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L’orrenda scissione: ENTOMBED AD – Bowels Of Earth

Creato il 20 settembre 2019 da Cicciorusso

L’orrenda scissione: ENTOMBED AD – Bowels Of Earth

Alla mia mente repelle il solo pensiero degli ultimi accadimenti, e pertanto non vorrei accennarne affatto. E’ unicamente per dovere di cronaca che narrerò di quando lasciai le opprimenti colline di Dunwich per visitare la Svezia. Attratto dalla sconfinata distesa di boschi che il paese offriva – proprio come se un richiamo pulsasse all’interno della mia testa – nel seguire il naturale corso d’un ruscello effettuai una breve deviazione e giunsi fino a una sorta di conca del suolo terrestre, laddove l’inebriante mistura di aromi attribuibili al proliferare delle conifere si confondeva con qualcosa che a me parve nient’altro che Orrore. Il muschio lasciava disadorni solo alcuni gradini di quella che altro non poteva essere che una discesa diretta agli inferi, che decisi di intraprendere senza batter ciglio, scosso dal pungente sentore del fango e della fatiscenza e mosso da un controverso desiderio d’avventurarmi. Fu dopo pochissimi ma faticosi passi che notai quelle funeste note.

Ipnotizzato, mi distrassi a fatica dai terribili miasmi del terreno in decomposizione e dal vago alone di luce rossastra, che pareva volermi indicare un oscuro presagio esattamente laddove ero destinato. Con certezza, ne dedussi che era quello l’ultimo mio viaggio. Le note erano ora udibili in maniera vivida e inequivocabile, si trattava dell’ultimo album degli Entombed A.D., ed era una merda. Al terminare degli scalini – nonostante il terreno continuasse a digradare verso gli abissi e l’ignoto – tentai con le forze residue di scacciar via quel sogno per nulla effimero, ma serrare gli occhi mi causava visioni che non vorrei dover descrivere di nuovo. Geroglifici avevano come saettato ogni porzione di roccia su quella sorta di sepolcro innaturale, e ritraevano in dettaglio quel che era accaduto a Lars Goran Petrov, Uffe Cederlund, Alex Hellid e Nicke Anderson. Le stesse pulsioni che mi indussero a naufragar lontano dalla percezione di sicurezza offerta da un bosco illuminato dalla Luna e dal mirar costante della Stella Polare, dovevano aver costretto alla follia due Atlantide come Stoccolma e Goteborg, ove le fiamme divamparono per merito di simili esplosioni di irragionevolezza, e del death metal melodico dei Soilwork. Ma dipese tuttavia dai dischi. Mentre un brano veloce quanto innocuo come Fit For A King letteralmente logorava il mio ottenebrato raziocinio, persi i sensi, e li persi a lungo.

L’orrenda scissione: ENTOMBED AD – Bowels Of Earth

Al mio risveglio sperai d’esser nuovamente a Dunwich, cullato da ombre e luci che avessero una qualche parvenza famigliare. Al contrario, giacevo supino su ciò che si rivelò essere il fondo di quella malsana struttura pervasa da un aria sì nauseabonda, da costringermi a ricacciar dentro ogni conato. Erano tutti lì: Batushka, Rhapsody, Venom, Nocturnus, e non ultimi, gli Entombed, radunati in una solenne cerimonia della quale dedussi d’essere l’unico sfortunato spettatore. Altresì, fui convinto dallo sguardo vitreo d’ognuno di loro che si trovavano lì per me, come era chiaramente indicato dal semicerchio che li raccoglieva, e che a nient’altro di animato si poteva rivolgere. All’improvviso un rombo simile a un tuono scosse il terreno e mi costrinse a destarmi definitivamente, sebbene muovere un qualunque muscolo mi recasse dolori lancinanti ma tuttavia imparagonabili a quelli a cui Bowels of Earth m’obbligava. Frammenti di roccia si staccarono fragorosi dalle pareti della cavità sotterranea, eppur non mi ferirono, quasi dandomi prova dell’orrenda visione alla quale stavo assistendo nel subconscio profondo. Tutti quanti, incluso me, ne rimanemmo come del tutto paralizzati, mentre un Obelisco malvagio emergeva dalle profondità spinto da chissà quale forza antica. Ritraeva un volto vagamente umano, con labbra rivolte all’ingiù come a suggerirne il malcontento covato per intere epoche, e, scolpita all’estremità superiore, una grossolana capigliatura che di rado fu in voga. Le effigie iscritte nella bianca materia che lo formavano, indicavano a caratteri grossolani una sola iscrizione dall’infausto retrogusto di tirannia: TURILLATHOTEP. Tentai allora di fuggire, ma la luce lunare filtrava oramai a fatica e le note di Through the Eyes of The Gods erano divenute del tutto insopportabili, una sorta di crocevia tra scimmiottamenti melodici dei Necrodeath e qualche inefficace e prevedibile accelerazione, il tutto sommato al mio vigoroso mal di testa. Volevo in cuor mio che tutto quanto finisse, al costo di rinunciare all’intelletto e al desiderio di esplorare angoli di mondo avversi e ignoti all’essere umano. La follia prevalse! Era quasi buio e individuai soltanto gli scalini più lontani, tanto che tentai di afferrarli istintivamente con la mano in un gesto bambinesco e irrazionale. Come se una sorta di cupola si stesse dolcemente adoperando a tetto della mia trappola mortale, già mi mancò il respiro all’idea che i miei muscoli atrofizzati non mi concedessero un ultimo sforzo di raggiungere l’alto.

Scorsi infine i profili di tutti, immobilizzati nel rombo scaturito dall’innalzarsi di quella colonna biancastra, e delineai con facilità quello di Lars Goran Petrov, visibilmente sorridente, come certo che stessi apprezzando la sua Opera Ultima. Con mia gran sorpresa, mentre la frangetta di TURILLATHOTEP sovrastava i suoi piccoli occhi nell’atto di scrutarmi severa in eterno, la luce residua indicò sugli scalini più in alto un unico fuggiasco, il solo superstite all’immondo scempio della scissione delle band storiche: era Mike Browning dei Nocturnus, ed era andato nel culo proprio a tutti. (Marco Belardi)


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