L’Orso è un esperimento in divenire, un viaggio continuo che avrà – e necessita di – tempo per crescere. Tommaso Spinelli, Gaia D’Arrigo, Giulio Scarano e Mattia Barro ci narrano le fasi del “divenire adulti”, ricorrendo a semplicità e arguzia, malinconia e aranciata amara. Predomina una dimensiona acustica (un po’ rimanda ai The Dodos, un po’ ai Belle & Sebastian), nella quale nasccono veloci ballate arricchite da ritmiche non proprio convenzionali e inserti d’archi e fiati dalla curiosa architettura. Ciò provoca un contrasto che incuriosisce e, spesso, conquista. Quello che a volte delude, invece, è il senso della melodia che appare sì spiccato, ma ancora da rodare: come essersi laureati, ma avere bisogno dell’esperienza per mettere a frutto quanto imparato. Accade anche nei testi, dato che, a piacevoli intuizioni (una su tutte, l’opinione su Tuttosport!) si alternano iterazioni troppo “iterate” o frasi d’effetto che, l’effetto voluto, non lo sortiscono più di tanto. È difficile esprimere con leggerezza qualcosa di denso e, a tratti, grave e, quindi, il bilanciamento degli elementi è un’arte ancora da esplorare.
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