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» L’ora di Agathe, di Anne Cathrine Bomann – Recensione

Creato il 15 marzo 2019 da Marta @M_Sognatrice

» L’ora di Agathe, di Anne Cathrine Bomann – Recensione

L’obiettivo di essere più costante con il blog e i social si scontra con il lavoro che mi ha portato via troppo tempo, e ridotta a essere così stanca da non riuscire a guardare oltre il pc. Però, fatto il dovere, ora mi dedico al piacere.
Piacere che deriva dalla lettura di buoni libri.

L’ultimo libro letto è “L’ora di Agathe” di Anne Cathrine Bomann, pubblicato da Iperborea che ringrazio per la copia. Come ho detto altre volte, amo molto il lavoro di questa casa editrice, che si occupa di portare in italia la Letteratura nordica, ma non solo per questo. Amo il formato dei loro libri, e le copertine. Sì, spesso anche l’occhio vuole la sua parte, e quella di questo libro la trovo meravigliosa. Mi ha subito colpita e così mi sono avvicinata alla trama e, come dire, colpita e affondata!
E mi è piaciuto. Sì.

« Io non ho mai amato nessuno. »
« Non tutti abbiamo questa fortuna. Forse per lei sarebbe più facile morire. »
« Forse. Ma mi è più difficile vivere.»

» L’ora di Agathe, di Anne Cathrine Bomann – RecensioneL’Ora di Agathe ha come protagonista uno psicoanalista e ha come ambientazione una cittadina francese degli anni Quaranta. In realtà di questo ambiente si apprende poco, perché il libro è tutto incentrato sull’aspetto psicologico, sulla natura delle relazioni umane, sulle problematiche non solo dei pazienti che il protagonista ha in cura, ma anche proprie.

Si scopre subito che lo psicoanalista è solo. Scapolo, senza figli, vive la sua vita tra il suo studio dove ogni giorno si occupa dei suoi pazienti, ormai in maniera sempre più svogliata, tanto che anziché segnare frasi sui taccuini, li usa per disegnare caricature di uccelli, e la sua casa, dove si rintana, lontano da ogni rapporto con gli altri esseri umani, con i vicini, con il resto del mondo. La sua esistenza è un susseguirsi di azioni sempre uguali, quasi meccaniche: lavoro, casa, cena allo stesso ristorante, nessun contatto umano fatta eccezione per i suoi pazienti e la sua segretaria. Nessun contatto con i vicini, di cui ascolta i suoni delle loro vite, ma di cui non conosce nulla o quasi. Sembra vivere in una sorta di torpore, di infelicità, in una gabbia realizzata con le sue stesse mani, dalla quale non riesce a uscire.
Ormai anziano, vive in funzione solo di una cosa: i giorni che restano per raggiungere la pensione. Li conta, ogni giorno.
Restano cinque mesi di lavoro, ventidue settimane e ottocento incontri.

Se fossi andato in pensione a settantadue anni, avrei avuto davanti i miei ultimi cinque mesi di lavoro. Il che corrispondeva a ventidue settimane e voleva dire che, se tutti i pazienti si fossero presentati mi restavano esattamente ottocento incontri. Tenendo conto di cancellazioni e malattie, il numero era di certo destinato a scendere.
Era piuttosto confortante, dopotutto.

La sua vita trascorre così, lenta, e anche noiosa, fino a quando allo studio non arriva una donna bruna, di un pallore mortale, che chiede di essere espressamente seguita da lui. Solo da lui. E non importa il suo rifiuto. Complice anche la sua segretaria, Madame Surrugue che lo segue e sostiene da sempre, e senza la quale sarebbe perso, l’uomo è costretto a prendere in carico questa paziente, donandole però un limite. Alla scadenza dei suoi ultimi mesi di lavoro, il rapporto potrà dichiararsi concluso.

Agathe Zimmermann accetta. Ed è così che iniziano gli incontri che mettono in luce i problemi della donna, le sue ossessioni, quelle tendenze a farsi del male, i suoi tentativi di suicidio, il suo male di vivere, per un trauma che sembra averla sconvolta e nel quale cercano di indagare insieme.

« Sono arrabbiata perché non ho combinato niente nella vita. Potevo diventare qualcuno, invece non sono nulla. »

Dietro quella figura apparentemente fragile, si nasconde però una donna forte, e anche intelligente. Una donna che lo metterà di fronte a se stesso, facendogli comprendere che anche lui ha qualche “problema”, e dovrà mettere in discussione la sua stessa vita, scavando nella sua solitudine, disillusione e infelicità.
Una donna che lo affascina e che incrina un po’ la sua vita monotona e priva di significato, e che lo spinge a invertire quasi i ruoli. Come in un gioco di specchi, dove paziente e dottore si confondono, dove entrambi devono trovare una via di fuga, una luce da raggiungere.

« Ma dottore, come può passare l’esistenza ad alleviare il dolore degli altri, se non ha consapevolezza del suo?»

» L’ora di Agathe, di Anne Cathrine Bomann – RecensioneL’ora di Agathe di Anne Cathrine Bomann – scrittrice e psicologa danese – è un romanzo breve che si legge nel giro di poche ore. È uno di quei libri scritti in maniera delicata, che ti spinge anche un po’ a riflettere, a provare empatia.
Una delle letture che più mi piace, ma che allo stesso tempo mi fa anche un po’ paura, perché mi spinge allo stesso tempo ad analizzare anche me stessa, ritrovandomi in molte delle frasi che Agathe esprime nei vari incontri con lo psicoanalista.
Altra figura importante che aiuterà il protagonista ad aprire un po’ gli occhi di fronte a se stesso e al mondo è il marito, morente, della sua segretaria. Non vi svelo perché, ma spesso è la forza stessa delle parole che fa aprire il cuore e riflettere, e forse, spingere anche all’azione.

«Quindi lei è sola, Agathe?»
«In qualche modo lo sono, in effetti. C’è qualcosa di solitario nel non vivere. È come guardare gli altri che giocano, mentre tu hai una gamba rotta»

È un libro che sicuramente consiglio.
Un libro che ti spinge anche a domandarti: si è sempre in tempo per ricominciare?
Perché è insita in molti di noi – o almeno in me – quella paura che sia troppo tardi per cominciare a vivere veramente, perché hai fatto così tante scelte sbagliate da non riuscire più a farcela. Ed è così che scatta quella sorta di male di vivere, quella sensazione di sentirti sbagliata, di essere come un’immota spettatrice del mondo: vedi gli altri vivere e raggiungere i propri sogni, lottare per realizzarli, mentre tu resti ferma, con la paura di fallire. Fallire, sempre.

«Non resisterei a un altro fallimento. Non ho fatto altro che fallire, finora, ed è insopportabile.»

Insomma, mi sono molto, molto rivista in Agathe.

Non è vero, non è vero che è troppo tardi. Io credo che la vita consista in una lunga serie di scelte che siamo costretti a fare. È solo se rifiutiamo di assumerci questa responsabilità che tutto diventa indifferente.


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L’ora di Agathe, di Anne Cathrine Bomann

Editore: Iperborea
Pagine: 160
Prezzo: 15 euro cartaceo
Nazione: Danimarca

Voto: ♥♥♥½

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