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L’UE di fronte al nuovo mondo arabo: è cominciata a Braga la prima conferenza NEPAS

Creato il 21 febbraio 2013 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR
L’UE di fronte al nuovo mondo arabo: è cominciata a Braga la prima conferenza NEPAS

Si è svolta oggi la giornata inaugurale di Thinking Out of the Box. Devising New European Policies to Face the Arab Spring, prima conferenza di NEPAS, progetto condotto da IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie), Universidade do Minho e Università di Roma Tre grazie al supporto del Lifelong Learning Programme dell’Unione Europea. Si tratta di un ambizioso progetto transeuropeo la cui finalità è elaborare per l’Unione una nuova politica mediterranea che si adatti alla mutata situazione dopo le recenti rivolte arabe. I lavori della prima giornata sono stati ospitati dall’Universidade do Minho a Braga, in Portogallo.

Maria do Ceu Pinto e Manuel Rocha Armada

I saluti di benvenuto sono stati pronunciati dal prof. Manuel Rocha Armada, capo della Facoltà di Economia e Management, e dalla prof.ssa Maria do Céu Pinto, coordinatrice e principale artefice del progetto NEPAS. Quest’ultima ha anche dato lettura a un messaggio indirizzato da José Manuel Durão Barroso, presidente della Commissione Europea, ai partecipanti alla conferenza. Barroso vi afferma che compito dell’Unione Europea è di mantenere l’impegno a sostenere le aspirazioni dei popoli del Mediterraneo, in quanto la stabilità dell’UE dipende da quella del Mediterraneo. L’UE deve offrire cooperazione nei campi dell’economia, della mobilità e della promozione democratica. Il dialogo è tanto più importante in paesi in cui gl’interlocutori sono pressoché sconosciuti, come quelli che hanno avuto in dote nuovi regimi dalla “Primavera araba”. L’UE deve ricordare ai nuovi governi che la democrazia non si esaurisce nelle elezioni, ma che quest’ultime sono solo l’inizio d’un lungo processo. Inoltre, deve rivolgersi in maniera crescente alla società civile.

A. Ouzzani Touhami, P. Morillas e M. do Ceu Pinto

Il primo panel, in sessione plenaria, è stato dedicato a A new Mediterranean political landscape? The Arab Spring and Euro-Mediterranean relations.
Allal Ouzzani Touhami, consigliere del Segretario Generale dell’Unione per il Mediterraneo, ha chiosato le parole di Barroso, affermando che se la stabilità dell’UE dipende da quella del Mediterraneo, quella di quest’ultimo dipende dall’Africa: un chiaro tentativo d’attirare l’attenzione sulla situazione in Mali. Se la divisione tra Nord e Sud del Mediterraneo secondo Touhami è una realtà incancellabile nel breve periodo, è possibile una partnership tra le due sponde che dovrebbe concentrarsi sui seguenti settori: energia (con particolare attenzione al grande potenziale poco utilizzato del solare), trasporti, gestione idrica. L’Unione per il Mediterraneo, organismo di recente formazione che raggruppa gli Stati dell’UE e gli altri litoranei del Mar Mediterraneo, ha attualmente tre programmi, incentrati rispettivamente sulle donne, la mobilità e l’occupazione. In quest’ultimo caso, ha sottolineato Touhami, le riforme solo nazionali sono insufficienti in un’epoca di regionalizzazione.

Il pubblico in sala

Pol Morillas, del Institut Europeu de la Mediterrania (IEMed) di Barcelona, ha focalizzato il suo intervento sulla dimensione internazionale delle rivolte arabe. Esse s’inseriscono in un quadro multipolare, in cui vi sono più attori decisivi nel Mediterraneo (i paesi del Golfo, la Russia, la Cina ecc.). La percezione del ruolo dell’UE nel Mediterraneo è diminuita, anche grazie alla frammentazione della sua politica. Sia nel caso della Libia sia in quello del Mali, un gruppo o persino un singolo paese europeo hanno agito unilateralmente, suscitando le critiche di altri Stati dell’UE. L’UE non è più il principale interesse per alcuni paesi arabi (come l’Egitto) ed anche per questo deve usare tutti i suoi strumenti in maniera coerente e porsi come un unico interlocutore.

R. Aliboni e I. Sobral

Roberto Aliboni, consigliere scientifico ed ex direttore generale e vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), ha confessato che le rivolte arabe hanno riservato alcune delusioni agli Europei: sicuramente l’Egitto e forse anche la Tunisia. In Libia, invece, il governo è moderato e inclusivo, ma debole e con scarso controllo sul territorio. Il rischio è l’emergere di nuove forme di autoritarismo. In questa fase gli USA vogliono evitare qualsiasi intervento diretto nell’area, il che secondo Aliboni è un errore: non vi sarebbe alcuna leading from behind, bensì un’inerzia nella speranza che qualcun altro intervenga. La leadership statunitense nel Mediterraneo sta dunque scemando, ma senza che ad essa si sostituisca una europea. Anche a causa delle iniziative nazionali unilaterali, che indeboliscono ulteriormente il ruolo europeo.

Nel pomeriggio i partecipanti alla conferenza si sono divisi per una serie di workshops paralleli, dedicati a temi come gli attori islamisti, la geopolitica del Medio Oriente, le sfide della transizione alla democrazia, la politica estera dell’UE, le sfide alla sicurezza portate dalle rivolte arabe, le relazioni euro-mediterranee. Agli otto laboratori hanno preso parte studiosi da Italia, Portogallo, Germania, Iran, Belgio ed altri paesi ancora. Nei prossimi giorni Geopolitica darà ampio spazio nel suo sito alle relazioni presentate nel corso di questo pomeriggio.

Il pubblico in sala

Il workshop più inerente alla geopolitica è stato probabilmente il numero 2, dedicato a Regional Actors and the Changing Geopolitics of the Middle East, moderato da Ivo Sobral.
Sercan Pekel, assistente alla ricerca presso la Università Adnan Menderes, ha trattato del ruolo potenziale che la Turchia potrebbe avere nell’approccio dell’UE al mondo arabo. L’UE ha ben accolto le rivolte – ha ricordato il primo relatore – mostrando però maggiore attivismo in Libia, mossa da due interessi principali: il petrolio e i flussi migratori. Anche la Turchia ha ben accolto le rivolte, ma si è trovata di fronte a un dilemma nella crisi libica, criticando sia il governo di Tripoli sia l’interventismo franco-britannico: infine si è schierata con quest’ultimo, ma riuscendo a inquadrarlo nell’ambito NATO. In Libia, Tunisia, Egitto il presidente turco Erdoğan è stato accolto come un eroe. Secondo Pekel la Turchia potrebbe apportare all’UE i seguenti benefici potenziali nei rappporti col mondo arabo: i legami storico-culturali-religiosi del paese col Medio Oriente e la forte popolarità di Erdoğan nella regione. Le potenziali limitazioni sono invece la fragilità della crescita economica, i problemi in politica estera con Iran e Russia, la credibilità della democrazia turca. Il relatore ha comunque raccomandato la piena adesione della Turchia all’UE, e invitato quest’ultima a rivolgersi maggiormente alle emozioni della gente, perché gli Arabi sono un popolo emozionale.

Ghonche Tazmini, dello Instituto de Estudos Estratégicos e Intercionais di Lisbona, ha voluto parlare del Dialogue within Civilization, un’estensione del concetto di Dialogue of Civilizations. Il suo intervento è partito dai paralleli tra le recenti rivolte arabe e la Rivoluzione iraniana del 1979: l’uso delle nuove tecnologie di comunicazione (allora le audiocassette, oggi Internet), la tendenza all’autoritarismo, l’azione rivoluzionaria di una coalizione vasta e variegata ma col prevalere finale degl’islamisti. In Iran le rivolte sono interpretate come un “risveglio islamico” ispirato alle idee dell’islamismo rivoluzionario iraniano e rivolto contro fantocci degli USA. Non si tratta di un’interpretazione fuori dalla realtà, sebbene le rivolte arabe hanno cause più prettamente socio-economiche. Secondo la relatrice non bisogna dimenticare che vi sono numerosi Islam e un dibattito in corso sulla sua natura all’interno della società musulmana (“dialogo dentro la civiltà”). I segnali sono positivi, con lo svolgersi di elezioni e il prevalere degl’islamisti moderati. In ogni caso la democratizzazione è un processo di lungo periodo, e bisogna lasciare tempo ai nuovi regimi senza giudicarli frettolosamente. Non necessariamente la democrazia porta a istituzioni sul modello occidentale, poiché i paesi seguono proprie specifiche linee di sviluppo. L’ex presidente iraniano Khatami, ha affermato la dott.ssa Tazmini, capì l’importanza di condurre le riforme all’interno della cornice istituzionale e ideologica del proprio paese, solo così potendosi vincere le resistenze dei più conservatori.

Ha quindi preso la parola Alessia Chiriatti, dottoranda all’Università per Stranieri di Perugia, la quale, parlando della Siria, ha notato che gli “Stati deboli” minacciano la sicurezza e l’equilibrio regionale e mondiale. In Siria il settarismo non è solo religioso ma pure politico. La situazione può essere quella di una “democrazia senza Stato”: il conflitto tra le parti renderà irrealizzabile la democrazia. Di Siria ha trattato anche l’ultimo intervento del panel, di Jorg Michael Dostal dell’Università Nazionale di Seul. Tra gli approcci teorici alla crisi siriana l’ultimo relatore ha mostrato di prediligere quello dello “Stato rentier“. Il regime, ha spiegato Dostal, è da tempo diviso tra i populisti, statalisti e livellatori, e i liberalizzatori che vorrebbero invece appoggiarsi alla borghesia nazionale ed internazionale. L’autonomia della “classe statale” è garantita finché rimangono alte le rendite petrolifera e geopolitica. Bashar al-Assad ha adottato durante la sua presidenza un approccio misto, con una limitata liberalizzazione economica e la protezione del settore statale. In politica estera ha cercato legittimazione resistendo agli USA ed evitato l’isolamento grazie ai legami con Russia, Cina, Iran e parte di Iraq e Libano. Nessuno può vincere la guerra civile siriana secondo Dostal, ed è necessario un accordo negoziale. Inoltre va mantenuto lo Stato, per evitare uno scenario iracheno: la democrazia può essere solo un processo graduale.

Domani si svolgerà la seconda e ultima giornata di lavori della prima conferenza NEPAS, presso l’Istituto dei Vini Porto e Douro (IVDP), con quattro successivi panel in sessione plenaria che vedranno anche l’intervento di Tiberio Graziani, presidente dell’IsAG e direttore di Geopolitica.


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