Magazine Diario personale

L’unica cosa

Da Maddalena_pr

L’unica cosa

Quando hanno cominciato non ho voluto crederci. Fa troppa paura pensare che davvero adesso sarei diventata madre. Fa troppa paura credere che forse no, mi sto prendendo in giro. È un prodromo, questa parola difficile appresa in quell’inutile corso di pance a ripetizione.

Sola, finestre parigine, comignoli e balaustre in ferro battuto.

Quanto poco sapevo…

Quando sei nato eri storto, la testa schiacciata da una posizione che a lungo ti aveva nascosto nelle ecografie. Ti annaffiano gli occhi viola di Betadine, sembri un panda sbagliato. Respiri male, mi spavento.

Poi torni mio, cerco chi sei. In quel corpo fragile, ignoto, seppellito dall’idea che mi ero fatta, dalla notte che vorrebbe addormentarmi.

I giorni dopo ci separano ripetutamente. Una piccola sfortuna ha già segnato, un po’, chi sarai: dentro e fuori quel tunnel di luce, accecato da una benda che pare una punizione: tuo padre e io piangiamo lacrime tenute a stento da un orgoglio, un contegno bucato. Facevi sei ore lì, poi ti riportavano sul mio odore.

Così è stato e, mi pare, così sei, così siamo. Distanze e riavvicinamenti, io impacciata nell’amarti, tu perennemente vittima di cosa.

Dare la vita arriva fino a un certo punto, arriva a un tunnel dove le mie mani non possono. Arriva al limite dove un amore tuo, privato e unico, deve reggerti e nutrirti.

Io metterò sempre la mia maglietta nel tuo tunnel perché tu riconosca la mia presenza. Bacerò ogni buongiorno e ogni sera chiuderò le ore con le mie labbra sulle tue guance. Ti prenderò da parte e parlerò spiegandoti che sei speciale, oltre i gesti che si sciolgono presto, sono cristalli di neve e anche se diventano goccia non scavano mai abbastanza la pietra. Oltre le cure e accanto alle tue indomabili difese.

Ma l’unica cosa che vorrei darti è la sola che non posso: è che ti innamori di quello che sei.

Ai genitori importa che il figlio impari ad essere buono e che si senta amato, nessuno insegna un sentimento che già era tuo: amarti. Volersi bene è qualcosa con cui si nasce e poi poco importa se per strada si perde. Nessuno dirà mai «è vero, non mi amo». Allora siedi composto, finisci il tuo piatto, non litigare, ti voglio bene, vieni qui, facciamo un gioco, dimmi, ti ascolto, bravo, sei meraviglioso, aspetta un attimo, arrivo, torno presto, vieni con me, vai di là, comportati bene, metti a posto, smettila, non ne posso più, non gridare, va bene così, capisco che sei arrabbiato, dimmi cosa ti preoccupa. Non importa. Sono felice di essere tua madre.

Nei giorni diciamo un po’ di tutto, filtriamo il succo di quello che siamo, lo calibriamo sui tuoi presunti bisogni, come quando sminuzzavamo la pasta, la carne, nello svezzamento.

Oggi avrai la tua giornata, dagli auguri che ti posiamo, su quel viso già puntato all’insù, ai piedi delle scale mentre scendo appena sveglia. Dal ristorante, al percorso avventura, ai regali. Le candeline e la canzone. Ma l’unica cosa che vorrei darti è che ti innamori, che l’ago della bilancia interna giri verso il tuo stupore. Che tu smetta di essere tiranno con te stesso, che impari la gloria di sentire che si può sbagliare. La dolcezza che si prova a lasciarsi ammorbidire, a cullare un limite, a carezzare una ferita. Il coraggio che si può apprendere a lasciarsi scuotere dalla rabbia e poi tornare in pace. La forza che si può avere e trovare nel chiedere, disarmanti a sé stessi: «Aiutami». Prima che altre svolte, la crescita, l’adolescenza, rimescolino mille altre volte il tuo cuore,

vorrei che ti amassi come ti amiamo: così come sei.

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