Anche i test di ammissione alla Facoltà di Medicina che non tengono in minima considerazione questa componente umana, stanno favorendo questa tendenza facendo un danno alla società che pagheremo in futuro. Quando probabilmente ci troveremo la maggioranza dei medici esercitare la professione con un approccio ancora più rigido come veri tecnici dei protocolli senza l’afflatto della passione per la cura dell’uomo che fa della medicina una pratica tra l’arte e la tecnica.

“Less is more “ propone Slow Medicine. La medicina omeopatica lo fa da più di 200 anni e  a Torino  il nostroIstituto Omiopatico Italiano lo sostiene da 130 anni ( li festeggiamo quest’anno). Facendo critica al sistema proponiamo anche una alternativa. L’alternativa di una medicina che, in gran parte dei lavori scientifici a cui è stata sottoposta e in particolar modo nei lavori costo beneficio, ha dimostrato di  migliorare del 50% (adulti) e 70%(bambini) le malattie croniche e di abbattere i costi sociali dei farmaci e degli esami del 50%. La sostenibilità di una medicina che ha questi risultati è evidente: è una medicina preventiva, non ha effetti collaterali, ha un costo di produzione del farmaco minimo e non crea danni ambientali ed infine crea un ottimo rapporto medico paziente di vera fiducia con indubbi effetti terapeutici e (è stato dimostrato) rappresenta il miglior deterrente per le cause in sanità.

Eppure sebbene un italiano su cinque si curi con l’omeopatia nelle Facoltà di Medicina non si accenna in alcun modo a questo tema. Abbiamo assistito a qualche tentativo locale ma mai a una programmazione formativa universitaria articolata a livello nazionale. Fortunatamente il sapere omeopatico è custodito nelle valide scuole che il mondo scientifico omeopatico ha istituito e che da molti anni continuano il loro percorso didattico.

Gli obiettivi della medicina omeopatica e di Slow Medicine sono comuni: tornare a una medicina centrata sull’uomo e a una personalizzazione della terapia. Si potrebbe collaborare per unire gli sforzi nel rinnovamento della medicina moderna. Ma curiosamente alla richiesta di partecipare al progetto siamo stati cortesemente messi alla porta da un elegante e diplomatico messaggio che sinteticamente diceva: Slow Medicine si occupa di medicina. Per il momento non di “terapie alternative”. Siamo certi si sia trattato di una svista o di una valutazione frettolosa contraria alle volontà di apertura della associazione. In evidente contrasto con le  dichiarazioni del  Presidente  Antonio  Bonaldi che ritiene  necessario allargare gli orizzonti con animo aperto e critico.

Speriamo di non dover constatare che la ricerca di cambiamento sia solo teorico o finalizzato a cercar nuovi spazi di visibilità sfruttando una corrente innovativa  quale Slow Food.

 Se Kafka sosteneva che “scrivere una ricetta è facile, parlare con un paziente è molto molto più difficile”aggiungiamo “anche ascoltare un collega che la pensa come te e che usa strumenti efficaci che tu non conosci ti può essere utile”-

Albert Camus disse “Perchè un pensiero cambi il mondo, bisogna che cambi prima la vita di colui che lo esprime. Che si cambi in esempio” 

Alberto Magnetti


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